Ma siamo qui, a Modena – Photopost

La mattina era fredda e luminosa e io dovevo decidere come far finire un racconto. Avevo bisogno di camminare.

A Shanghai cammino tanto, le strade sono lunghe e dritte e la mente può occupare tutto lo spazio che trova. Posso camminare per inerzia per chilometri, finché non ho un finale, finché non ho una svolta nella storia. Mi piace camminare quando fa freddo.

Ma siamo qui, a Modena e le strade sono piene di incroci, curve, ostacoli e distrazioni. Sono piccole e tagliano il cielo in azzurre stelle filanti. Qui i racconti ce li ho dentro, devo solo trovare il modo di rappresentarli. Mi piace ancora camminare quando fa freddo.

Questa mattina Modena era una meraviglia. Il cielo sembrava un mare e io ci ho letto come è iniziato un amore.

 

Cina, cinesi e del perché campano cent’anni

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Cinesi impegnati a discutere del cazzocheglienefotte (e a giocarsi la pensione)

Sono pratici, pittoreschi, ambiziosi e abbondantemente goderecci. Usano una quantità di parole tale, sebbene per esprimere concetti basilari, che rimbambisce persino me. Sono rilassati, molto rilassati. Campano una media di anni che va da 85 ad infinito e, dopo più di due anni di convivenza, inizio a capirne il motivo: ha a che fare che una sorta di vivi e lascia vivere colossale che sarebbe più corretto definirlo con un sobrio cazzoglienefotte. 

Alcune cose di loro che ormai ho metabolizzato e alcune no.

  • Mangiano. Ovunque. Se passeggiando per strada incontri una donna con una sporta trasbordante zampe di gallina fritte o una mastella di riso, probabilmente deve fare quattro fermate di metro e si è portata la merenda. Nauseante, ma sopportabile.
  • Sempre per il fatto che (vedi sopra), parlano parlano parlano, il mezzo di comunicazione più diffuso sono i messaggi vocali. La nostra tata, ad esempio, mentre stira, si scambia messaggi vocali al ritmo di uno ogni 15 secondi. Ovviamente riprodotti a volume massimo. Divertente, al limite del tragicomico.
  • La fila. La fila è un fenomeno inspiegabile. Per qualsiasi cosa esiste una fila organizzata, dalla fila alla cassa, al taxi, metro, banca, bagno e quando tu ti avvicini alla fila è tutta bella ordinata, uno dietro l’altro, per benino. Ti toccano, anche se non c’è bisogno, anche se lo spazio non manca, loro ti toccano, si appoggiano; ma tutto sommato stanno in fila. Poi, che so, aprono le porte della metro ed è la guerra civile: vecchie che ti spingono, gente che si lancia in avanti, mosse ninja. Oppure, sei in fila dal 45 minuti alla biglietteria della stazione, è la tua volta, ti avvicini garbatamente al botteghino (perché tu da bravo come ti ha insegnato la mamma hai anche rispettato la distanza di cortesia) e all’improvviso uno ti si butta davanti con tutto il corpo che si sporge dalle transenne e inizia ad urlare qualcosa al bigliettaio. Avvilente, ma fisicamente non è possibile non abituarcisi, questione di sopravvivenza.
  • Metodologia di trasporto dei bambini. Deve esserci una filosofia per precisa, dietro, perché li portano in braccio fino alla pubertà. Praticamente ci sono queste vecchie sui 45kg, massimo, tutto nervo, che trasportano i loro nipoti ormai con la peluria incipiente sul volto. E quando il lavoro si fa troppo arduo persino per una ayi (letteralmente “zia”, sono le tate cinesi, tipicamente donne tra i 45 e 55 anni) delle più scafate, allora ricorrono ai passeggini, da cui il ragazzetto, evidentemente fuori misura, ciondola i piedi strisciandoli per terra. Una via di mezzo tra un girello e una sedia a rotelle. Incredibile, ma fin tanto non li fanno portare a me…
  • Telefoni. Sono grandi. Giganti. E se un telefono da 13′ pollici non è sufficiente, con l’aggiunta della cover diventano praticamente il maxischermo nel quale il vostro barista trasmette gli europei. Altrettanto incredibile, ma a tratti anche comodo, quando in metro non sai che fare e ti vuoi guardare un film in lingua originale col vicino.

Sempre più difficile…

  • Méiyou. Letteralmente “non c’è”. Questa è una cosa che si inizia a capire solo dopo un po’ di tempo che si vive in Cina ed è strettamente legata ad un altro loro concetto culturale, che andrò a spiegare dopo. Lo capisci, ma non ti ci puoi abituare. Tipicamente, si riversa sulla tua vita in questo modo: sei in negozio, vuoi pagare con la tua carta di credito internazionale, perché fuori c’è il simbolino rassicurante e tu sai che puoi; quindi la presenti sereno al cassiere (uno che la prende e almeno due che guardano), loro la studiano per infiniti secondi, dicono qualcosa tra loro e poi, MEIYOU. Probabilmente, l’unico motivo per cui non la accettano è che non la sanno strisciare. La cosa tremendamente frustrante è che il muro del meiyou è inespugnabile, il commesso continuerà a ripeterlo fin quando tu non desisterai o arriverà la polizia (perché sei andato fuori di testa e hai aggredito il commesso). Più in generale, si può definire come la risposta standard per qualunque domanda a cui non sanno rispondere. Nessun tentativo di superare l’ostacolo: questa cosa non la so -> questa cosa non si può fare. Non avete idea di quanti se ne sentano ogni giorno. Zero preoccupazioni, zero responsabilità. È irritante, avvilente, disperante, incazzante. Potrei continuare all’infinito, non mi ci abituerò mai.
  • Le calze e l’uso sconsiderato che ne fanno. Allora, in questo caso sono un perito di parte, perché è da quando ho la facoltà di decidere sul mio abbigliamento che a marzo, qualunque temperatura faccia, io mi tolgo le calze con un gesto plateale tipo liberazione dal giogo del tiranno e non le rimetto fino ad ottobre. Quindi, sono abbastanza severa sull’argomento, ma loro però… oggi ci sono TRENTAQUATTRO gradi, umidità al 63%: la tata si è presentata con i collanti BIANCHI e, voglio dire, la funzione che tu credi abbiano, in ogni caso, non giustifica il colore. Il 70% delle donne che ho incontrato in metro, affette solo da una seminfermità mentale, indossava collant tra i 20 e 40 denari, colori vari. Il restante 30% si divide in inferme complete che hanno scelto rispettivamente la calza nera 80 den o il pedalino velato con i sandali. Avranno paura di sporcarsi i piedi. Ma vi immaginate il microclima che si forma li sotto? Comunque, ferma delle mie convinzioni, una volta sono uscita di corsa per andare ad un brunch a casa di cinesi, dimenticando completamente che in casa tutti si tolgono le scarpe, quindi sono arrivata con le mie scarpine primaverili senza calze e ho fatto una bella figura da zingara, a piedi nudi sul parquet appena lucidato. In ogni caso, i pedalini insultano la pubblica decenza più di Mastella ancora in politica.
  • Soldi, soldi, soldi. La smania che hanno per i soldi è seconda sola alla smania per il cibo. Ma non ne sono pienamente convinta. In ogni caso, se avete intenzione di condurre una conversazione di qualunque natura con un cinese, preparatevi preventivamente con tutti i prezzi di listino delle cose che avete addosso e/o menzionate nella conversazione, perché verrete interrogati severamente. Figurarsi come si prende un emiliano con una roba del genere, che piuttosto che ammettere che ha fatto due soldi va in giro con le pezze al culo.
  • Mianzi. Traducibile con il concetto sociologico di “faccia”. Questo è un discorso che ha molto a che fare con la cultura cinese della reputazione e dell’importanza di non “perdere la faccia”, é piuttosto complesso e per certi versi affascinante e legato con il Meiyou. Semplificando molto (moltissimo): per un cinese l’opinione che si ha di lui, la sua reputazione è di importanza fondamentale. Tutti i rapporti interpersonali ruotano attorno a questo concetto di “faccia” che non si può perdere agli occhi degli altri. Per questo motivo un cinese non potrà mai ammettere che non conosce una cosa, piuttosto, appunto si ferma e dice che non è possibile (altro esempio: il tassista che non conosce la via in cui ti devi recare e quindi non ti carica, perché di attaccare il navigatore non se ne parla). Il mantenere la faccia investe anche tutta una serie di formalismi che vengono adottati nei rapporti di tutti i giorni, i quali rendono molto difficile per una straniero comunicare realmente con un cinese. Si dice, ad esempio, che un cinese non risponderà mai un No secco ad una domanda, ma che esistano quattro diversi modi di dire Si, e ad ognuno di essi corrisponde un grado di effettiva affermazione. In poche parole, anche se ti dice di Si, non è assolutamente detto che farà ciò che ha affermato. Questi concetti alla base della cultura sociale cinese potete facilmente immaginare a quante sfumature di senso diano origine e, di conseguenza, quanto rendano difficile la sopravvivenza ad uno straniero che deve ogni giorno combattervi. Comprensibile, ma richiede uno sforzo intellettuale tale da rendere impossibile una vita quotidiana serena.

 

Storie da Bar (cinesi)

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fonte e immagine: Shanghaiist.com (quella vestita da Rhianna è la madre)

Dopo 10 anni lontano da casa, una ragazza 24enne, nel week-end, è finalmente tornata dai suoi genitori. Immaginate la grande sorpresa e sollievo capendo che loro figlia non era realmente morta in tutti questi anni, come avevano creduto, ma aveva solamente vissuto dentro un internet cafè  dopo l’altro.

La ragazza era scappata di casa a 14 anni, da Hengdian, nello Zhejiang, in seguito ad un brutto litigio con la madre.

Dieci anni dopo, un poliziotto l’ha trovata in possesso di un documento di identità falso in un internet caffè di Hangzhou. In centrale la sua vera storia è emersa. Ha detto alla polizia che dopo aver lasciato casa ha passato la sua vita mangiando e dormendo dentro gli internet cafè. Quando non mangiava o dormiva, giocava a giochi online. Senza un lavoro, è sopravvissuta con la carità di altri giocatori mossi a pietà, riporta Tencent.

Il poliziotto, anch’esso impietosito, ha dato 1000 yuan (circa 130 euro) alla ragazza e chiamato i genitori, che sono corsi ad Hangzhou per riportare a casa la figlia perduta. La madre ha detto ai giornalisti che non litigherà più con la figlia finché avrà vita.

La reazione di questi genitori è stata molto più soft di quella di molti altri che mandano i loro figli malati di internet presso i tristemente noti centri per la cura della dipendenza da internet, nella speranza che vengano guariti attraverso un training fisico in stile militare.

Nel 2008 la Cina è stata la prima nazione a dichiarare la dipendenza da internet una malattia. Al tempo la China Communist Youth League dichiarò che più del 17% dei diciassettenni del paese era dipendente da internet. Probabilmente ora il numero è aumentato e altri incidenti simili sono preoccupanti.

Ndr: Che la dipendenza da internet in Cina sia una piaga non è una novità. L’unica cosa che tutti, davvero tutti, i cinesi, di tutte le età e ceto sociale, hanno sempre in mano durante il giorno, qualsiasi cosa stiano facendo, che sia colazione, camminare o andare in bagno, è lo smartphone. Ma questo ormai succede anche da noi. Quello che non potrebbe mai accadere in una bar italiano è che il cameriere, finito il tuo cappuccino e trascorsi i canonici 15 minuti di occhiate dal bancone alla tazza vuota, ti permetta di traccheggiare a oltranza, senza chiederti con fare perentorio Desidera altro? …figuriamoci viverci 10 anni!

Amici (gratis) mai

Una delle tante cose che non avevo considerato quando abbiamo deciso di trasferirci all’estero è che avrei dovuto farmi dei nuovi amici. E doversi fare degli amici quando non se ne hanno proprio è molto diverso dal doversene fare quando se ne hanno, ma sono lontani. Innanzi tutto esiste già un termine di paragone. La qualità delle risate, gli interessi in comune già accuratamente selezionati. Poi c’è il discorso fatica. Farsi degli amici (e tenerseli) é faticoso. Tocca interessarsi a chi sono, cosa fanno, frequentarli, fare conversazione, anche all’inizio, quando ti senti cretino e non sai cosa dire. Senza contare che magari conosci qualcuno più in gamba di te e ti tocca anche fare i conti con l’autostima. Quindi, se ne hai già una buona rappresentanza, l’impellenza di averne di nuovi è secondaria. Così, ogni anno, tra videochiamate e messaggi compulsivi su whatsapp, si attende Pasqua, agosto e Natale come il ritorno dal fronte, per riabbracciare i propri cari e risalire dall’apnea. Non è che non si possa fare, ma è come partire per andare a fare tante cose fantastiche e lasciare a casa la vita. Parte del provarci è scegliere nuove persone con cui condividere esperienze. Spesso i nuovi amici si accodano, alcuni si affiancano, a quelli premier. Talvolta si sovrappongono. Vedere le cose da lontano aiuta a focalizzare chi veramente manca. Talvolta ci si accorge anche che c’era chi non si vedeva da mesi, anche a casa. E così  i Oh, se hai bisogno io ci sono eh… tornano al loro posto, tra le cose dette gratis. Perché è ovvio che, se ho bisogno, chiamo. Ma chiamo l’amico con cui ho condiviso fino a ieri molto della mia vita, anche quelle parti noiose, quelle quotidiane. Non credo nell’amicizia dei grandi gesti e delle grandi dichiarazioni, credo in quella dello shopping insieme, del ti passo a salutare al lavoro, del sto venendo da te con la cena, dei venerdì di decompressione di stupidità pura e delle colazioni della mattina dopo. Credo nelle amicizie da vicino. E, vicino, è anche a sette ore di fuso orario, con un po’ di fatica. Non è gratis.

Intanto, ho soffocato la mia vocina snob del cuore e mi sono iscritta alla Associazione delle Donne Italiane a Shanghai. Domenica andiamo a vedere una mostra. Mi è costato 300rmb di quota associativa e il rischio di conoscere qualcuno che mi farà sentire più o meno adeguata, più o meno interessante, più o meno integrata, più o meno felice.

Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè 

  
Sono le diciannove circa, un esercito di impiegati cinesi risale le scale della metro, ognuno col suo sacchetto della cena take away in mano. Anche mio marito cammina verso casa col nostro sacchetto, quasi ogni sera diverso.

Ogni volta che mangio, qui a Shanghai, penso a quando tornerò a casa, a quanto manca al prossimo rientro. È un pensiero automatico. Ho le bacchette in mano e intingo il riso nella salsa di soya e penso a Natale e alle lasagne di mia madre. Ho riflettuto sul significato di questo pensiero e non è una questione di preferenze. Qui e in tutti i posti del mondo in cui ho viaggiato, ho mangiato cose che ricordo con grande amore. L’aragosta, ad esempio, sarà per sempre quella mangiata all’Indochina, appena sposati, a Siam Reap, su una terrazza di bambù a parlare di libri americani e sigari toscani. Le ostriche sono da asporto, pepe e limone. Il camembert è quello preso al mercato della piazza di Brugge, caricato sul tandem rosso insieme ad una bottiglia di vino e un pezzo di pane e mangiato seduti sull’erba di un parco. Il foie gras è quello de Le Coupe Chou, ordinato pensando wow il foie gras a Parigi cosa voglio di più dalla vita?! e combattuto una battaglia impari coi conati di vomito un secondo dopo il primo boccone.

La differenza è il richiamo. Il cibo italiano non è un ricordo, fa parte delle cose che chiamo casa, tutti i gusti di tutti i cibi che ho mangiato fin da piccola. Le stelline in brodo, i passatelli, la cotoletta con l’insalata, la scarpetta col pane nel ragù, i tortellini in brodo e il lesso del brodo, la gramigna panna e salsiccia, l’arrosto con le patate, gli spaghetti al pomodoro il giorno dopo, i pomodori ripieni, gnocco fritto e prosciutto crudo, la crostata di marmellate di non si sa quali frutti perché si mischiavano tutte insieme, i sughi d’uva, il parmigiano sulla pasta, la margherita. Questi, sono casa

Qui, solo sotto il nostro palazzo, ci saranno almeno dieci tipi di cucine diverse. Nostra figlia, per forza di cose, non mangerà come noi, non crescerà per i primi 25 anni della sua vita con gli stessi gusti, ma ne proverà da subito tanti diversi e quello che per noi è stato un’infanzia di tutti i giorni, per lei sarà Natale e le feste comandate, quando torneremo in Italia. 

Oggi, ogni volta che arrivo a Shanghai mi sento a casa,  anche se Shanghai non è casa. Credo che la differenza stia nella preposizione semplice. 

Allora mi chiedo cosa sarà per lei, per Ada, casa, da dove verrà il suo richiamo