Letterine terapeutiche

È parecchio che trascuro il mio blog, troppo, quindi oggi farò una cosa che generalmente non faccio: pubblicherò qui la Letterina che oggi arriverà a tutti gli iscritti alle Letterine che arrivano da(ppertutto).

È un mea culpa (a tratti anche piuttosto patetico, assolutamente terapeutico), ma le confessioni si fanno, da bravini, in pubblico o niente.

Quindi buona lettura. E ricordatevi che la fortuna di trovare una Letterina qui sul blog non capita spesso, quindi conviene iscriversi.

Letterine che arrivano da(ppertutto) n. 9 – Rocket Man (I mittenti immaginari)

6 giugno 2016
Shanghai
Ciao amici,

conoscenti, gentili sconosciuti che mi leggono da un po’ di tempo, tutti.
È un po’ che non ci sentiamo, sono stata a casa. La prima casa, quella dove nasci senza chiederlo. Potrei dire che sono stata in vacanza ed in effetti un po’ è stato così, ma non è per questo che non scrivo da un mese abbondante.
Questa è anche la prima lettera che vi scrivo proprio io.

Il 16 aprile sono partita per tornare, sola con la mia bambina e piena di grandi speranze riguardo al mio lavoro. Mi figuravo accarezzata dalla brezza leggera del pomeriggio, col sole ancora gentile di primavera; io, il mio pc e qualcosa da bere. A scrivere e a lavorare ai miei progetti, coccolata dall’accoglienza di casa.
E invece è successo che, man mano riprendevo il fuso orario, mattina dopo mattina nel letto che da sul cortile di alberi alti, giorno dopo giorno tra parenti e amici che mi conoscono fin troppo bene, i mittenti immaginari sono spariti. I miei personaggi, le mie storie, giorno per giorno, sbiadivano. Più i paesaggi reali mi erano familiari, più gli scenari immaginari mi erano lontani. I contorni delle storie che volevo scrivere si scioglievano. Le persone scappavano dalla mia mente, confuse e imbarazzate dall’invasione improvvisa delle altre, quelle vere,  che erano lí ad aspettarmi.
Non si tratta di non riconoscersi o di non essere riconosciuti. È che casa non è sempre accogliente: le case ci accolgono nella misura in cui non deludiamo le loro aspettative. A venire da una terra che non ti insegna esattamente a volare alto, non deludere le aspettative significa tornare essendo cambiati il meno possibile.

Se non si fugge, ma si parte, qualcosa (molto), di amato lo si lascia indietro; probabilmente i cari soffriranno per questa scelta, non capiranno.
Tornare a dove si è partiti è un nodo di emozioni.
La grande gioia di ritrovare tutte le persone care è sporcata dall’imbarazzo di farsi vedere per come si è diventati; la paura di dire che, sí, va davvero tutto bene e si è felici. Perché è un po’ come dire che lí, con loro, con una vita come la loro, non si era abbastanza felici, che li abbiamo traditi.
Perché cambiare significa tradire.
La vergogna di raccontare che si sta provando a fatica a realizzare un sogno fatto di racconti, pensieri, opinioni, parole, frasi, storie, bellezza; questa vergogna stupida brucia tutto. Tutto l’entusiasmo e la forza.

Il fatto strano è che lí, in quella vita a casa, noi, la nostra piccola famiglia sgangherata, eravamo proprio felici. Era solo troppo presto per fermarsi. È un’inquietudine, un fuoco, un prurito, che non da pace, che, ad ogni nuova tappa raggiunta spinge avanti ancora, come se si volessero conoscere tutti i tipi di felicità possibili. Come un uomo-razzo.
Non importa sapere quante persone sono realmente contente per te o quante ti invidiano o a quante semplicemente non frega nulla: non sono le persone e il bene che ti vogliono, siamo noi e il nostro debito con  le radici. Per me, ché “non si fa mai il passo più lungo della gamba”, è un debito pesante, con cui mi confronto ogni giorno. A volte, più spesso quando la discrepanza tra quello che chi amo conosceva di me e quello che sono diventata si fa più forte, arriva a soffocare. Non ho il diritto di volere di più, di arrivare ad essere l’immagine che ho di me.
Soprattutto, tra due vite belle, ho scelto quella che inevitabilmente lascia soli, perché lontani. Lontanissimi. Quindi, quando si torna a casa, ogni momento perfetto passato con gli amici migliori è una lacrima di paura, con queste vite così diverse le persone si potrebbero anche perdere.
Io, le persone, ci metto tanto a sceglierle, ma poi non le voglio più perdere.

Forse fa parte del diventare grandi, misurarsi con dei “per sempre” sempre più corti. Di certo fa soffrire al punto da mettere in dubbio tutto e subire quaranta giorni di felicità col groppo in gola.

E cosí, qui non posso portare gli amici veri e là non posso portare i mittenti immaginari.
Il mio non-luogo perfetto è un pianeta in cui le distanze chilometriche sono regolate dai bisogni emotivi. Non annullate, ma se, ad esempio, sei molto triste e ti servirebbe proprio l’abbraccio di una amica lontana, quella amica in un attimo è lí; oppure, se hai bisogno di pensare, per raggiungere un posto vicino ci metti sette ore, volente o nolente, e ti confronti con te stesso.

Le radici sono importanti: più sono profonde più fanno crescere, forti, verso l’alto, per guardare lontano e scegliere la propria direzione. Ma le radici stanno sotto terra, nascoste. Io credo perché ad un certo punto bisogna smettere di pensarci, non dimenticarsene, ma lasciarle li dove sono, come sono. Saranno sempre nella nostra sostanza, nelle nostre scelte, ma sono nascoste per non distrarci, per lasciarci concentrare e guardare avanti.

Non so se anche per voi è stata così dura, mettervi sulla vostra strada. Io proverò a chiuderlo questo debito e continuerò a scrivervi, amici.
Voi continuate a leggermi, se lo volete.

And I think it’s going to be a long long time.

Con tanto affetto,

Valentina

Paraculismo femminile

biancaneve2.jpg

Questa mattina mi sono alzata con l’ottimo proposito di scrivere un bell’articolo sulle donne, il loro coraggio, la loro forza e bellezza.

Poi mi sono imbattuta in questo articolo: Mamme Pentite.

Vi prego di leggerlo, qui riassumo il punto fondamentale. Si tratta di uno studio condotto da una ricercatrice israeliana su un campione di donne (israeliane) che sostengono di essere pentite di essere diventate madri. 23 donne che se tornassero indietro non farebbero più figli perché avendo dovuto rinunciare a ciò che erano prima della maternità si sono trovate un giorno ad odiare ciò che erano diventate. La ricercatrice rileva come elemento scandalo della ricerca il fatto che la società odierna sia totalmente proiettata sul futuro, non permetta di guardarsi indietro rimpiangendo una scelta non modificabile. La sociologa dichiara poi che a 16 anni non era il suo sogno essere madre e si sentiva diversa dalle altre ragazze che volevano figli. Infine, imbeccata dalla giornalista, la Donath afferma che il suo studio sia applicabile anche fuori da Israele, in occidente ad esempio. Su quali basi, non ci è dato sapere.

Ciò che sta infiammando la mia tastiera non è il risultato dello studio, anzi mi sorprende che non ne abbiano trovate 23mila di donne pentite. Non mi sembra ne uno scandalo ne una sorpresa che esistano donne che, pur amando i propri figli, siano infelici e si pentano della propria scelta.

Intanto, le premesse, partendo dalle robe semplici. Togliamoci subito di mezzo la conclusione semifilosofica sul non potersi guardare indietro, anche condivisibile se vogliamo, ma del tutto marginale. In secondo luogo, anche io a 16 anni non volevo figli, a 16 anni volevo fare una cosa diversa ogni tre giorni, sognavo lo scooter e lottavo per rientrare all’1 invece che a mezzanotte e mezza. Certamente alcune mie compagne di liceo sognavano di essere mamma e moglie e mi sarò sentita diversa da loro, ma nei successivi quindici anni di vita di cose ne sono successe e, grazie al cielo, con noi sono maturati anche i nostri sogni. Infine, l’articolo è intellettualmente disonesto, ci vuole far credere di parlare di uno studio di una ricercatrice israeliana, ma siamo in Italia, vuole parlare di noi donne italiane, non delle donne in generale, tantomeno di quelle israeliane. Lo spirito del discorso, che serpeggia nell’impianto dato all’intervista, punta a sostenere un certo tipo di faziosità, molto popolare sul web delle donne 2.0 (magari nell’inconsapevolezza dell’autrice eh… ma l’articolo, di fatto, ottiene questo seguito e mi si è presentato tramite una condivisione su Facebook), che sostiene l’orgoglio: sono una donna non sono una mamma . I capisaldi sono sempre gli stessi: il desiderio di maternità è frutto della pressione sociale, siamo considerate cattive perché non vogliamo figli, io scelgo la carriera, io scelgo il mio corpo, etc…

Non volere figli non è una colpa, non dovete giustificarvi. È insopportabile e tremendamente femminile (e femminista). Oltre che totalmente fuori moda. La storia che la società civile preme per la donna mamma è totalmente fuori moda. Ci lamentiamo tutti i giorni che siamo discriminate, che non possiamo avere figli perché perdiamo il lavoro, che dobbiamo rinunciare ai nostri sogni e poi dobbiamo anche sbracciarci per giustificare perché non li vogliamo i figli? Per non parlare del fatto che ormai le cose sono quasi rovesciate: se sei giovane, hai studiato, hai un buon lavoro e ti sposi e vuoi avere dei figli subito sei vista dalle stesse donne, presumibilmente tue alleate, come quella che rinuncia, quella che aveva grandi ambizioni e poi… vedi alla fine finisce come sua madre. 

No, c’è qualcosa che tocca, come si direbbe dalle mie parti. Sgombro subito il campo da facili polemiche, la discriminazione per essere rimasta incinta l’ho subita, addirittura a seguito di un aborto spontaneo. So anche cosa significhi essere madre, perché poi alla fine un figlio l’ho avuto. Quindi so di cosa stiamo parlando.

Quello che  mi fa infuriare è che si trovi coraggioso dichiarare di essersi pentite di aver fatto figli, rovesciando la responsabilità su altro (la società, ad esempio). Il problema non è nel desiderio; esistono, sono esistite ed esisteranno sempre donne che vogliono figli, donne che non ne vogliono, donne che non li hanno voluti, donne che amano e donne che non amano, anche.

Il problema è nelle scelte e nella onestà rispetto ad esse.

Se hai fatto un figlio e poi te ne sei pentita perché non sei più quella che eri, non dare la colpa al figlio o alla società. La colpa è tua, che non hai trovato il modo di continuare ad essere la donna che eri o di esserne una nuova. Il giorno del parto non cambia nulla, sapete? Se non che un essere umano esce dal tuo corpo e diventa tuo figlio. Ma tu, donna, non diventi madre automaticamente. E, soprattutto, non diventi madre e basta. Diventi, col tempo e con la pratica, qualcosa di più. E questo implica più fatica, più impegno. Se lasci che le cose avvengano, senza riflettere su chi stai diventando, senza parlarne al tuo compagno, senza inventare modi per la nuova te stessa, te ne penti. E non puoi dare la colpa al figlio o alla società. Su questo bisognerebbe riflettere prima di fare dei figli. La vita non si vive da sola, i figli non si crescono da soli, i sogni non realizzano da soli.

Il problema invece è rovesciato, la società è progredita, è diventata molto più complessa e noi siamo rimaste le mamme delle nostre mamme. Siamo cresciute, abbiamo studiato, ci siamo preparate per essere donne del 2010 e poi siamo le madri del 1950. Perché se si parla di istruzione andiamo nelle migliori università, facciamo erasmus, master, viaggi, scambi culturali, ma se si parla di crescere figli ci affidiamo per la maggior parte a quello che ci insegnano le nostre madri o le nostre nonne? Siamo mediamente più istruite, abbiamo viaggiato di più, conosciuto più persone, vissuto esperienze diverse, ma la madre la facciamo coi parametri di 50 anni fa. O fai carriera e rimani magra e bella e non fai figli oppure fai figli e ti chiudi in casa a mangiare patatine sul divano con il culo che cresce di giorno in giorno. Ma ci credo che una va in depressione e si pente pure! Chi pensa che diventare madre implicherà i sacrifici che sua madre ha fatto per lei, ha perso in partenza. Ne implicherà di diversi, di nuovi. Ci saranno nuovi ostacoli e nuove sfide che le nostre madri non hanno vissuto. La battaglia è essere donne e madri, non donne o madri. Esistono tutti i mezzi per poterlo fare, credetemi. La società ci aiuta? No. È facile? No. Ma il riuscirci sta solo a noi. Conosco donne fortissime, che sono mamme e imprenditrici, mamme e responsabili marketing, mamme e insegnanti. Conosco donne che hanno scelto di non lavorare in azienda, per passare più tempo coi figli e, forse, combattono ogni giorno con la fatica di ricostruire se stesse, perché senza un lavoro riconosciuto sentono di non avere più una identità, una utilità civile: perché il solo fatto di non lavorare non le rende bambinaie. Conosco anche donne che non hanno figli perché non li desiderano e non credo che siano peggiori di me.

Non volete figli? Non li volevate? Bene, possiamo discutere all’infinito su cosa sia più bello o più faticoso, se essere madri o meno. Ma riguardo alle scelte, tutte le scelte che una donna può fare in merito al suo apparato riproduttivo sono rispettabili e ne vanno, a tutti i costi, difesi i diritti.

Quello che non è accettabile, da donna a donna, è il cercare colpevoli, cercare giustificazioni, diventare vittime. Non cadiamo in un comodo paraculismo femminile.

Questo no, dai, proprio all’indomani della festa della donna, che avete tutte celebrato sui social con quei bei post di orgoglio femminile, suffragette style e ricordo alle cadute, che vanno tanto di moda.

Abbiate un po’ di coraggio, anche voi, come lo hanno avuto quelle donne che ci avete ricordato.

(foto dal web)

Una cosa che può succedere solo in Italia

Maternità [o non-maternità]. La dialettica e il superamento dei cliché, questi sconosciuti.

Questa mattina, facendo colazione, mi sono imbattuta in questo articolo de L’Espresso. Sono riuscita a sospendere il giudizio sulla battaglia anti-maternità [cercando di non stigmatizzarla in tal modo] nonostante il titolo, già piuttosto chiuso, Donne che scelgono di non avere figliPoi, arrivo a leggere il credito scelto per presentare la battaglia, Melissa P. [sto continuando a trattenermi dalla facile ironia, apprezzatelo]:

«Mi sono appassionata al progetto Lunàdigas perché credo che sia un’arma efficace per combattere l’uso che si continua a fare del corpo delle donne trattato ancora come carta bianca su cui inscrivere i dogmi di una cultura ormai troppo arcaica. La non-maternità è un vero e proprio stigma sociale che spesso costringe molte donne, soprattutto le meno emancipate, a non scegliere liberamente se avere o meno dei figli. Io vengo dal Sud dove tutto questo è pane quotidiano: spero, con la mia testimonianza, di dare forza a tutte coloro che non riescono a ribellarsi e ad affermare le proprie volontà». [grassetto della fonte]

Mi è tornata immediatamente agli occhi questa scena: io, con il mio pancino da quinto mese di gravidanza, seduta di fianco a Mao Mao, che mi accarezza, senza nascondere una certa emozione mista ad invidia, la protuberanza magica. Mao Mao è la mia amica cinese che lavora da Forbes. Mao Mao ha 26 anni e a Forbes non fa le pulizie, è l’assistente del Direttore, è sposata e non vede l’ora di avere un bambino. E’ un fiume in piena di domande e speranze per la sua [futura] gravidanza e, tra un pannolino e una tutina rosa, mi chiede quando ho intenzione di riprendere a lavorare dopo la nascita della bambina, a Shanghai o in Italia. Rimango un po’ spiazzata e riesco a ribattere solo terribili luoghi comuni del tipo Ma, non ho fretta…  Sto seguendo dei progetti personali… Sai in Italia dopo un figlio non è facile… Davanti al muro dei suoi piccoli occhi scuri afferro che non sta capendo minimamente [e giustamente] la mia fila di giustificazioni malmesse, quindi interviene presentandomi il suo lucidissimo punto di vista. Dopo il parto [sicuramente cesareo, in Cina puoi sceglierlo anche senza motivazioni mediche, solo pagando di più], sfrutterà i suo tre mesi di holidays e poi tornerà immediatamente al lavoro, contando, per il piccolo, sull’aiuto di genitori e asilo. Le chiedo perché tanta fretta di rientrare al lavoro e se crede che in redazione avrà problemi per la sua maternità. Anche qui nessuna esitazione, è normale che una donna si assenti per la maternità e che poi rientri al lavoro, perché dovrebbe avere problemi? Stare a casa dal lavoro per crescere i figli? Perché? Cosa può impedire ad una donna di continuare la carriera per cui ha studiato e, nel contempo creare una famiglia e crescere i propri figli?

Già, cosa? Ciò che mi irrita maggiormente dell’articolo dell’Espresso [ma non è il primo che leggo sul genere] non è il punto di vista di donne che non sentono la necessità di procreare, la maternità non è per tutte ed è una scelta talmente intima [e che, personalmente, credo abbia poco a che fare con quanto piacciono i bambini e molto con la padronanza che si ha di se stessi e della propria vita] che, nei singoli casi non è sindacabile, ma è la battaglia morale che se ne fa. E’ antiquata quanto lo status sociale di casalinga-madre-moglie-e basta. La dichiarazione di Melissa P. fa rabbrividire per quanto piena di banalità e femminismo sciocco. Il concetto che striscia tra le parole delle intervistate famose, tra i progetti, i documentari è che la non-maternità è per le illuminate, per quelle che non si lasciano usare, mentre le poverine non emancipate devono sottostare al giogo dei mariti, delle famiglie e della società che le vogliono tenere nell’oscuro del gineceo. Mi sembra di sognare.

Il problema è geografico. In Italia siamo tutte madri, nel senso archetipico del termine: siamo talmente e profondamente conservative da non riuscire a sganciarci da un cliché senza costruirne immediatamente un altro con cui scendere in battaglia. La dialettica e il superamento, questi sconosciuti. E, quindi, per reazione alla Grande Madre Regina, siamo tutte adolescenti, perché riusciamo a creare una identità nuova solo nella opposizione, nella ribellione [spesso ottusa], nella guerriglia di posizione, in cui o sei totalmente dall’altra parte della barricata o niente. O madre e basta o senza ovaie.

Alcune considerazioni sul perché la dialettica maternità – non-maternità non può essere superata:

  • Non voglio figli perché non voglio fare la fine di mia madre – Ora, cercando di non fare della psicanalisi spicciola, diventando madri ci si emancipa definitivamente dal rapporto madre-figlia che si è vissuto fino a quel momento e, comunicandolo alla madre, è come se si chiedesse il permesso della successione al trono. Non facendo questo passo, si evita anche di affrontare il problema del Io lo farò diversamente da te e, implicitamente, del riconoscimento degli errori fatti dai genitori.
  • Non voglio figli perché non voglio sacrificare la mia carriera – Prima di tutto, santo cielo, o siete tutte CEO di una multinazionale oppure, mi dovete spiegare in quale modo si può pensare che un figlio sacrifichi la carriera di una impiegata commerciale [perché, siamo realiste, la maggior parte di noi ha ruoli di media responsabilità]. Ma il problema non è questo, il punto è che, spesso, la donna che sente il desiderio di avere figli è lei per prima ad tenere un atteggiamento sul posto di lavoro che le impedisce di fare carriera, non coglie occasioni, non si pone in maniera propositiva nei confronti delle possibilità di incarico, mette le mani avanti diciamo, ponendosi problemi che ancora non esistono e sentendo sulla testa gli impegni di madre quando ancora, forse, non è nemmeno fidanzata.
  • Non voglio figli perché il corpo è mio e non voglio che sia usato per onorare una tradizione – A mio avviso, la posizione più immatura di tutte. E’ la posizione del Io sono mia e sono libera e in quanto libera non mi avrete mai per le vostre antiquate robe!

Alla fine, credo sia tutto [tutti i vari punti di vista anti-maternità] una questione di libertà mal posta. Perché, ad esempio, solo da adolescenti si può realmente pensare che esista la libertà assoluta, che essere liberi significhi non contaminarsi, significhi rivoluzione. E’ con la maturità che si comprende che si è liberi anche scegliendo di rinunciare a qualcosa oppure scegliendo di superare un modello. Superare un modello non vuol dire schiacciarlo, annientarlo, significa interiorizzarlo, farlo proprio e viverlo in modo nuovo, secondo il proprio tempo, le proprie relazioni, le proprie convinzioni. Certamente la maternità implica la rinuncia a qualcosa [ad esempio proprio alla libertà di organizzarsi tutto il tempo a piacimento], ma che implichi la rinuncia alla propria realizzazione di donna, la rinuncia alla vita sociale e al proprio posto nel mondo, al lavoro, la trovo una posizione immatura, miope, poco impegnativa. Credo anche che organizzare battaglie, con testimoni, documentari verità, sulla questione maternità o no, ne sminuisca il senso profondo della scelta, che dovrebbe essere privato o di coppia, ma di certo non sociale.

Qualcosa di mio sulla maternità.

Credo anche che la maternità faccia paura. A me la fa. Dalla paura fisica di avere un essere umano al proprio interno e sentirlo muovere [o non sentirlo muovere abbastanza], alla paura di avere la responsabilità di qualcosa che non è tuo, ma che è un altro essere umano e che farà scelte e avrà una vita. Mi fa paura sentire al telegiornale di madri che uccidono i propri figli, perché è facile dire che è il delitto contro natura e che sono madri-mostro, ma nessuno si chiede mai se non siano solo madri che non sono riuscite ad amare. E quindi mi chiedo se riuscirò ad amare questa piccola che porto dentro come credo di fare già, anche se non diventerà come mi aspettavo o farà scelte che non approverò. Credo che sarà una storia d’amore da costruire, come tutte le migliori, con impegno, cercando di non vivere per lei, ma con lei.

Belle novita´, ne abbiamo?

Oggi e´ giorno di nuovo look, come potete vedere, ma non solo. Oggi e´ il giorno in cui cevalentine.wordpress.com diventa povericuoriumani.com, registrando un dominio vero e proprio. Diventiamo grandi insomma. Da quando e´ online, Poveri Cuori ha ricevuto 12.300 visite, mi sembrava l’occasione buona per celebrare e, ovviamente, per dire Grazie! a chi continua a dedicare un po’ di tempo a leggermi.

Perche´ un vestito nuovo, più serio e ricco?
Sapete, da qualche mese a questa parte un pensiero mi perseguita. Ho lasciato il mio amato lavoro volontariamente con la fortuna in mano di poter scegliere di fare quello che voglio. Ecco, e adesso quindi cosa faccio? Il pensiero di non lavorare più, quindi di non produrre, mi stava facendo sprofondare nel tunnel dell’inutilità, mi ero identificata a tal punto nel mio lavoro che non potevo essere altro. Perche´ non possiamo semplicemente essere?
Una frase letta in un oroscopo snob, qualche giorno fa, mi ha fatto riflettere.

Preoccupati meno di chi pensa che sei splendido come il sole e dedica più attenzione alle persone che accettano e amano il tuo lato oscuro.

Il problema e´ che non vogliamo semplicemente essere, vogliamo essere solo la parte bella di noi. Ci ho pensato un po’ e le persone che cercano di essere sempre meno imperfette, sono quelle che mi piacciono sempre meno. Non so se ce la faro´ a sopportare di non essere indispensabile alle giornate di colleghi e clienti, sicuramente povericuoriumani.com sara´ il mio baluardo, un luogo dove c’e´ il chiaro e lo scuro, dove realizzo i miei sogni, dove mi piacerebbe ospitare amici che passano anche solo per vedere come va.