Come un figlio

Quando é nata Ada non ho pianto subito.

C’era un sacco di gente lí con noi: mio marito, la mia amica, due ostetriche, un sacco di sangue. A dire il vero la prima cosa che credo di aver detto é: “Le scarpe?!”, riferendomi a quelle di mio marito, sincerandomi che non si fossero sporcate (perché mio marito non ci pensa a come si veste e magari alla cena della vigilia ci viene con una felpa di Zara, ma in sala parto in camicia e scarpe e pantaloni nuovi). Comunque, non ho pianto subito.

Ada é nata alle 10 del mattino del 07 aprile 2015. Nel pomeriggio, quando gli entusiasmi si sono  calmati e tutti erano già tornati alle loro vite, siamo rimaste sole io e lei. Sole in quel letto alto con le lenzuola ruvide di pulito, in quella stanza piena di luce bianca, perché era un aprile già carico di primavera. Sdraiate una a fianco all’altra, stanche e vicine, ferme e in pace. Lí ho pianto.

Sono passati due anni e Ada non si é mai più addormentata al mio fianco senza combattere. Lei scalcia, piange, si rotola, fa di tutto per non dormire. Non si accoccola per non stare troppo comoda, non si appoggia per non rilassarsi. É sempre vigile, attenta, curiosa, pronta, ha sempre paura di perdersi qualcosa. Ogni giorno é una nuova battaglia.

Qualche giorno fa eravamo ancora a letto insieme e da sole, in un pomeriggio di sole che ci scaldava le lenzuola. Lei si rotolava ancora, ma stavolta verso di me.

“Mamma coccole”

Poi ha appoggiato la sua piccola testa biondina sulla mia pancia, mi ha preso la mano e ha chiuso gli occhi. Pian piano si é addormentata.

Mi é venuto da piangere ancora. Gli amori non sono istantanei, la fiducia non é incondizionata; hanno bisogno di tempo, cura e conoscenza. Come un figlio.

Qualcosa sulla rottura dei rapporti 

Tutte le estati della mia infanzia le ho passate rimandando a settembre tutti i compiti delle vacanze. Maratone quotidiane per finire in tempo gli esercizi di matematica. Ogni primo giorno di scuola mi sono seduta al banco con la piccola e feroce paura che il professore mi chiedesse proprio l’esercizio che non avevo finito.

Avevo 15 anni, ero molto bella e non lo sapevo. Ero inconsapevole e crudele con chiunque si innamorasse di me. Nel nostro gruppo di amici entrò una ragazza, molto in carne e molto timida, dal viso dolce e poco sincero. Uscì con noi per un po’. Le piaceva uno dei ragazzi di cui io ero molto amica, per cui lei era solo una amica. Si convinse che il problema fosse il suo peso e dimagrì molto. Faceva la dieta con una serietà che aveva 17 anni ma poteva sembrare mia madre sull’orlo della menopausa. Sul suo nuovo corpo mise nuovi vestiti, più corti, scollati. Si tinse i capelli di biondo e si truccò meglio. Poi conobbe un quarantenne, salì sulla sua macchina e smise di uscire con noi, con l’amico che le piaceva, con tutti. Rimasi così sorpresa, e lo trovai più immorale di tutte le mie prime scoordinate e spontanee imprese sessuali messe insieme.

Anche quest’anno è arrivato settembre e sono qui a fare i compiti delle vacanze. In questo mese ho pensato quasi ogni giorno alla rottura di un rapporto, ma ogni volta che iniziavo a figurarmi un possibile scenario la mia mente si bloccava e affiorava un ricordo. Il ricordo della ragazza bionda qui sopra mi ha torturata più di altri. 

Quindi il mio compito non è finito, non so dire come mi immagino la rottura di un rapporto.
O forse la rottura di un rapporto è solo saper chiudere coi ricordi.