Estratto #1

Fecero l’amore come sapevano farlo: lei preoccupata per i peli e la cellulite, lui preoccupato che lei fosse comoda. Tutta la tenerezza era ancora lí, non si era consumata. Lui la tenne tra le braccia ancora. Elvis e Naní durante tutti quegli anni non erano stati da nessuna parte, sopratutto non erano stati insieme: quel nuovo fare l’amore era come tornare a casa senza mai essere stati via e trovare tutto in ordine.

[Dream Big, 2017, Bozze in revisione]

Ma siamo qui, a Modena – Photopost

La mattina era fredda e luminosa e io dovevo decidere come far finire un racconto. Avevo bisogno di camminare.

A Shanghai cammino tanto, le strade sono lunghe e dritte e la mente può occupare tutto lo spazio che trova. Posso camminare per inerzia per chilometri, finché non ho un finale, finché non ho una svolta nella storia. Mi piace camminare quando fa freddo.

Ma siamo qui, a Modena e le strade sono piene di incroci, curve, ostacoli e distrazioni. Sono piccole e tagliano il cielo in azzurre stelle filanti. Qui i racconti ce li ho dentro, devo solo trovare il modo di rappresentarli. Mi piace ancora camminare quando fa freddo.

Questa mattina Modena era una meraviglia. Il cielo sembrava un mare e io ci ho letto come è iniziato un amore.

 

Letterine terapeutiche

È parecchio che trascuro il mio blog, troppo, quindi oggi farò una cosa che generalmente non faccio: pubblicherò qui la Letterina che oggi arriverà a tutti gli iscritti alle Letterine che arrivano da(ppertutto).

È un mea culpa (a tratti anche piuttosto patetico, assolutamente terapeutico), ma le confessioni si fanno, da bravini, in pubblico o niente.

Quindi buona lettura. E ricordatevi che la fortuna di trovare una Letterina qui sul blog non capita spesso, quindi conviene iscriversi.

Letterine che arrivano da(ppertutto) n. 9 – Rocket Man (I mittenti immaginari)

6 giugno 2016
Shanghai
Ciao amici,

conoscenti, gentili sconosciuti che mi leggono da un po’ di tempo, tutti.
È un po’ che non ci sentiamo, sono stata a casa. La prima casa, quella dove nasci senza chiederlo. Potrei dire che sono stata in vacanza ed in effetti un po’ è stato così, ma non è per questo che non scrivo da un mese abbondante.
Questa è anche la prima lettera che vi scrivo proprio io.

Il 16 aprile sono partita per tornare, sola con la mia bambina e piena di grandi speranze riguardo al mio lavoro. Mi figuravo accarezzata dalla brezza leggera del pomeriggio, col sole ancora gentile di primavera; io, il mio pc e qualcosa da bere. A scrivere e a lavorare ai miei progetti, coccolata dall’accoglienza di casa.
E invece è successo che, man mano riprendevo il fuso orario, mattina dopo mattina nel letto che da sul cortile di alberi alti, giorno dopo giorno tra parenti e amici che mi conoscono fin troppo bene, i mittenti immaginari sono spariti. I miei personaggi, le mie storie, giorno per giorno, sbiadivano. Più i paesaggi reali mi erano familiari, più gli scenari immaginari mi erano lontani. I contorni delle storie che volevo scrivere si scioglievano. Le persone scappavano dalla mia mente, confuse e imbarazzate dall’invasione improvvisa delle altre, quelle vere,  che erano lí ad aspettarmi.
Non si tratta di non riconoscersi o di non essere riconosciuti. È che casa non è sempre accogliente: le case ci accolgono nella misura in cui non deludiamo le loro aspettative. A venire da una terra che non ti insegna esattamente a volare alto, non deludere le aspettative significa tornare essendo cambiati il meno possibile.

Se non si fugge, ma si parte, qualcosa (molto), di amato lo si lascia indietro; probabilmente i cari soffriranno per questa scelta, non capiranno.
Tornare a dove si è partiti è un nodo di emozioni.
La grande gioia di ritrovare tutte le persone care è sporcata dall’imbarazzo di farsi vedere per come si è diventati; la paura di dire che, sí, va davvero tutto bene e si è felici. Perché è un po’ come dire che lí, con loro, con una vita come la loro, non si era abbastanza felici, che li abbiamo traditi.
Perché cambiare significa tradire.
La vergogna di raccontare che si sta provando a fatica a realizzare un sogno fatto di racconti, pensieri, opinioni, parole, frasi, storie, bellezza; questa vergogna stupida brucia tutto. Tutto l’entusiasmo e la forza.

Il fatto strano è che lí, in quella vita a casa, noi, la nostra piccola famiglia sgangherata, eravamo proprio felici. Era solo troppo presto per fermarsi. È un’inquietudine, un fuoco, un prurito, che non da pace, che, ad ogni nuova tappa raggiunta spinge avanti ancora, come se si volessero conoscere tutti i tipi di felicità possibili. Come un uomo-razzo.
Non importa sapere quante persone sono realmente contente per te o quante ti invidiano o a quante semplicemente non frega nulla: non sono le persone e il bene che ti vogliono, siamo noi e il nostro debito con  le radici. Per me, ché “non si fa mai il passo più lungo della gamba”, è un debito pesante, con cui mi confronto ogni giorno. A volte, più spesso quando la discrepanza tra quello che chi amo conosceva di me e quello che sono diventata si fa più forte, arriva a soffocare. Non ho il diritto di volere di più, di arrivare ad essere l’immagine che ho di me.
Soprattutto, tra due vite belle, ho scelto quella che inevitabilmente lascia soli, perché lontani. Lontanissimi. Quindi, quando si torna a casa, ogni momento perfetto passato con gli amici migliori è una lacrima di paura, con queste vite così diverse le persone si potrebbero anche perdere.
Io, le persone, ci metto tanto a sceglierle, ma poi non le voglio più perdere.

Forse fa parte del diventare grandi, misurarsi con dei “per sempre” sempre più corti. Di certo fa soffrire al punto da mettere in dubbio tutto e subire quaranta giorni di felicità col groppo in gola.

E cosí, qui non posso portare gli amici veri e là non posso portare i mittenti immaginari.
Il mio non-luogo perfetto è un pianeta in cui le distanze chilometriche sono regolate dai bisogni emotivi. Non annullate, ma se, ad esempio, sei molto triste e ti servirebbe proprio l’abbraccio di una amica lontana, quella amica in un attimo è lí; oppure, se hai bisogno di pensare, per raggiungere un posto vicino ci metti sette ore, volente o nolente, e ti confronti con te stesso.

Le radici sono importanti: più sono profonde più fanno crescere, forti, verso l’alto, per guardare lontano e scegliere la propria direzione. Ma le radici stanno sotto terra, nascoste. Io credo perché ad un certo punto bisogna smettere di pensarci, non dimenticarsene, ma lasciarle li dove sono, come sono. Saranno sempre nella nostra sostanza, nelle nostre scelte, ma sono nascoste per non distrarci, per lasciarci concentrare e guardare avanti.

Non so se anche per voi è stata così dura, mettervi sulla vostra strada. Io proverò a chiuderlo questo debito e continuerò a scrivervi, amici.
Voi continuate a leggermi, se lo volete.

And I think it’s going to be a long long time.

Con tanto affetto,

Valentina

Un’altra nuova trovata di povericuoriumani.com

Letterine che arrivano da(ppertutto)

Le letterine sono missive scritte da personaggi persi nel mondo e nel tempo, letterine scritte a nessuno. Odiano la cronologia. Arrivano mai (quasi) dallo stesso posto. Sono figlie di Poveri Cuori Umani che Battono Dappertutto (povericuoriumani.com). Non hanno scopo, se non quello di essere lette.

Una di queste letterine può essere, in fondo, anche per te.

Dai, cosa aspetti? Ti sei già perso due letterine e la prossima sta per partire! E, non le troverai qui su povericuoriumani.com.

Iscriviti subito cliccando sul link qui sotto:

 https://tinyletter.com/povericuoriumani​

(e se vuoi suggerirlo ai tuoi amici io mica mi offendo!)

Neroli #labellezzadelleparoleinutili #weekdieci

Week-End Lungo [Il Mio]

[Questo pancione inizia a pesarmi, Ada, non volermene. -Tu fai sempre quello che ti pare. Dice mio marito, da lontano, sullo schermo del pc. Ha ragione, mi strapazzo, voglio fare tutto, come sempre, non considerando che siamo in due, adesso e, in particolare, una è dentro di me. Quindi, stavolta lo ascolto e oggi inauguro ufficialmente Il Mio Week-End Lungo. Quattro giorni a tema ‘Quello che mi pare’. La casa è perfetta, provviste ne ho, cane che dorme, forse non esco fino a domenica. Anzi, credo che uscirò per comprarmi un mazzo di fiori freschi e prendere un caffè buono, stamattina. Poi, leggerò, scriverò e dormirò. A presto.]

 

-E io? Posso stare con te?

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