Notizie che non lo erano #recensioni #leggibili

“Notizie che non lo erano” L. Sofri, (Rizzoli, 2015)

Categoria: leggibili

On air: Another Brick In The Wall, Pink Floyd

To drink: Espresso, ristretto

Perché farlo: Da piccola volevo fare la giornalista. Sono cresciuta con il mito dell’inviato del tiggì e della sacralità della lettura del quotidiano, che si poteva, sì, usare per foderare i pavimenti quando si imbiancava in casa, ma solo se era già vecchio di almeno una settimana. Il giornalista era, tipo, il giustiziere della comunicazione, quello che ascoltavi per costruirti le armi per capire il mondo. A 19 anni non l’ho fatto perché non mi sentivo abbastanza in gamba, filosoficamente corretta e preparata. Oggi, a 31 anni, provo più spesso vergogna per come è scritto un articolo di molti dei giornali più conosciuti, che interesse. Notizie che non lo erano è un libro da leggere perché non scivola nel patetismo dei luoghi comuni della controinformazione, non cerca il colpaccio e l’indignazione, piuttosto, raccontando con rigore e precisione scientifica (o, per meglio dire, semantica), restituisce speranza. La speranza che, lavorando con preparazione, concentrazione e responsabilità si possa ancora rendere il mondo un posto migliore.

Cit.: Quindi, proporrei di eliminare questa ipocrisia della necessità di pluralismo, fino a che lo si intende pluralismo politico o di contenuti: non sono altre opinioni diverse che servono, o altri racconti, ma opinioni formulate e costruite diversamente e racconti accurati e affidabili. Il pluralismo che serve è quello per cui accanto a moltissima informazione sciatta, irrilevante ed egocentrica ci sia anche un’offerta differente, in cui allarmismo, titolismo e ricerca di un ruolo e di un posto in classifica non siano i criteri prioritari con cui rivolgersi ai lettori. In cui le notizie siano, nei limiti del filosoficamente possibile, vere.

Voto: 8

Che ci importa della noia #illeggibili

Oggi apro una nuova rubrica, la rubrica degli #illeggibili. Ovviamente non avrà una cadenza precisa, in quanto spero che l’eventualità di imbattermi in libri classificabili tali si quantomeno remota. Ma tali capolavori dell’ovvio mi obbligano ad un imperativo morale, quello di avvertire, se non un pubblico, almeno gli sparuti lettori che mi seguono, di cosa vanno incontro.

Apriamo la kermesse con l’osannato “Che ci importa del mondo” di Selvaggia Lucarelli.

Sinossi
La superdonna Viola Agen, nonché supermadre e superscrittrice costretta a fare marchette in tv per pagare la mensa al figlio, e´ vittima di una serie di sfortunati eventi che la portano a rapporti sempre con uomini sbagliati. Dall’ex marito gretto, al fidanzato politico viscido, al variopinto Juan, fino al meraviglioso mitomane che l’abborda davanti alla scuola del figlio. Intreccia le sue vicende a quelle delle amiche, inesistenti personaggi che fanno da corollario al suo Ego che si rispecchia in ogni comparsa, anche la più insignificante. Come nella migliore delle favole di provincia, la nostra eroina viene salvata dal principe azzurro sul cavallo bianco, il Vero Amore che la mostrerà al pubblico (da cui e´ evidentemente ossessionata) come realmente e´, una donna con le sue fragilità, che ha solo bisogno di un Uomo Vero che la metta a posto con se stessa e i suoi fantasmi e incinta dopo due mesi. Insomma, il duro dal cuore tenero che tutti amiamo tanto.

Recensione
Se questo libro mi ha spinto ad aprire una rubrica significa che il livello di atrocita´ e´ epico. Ma rimaniamo lucidi. Il libro e´ la biografia della protagonista con qualche nome cambiato. Tutti i personaggi sono sintetizzati unicamente nella protagonista che, compiendo un’operazione di una noia sfiancante, attribuisce ad ognuno lo stesso suo registro, la stessa sagacia, la stessa avvilente satira che si protrae per pagine e pagine, costringendo il lettore a chiedersi ‘perché?’, ma soprattutto ‘dove eravamo rimasti?’. L’intento di ottenere un risultato ironico le sfugge completamente di mano e, in un delirio di onnipotenza continuo, inserisce con cadenza rinnovata i seguenti elementi: ‘la popolarità mi e´ insopportabile’; ‘le mie tette mi impediscono rapporti normali’; ‘ho un figlio quindi sono quasi-santa’; ‘fingo di non sapere che ho fatto di tutto per costruirmi il personaggio della Virago di Vasto e mi sorprendo se attiro solo disperati’; ‘vado in tv ma mi fa schifo, io faccio la ghostwriter anche per il Papa, la tv mi serve per non morire di fame’. Il tutto scandito da un continuo contraltare di battute, frecciatine, banalissimi doppi sensi, che hanno come unico risultato il generare rabbia nel lettore, che ormai in cuor suo ha capito che non si scenderà più in profondità di un cliché mal scritto [perché i cliché non sono mica un delitto, anzi, c’e´ chi ha scritto romanzi meravigliosi eretti su cliché, ma questa e´ un’altra storia, sono altri talenti]. Insomma, al lettore non e´ simpatica, non genera coinvolgimento, se non in quel tipo di lettore che e´ inevitabilmente invischiato nel turbine del wannabe. Non mi soffermerò sul patetico personaggio di Vasco [deus ex machina che con gli occhi di chi sa vedere oltre, la salva dal sarcasmo per consegnarla alla luce mariana della donna nuova], che, nonostante contribuisca ampiamente all’illeggibilità del romanzo, e´ almeno l’unico personaggio sviluppato decentemente. Insomma, più che un romanzo, e´ un lunghissimo, eterno, avvilente, post su Facebook [talvolta realmente copiato in blocco da suoi post pubblicati in precedenza]. Un atroce monologo che affossa talmente tanto il lettore nella noia da impedirgli di smettere di leggere, nella speranza che, prima o poi, succeda qualcosa.

Post scriptum: non me ne voglia, la sig.ra Lucarelli, che di certo, sara´ anche troppo impegnata a gestire la popolarità opprimente che le impedisce ogni giorno di pubblicare in pace almeno 10/15 selfie su Instagram, per occuparsi della mia piccola recensione. Ma non me ne voglia soprattutto perché in realtà la seguo e non mi dispiace affatto il suo registro e ritengo non affatto banali i temi che affronta quotidianamente. Solo, scrivere un romanzo non e´ stata una buona idea.