Dis-ordine

Appena rientrata in casa, dopo molti mesi, era stata assalita da una smania di ordine che il marito faceva fatica a comprendere. Il giorno stesso aveva iniziato a disfare le valigie separando scrupolosamente i capi da lavare. Il giorno seguente aveva sistemato tutti gli abiti dentro gli armadi e i cassetti, piegati, suddivisi per stagione e per frequenza di utilizzo, nonché in scala di colore e materiale. Ai cosmetici non era toccato un destino diverso: primo cassetto lungo adibito ad area capelli-creme-cura della pelle-profumi; secondo cassetto lungo ospitante set rasatura del marito, beauty case momentaneamente vuoti, primi prodotti per la cura di Ada; primo cassetto corto totalmente sotto assedio dal trucco; secondo cassetto corto, prontuario medico [medicinali per lo più scaduti, ma questo, per ora, era sopportabile]. Il terzo giorno, durante la ricognizione del cassetto delle posate e delle pentole, il marito provò ad inserirsi nella follia compulsiva:

– Amore, ma non c’è bisogno di fare tutto subito… anzi, non c’è proprio bisogno.

Non ce n’era davvero bisogno? Erano stati lontani per così tanto tempo, non c’era bisogno di ristabilire un ordine delle cose? Non c’era bisogno di toccare tutto, di dare di nuovo un nome, un posto, un argomento, un motivo? Le cose [le persone] li avrebbero ancora accettati così, solo perché erano tornati?

Neroli #labellezzadelleparoleinutili #weeknove

Camere Separate 

[Fuori, alle spalle, c’era un rumore bellissimo, ricordava mesi difficili e intensi, come fuochi d’artificio l’ultimo dell’anno. Dentro c’era un oggi brevissimo, abbuffate di pesce, affetti e risate. Quei momenti, non si poteva viverli che così, in camere separate.]

Quando immagina sua madre passeggiare lungo i portici del paese, avvolta nella sua pelliccia buona, con gli orecchini d’oro della nonna e quegli strati di fondotinta e cipria sempre un po’ eccessivi, o quando la sente elevare in chiesa i suoi “amen” come se fosse ancora sull’aia della sua infanzia, ha un attimo di terrore. Prega che non faccia ingresso una gallina al centro della navata, o che un fagiano non attraversi il corso principale perché allora la vedrebbe gettare la pelliccia, alzarsi la gonna, gettare le scarpe ortopediche e rincorrere il pollo fra la gente, gridando e battendo le mani fino a catturarlo; e una volta acciuffato, torcergli con un gran sorriso il collo, o spezzargli la colonna vertebrale con un colpo secco alla testa e tornare poi in mezzo alla gente, sulla piazza, o nella chiesa, mostrando orgogliosa e fiera il suo trofeo. – P.V. Tondelli, Camere Separate

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Lo spazio del ritorno

A Shanghai la notte è già scura alle cinque del pomeriggio, ma non c’è mai completamente buio. Quando rientro a casa, sfrecciando sui taxi pastello che solcano la sopraelevata, è sempre un incanto. Il cielo è di un nero irreale e dai grattacieli piove una luce polverosa e zuccherina, bracciali di diamanti splendenti riposti nei loro astucci di velluto nero, perle solitarie incastonate in pavè di rubini e smeraldi che si rincorrono a intermittenza. Una piccolissima Alice dopo la pozione, che guarda dal basso in alto una gigantesca gioielleria.

Il ritorno esercita un fascino particolare su di me, è un momento chiuso, privato, silenzioso, di passato prossimo. Il ritorno è sempre in un non-luogo: lo spazio metafisico di un’auto, le piccole trasparenti capsule dei seggiolini di un treno o di un aereo, la traiettoria precisa di un cammino. Il ritorno è lo spazio dei ricordi appena accaduti, il prolungamento di una serata goduta o la coda biforcuta di un incontro da dimenticare. Non importa la qualità del ricordo, il ritorno è lo spazio di accoglienza, la sala d’attesa dei ricordi, prima di farli accomodare, completamente nostri, a mischiarsi con gli altri.

Quando ero piccola e dovevamo rincasare da qualche posto, non volevo mai. Perché il ritorno non ha un tempo. Il viaggio di ritorno era sempre più corto dell’andata e, avevo la sensazione, che nell’istante in cui mio padre decretava Andiamo a casa. fosse già tutto finito. Passavo il viaggio a fissare il finestrino, tra lo specchio del mio viso e le stelle. Oppure mi addormentavo, per sognare subito meglio [non sono mai stata una bambina paziente] e rivivere di nuovo i finali.

Ogni volta che ora, da grande, torno da qualche posto, sento nelle orecchie in un crescendo questa canzone e capisco che è l’ora dei ricordi e delle immagini veloci che passano tra il finestrino e l’anima.