Quando il come viene prima del cosa (e del quanto)

In tutti i corsi base di primo soccorso, più della perfezione dei gesti da effettuare per salvare la vita della vittima in gravi condizioni, viene insegnato un concetto basilare, uno schema di comportamento. Nella situazione di emergenza c’è una, una sola, persona che prende la direttiva e che attribuisce i compiti, con decisione – ‘tu, chiama il 118’, ‘ tu, dammi il cambio nel massaggio cardiaco’. Nella emergenza non c’è tempo per il Lei, ci sono solo Tu. E, soprattutto, non ci si mette a discutere su cosa fare, si agisce, velocemente. Perché? Non ci potrebbero essere scelte migliori di altre? Forse. Ma quando una persona sta morendo, qualunque scelta è migliore di nessuna scelta. E discutere equivale a perdere tempo. E perdere tempo è non scegliere. E la vittima muore.

E’ già parecchio tempo che seguire una tribuna politica in televisione mi risulta di grande difficoltà, non mi arrabbio più, il mio cervello semplicemente rifiuta di ascoltare, si annoia, chiude. Non è per il contenuto, ma per il contenente. I vecchi schemi del dire tutto e il contrario di tutto, ma soprattutto, tutto e niente. La faciloneria. La retorica delle frasi fatte. L’opposizione incomprensibile. E’ un teatrino vecchio e insopportabile, tale da irritare molto di più di una idea con la quale non si è d’accordo [si capisse, una idea]. Se è vero che il paese sta morendo, allora forse non è più il momento di discutere sul cosa, ma di rendersi disponibili per il come, attuare una soluzione. E’ il tempo dell’agire, non del parlare. Di questo, francamente, siamo stanchi.

Il cielo d’Irlanda galoppa sul tetto del pullman gremito e rumoroso. Le cuffie nelle orecchie mi isolano e provo a scattare una foto. Il verde bagnato mi entra nelle ossa e vorrei un maglione spesso da indossare a pelle, anche se è agosto. Mi innamoro vagamente di un collega. Ogni tanto mi addormento e risveglio alla prima curva che l’autista rubicondo continua a prendere a tutta velocità. Sono almeno trenta ore che non dormo e stanotte l’ho passata scovare manipoli di ragazzini nascosti a fumare nelle camere delle ragazze. Ho sorriso sotto i baffi, a fare la guastafeste. Ho imparato perché i limiti servono e crescere è confrontarsi con essi. Ho assistito alla gioia dell’adolescenza. Mi pagavano 430 euro netti per 24 ore su 24 e la responsabilità di 150 ragazzini, avevo 24 anni ed ero felice.

E’ facilissimo cavalcare la polemica dei giovani che hanno rifiutato i 1300 euro [che poi erano 500] per lavorare all’Expo, quindi lo farò. Non è per il contenuto [il cosa, o meglio, il quanto], ma per il contenente. E’ il come, l’esperienza. Se hai trent’anni e una famiglia da mantenere o se sei un libero professionista in cerca di un nuovo impiego, i discorsi sulla filosofia del lavoro, la giusta retribuzione, il rispetto della professionalità, hanno un senso [discutibile, ma ce l’hanno]; ma, se di anni ne hai venti e non sei niente, perché, [offendetevi pure] a vent’anni, sei appena uscito da scuola e non sai che cos’è il lavoro, figuriamoci il resto, allora la bandiera dello sfruttamento è una pietosa retorica. A vent’anni, bisognerebbe volerci andare gratis a lavorare in una delle manifestazioni più importanti del pianeta. Dovrebbe esserci l’entusiasmo, al di là del cosa materialmente si farà e di quanto si verrà pagati per farlo, per una esperienza che permette di conoscere, incontrare, fare. Probabilmente, i genitori che hanno sconsigliato ai figli di accettare anche solo i 300 euro netti che sarebbero rimasti loro in tasca, a conti fatti, preferiscono avere figli sul divano a lamentarsi, piuttosto che a fare esperienze che, male che vada, saranno ricordi. La crisi, di grave, ci ha fatto questo, ci ha fatto quantificare, continuamente. Se sei impegnato a quantificare, perdi di vista la bellezza dell’esperienza, nel senso letterale dell’esperire [dal latino, experiri, da peritus «perito, esperto»], sperimentare situazioni, gli effetti su te stesso e l’opportunità di imparare, di diventare esperto. Che, a vent’anni, vale ben più di 500 euro.

Renzi, Io ballo da solo #quirinalparty

Io non so parlare di politica, quindi parlerò di italiani.

Nel post Quirinarie ho seguito le reazioni sui media e social [fino a quanto umanamente sopportabile], osservando il campione di italiani che popola la mia rete di contatti. Partendo dall’assurdo che la stragrande maggioranza si sente in diritto di commentare la figura del Presidente non sapendo minimamente chi sia e che storia abbia, per i più secchioni al massimo abbiamo una bio letta su internet, quindi, santo cielo, almeno asteniamoci dal pontificare. In secondo luogo, il trend più cavalcato è quello dell’indignato per il metodo autocrata e anti democratico di Renzi, a braccetto con il motto Renzi, il nuovo Silvio, ha solo smania di vincere. 

Ma proviamo a mettere in fila un po’ di fatti e riflessioni, in linguaggio rigorosamente tecnico:

  • Renzi stringe un patto con il centro destra, che non si capisce bene se comprenda anche la scelta del Presidente [pare di no, ma chi può saperlo…], dichiara che il Presidente verrà eletto alla quarta votazione e poi, in ultimo, esplicita il nome prescelto, e chi c’è c’è.
  • Tutti si infastidiscono un po’, perché il premier sostanzialmente dice Il pallone è mio o si gioca come dico io o me lo porto a casa. Ma, purtroppo per loro, nessuno è nella posizione di cambiare la rotta degli eventi, quindi fanno solo un gran casino, invocando una correttezza di metodo e un fair play che non si capisce bene da dove gli sia nato, a ‘sti poracci, che hanno fatto quel che gli è parso negli ultimi venti anni coi soldi nostri.
  • Renzi quindi vince con e su tutti e viene eletto un Presidente che, per nostra fortuna, pare una persona sobria, di garanzia e, pare, riformista.
  • Scoppia una bagarre mediatica insopportabile il cui leitmotiv è, appunto, che siamo vittime di una sorta di dittatura renziana.

Due cose mi hanno lasciata perplessa [anzi, una, l’altra la comprendo benissimo]. Le dico e le lascio un attimo lì. Primo, l’italiano medio, inteso in senso trasversale, non dispregiativo, l’italiano che va dal dirigente all’operaio al bar, sono anni che non fa altro che lamentarsi della classe politica, dei dinosauri del parlamento, di quelli legati alla poltrona, del vedere le cose gestite sempre nello stesso modo. Secondo, tutti i politici che, tagliati fuori dai giochi, hanno invocato onore e rispetto.

Un ragionamento che mi sembra, oggettivamente al di là dell’ideologia politica, sensato, è che Renzi ha sicuramente, in maniera agile e veloce, attuato un cambiamento di metodo. E il messaggio è chiarissimo, è il modo di agire di chi non vuole mischiarsi con la vecchia politica, di chi vuole fare diverso, di chi dice Bene, ora si gioca con delle regole nuove. Se vi va bene collaboriamo, se no, quella è la porta. E’ la mossa, personalmente credo anche ben giocata, di chi, per differenza, anche con una punta di sana presunzione [ma credo più lungimiranza], vuole tagliare fuori i rami secchi, finalmente. Perché i dinosauri di cui tutti si lamentano da anni, il derriere dalla poltrona non lo scolleranno mai senza un cambiamento radicale, che può anche essere visto come un atto di forza, ma cavoli, alla buon’ora! Come lo si smuove il paese senza cambiare il modo di fare le cose? Dobbiamo continuare ad aspettare di mettere d’accordo Alfano con Bersani e che la Meloni finalmente taccia? La politica si fa con il dialogo, ma se si dialoga con chi fa della resistenza al cambiamento la risposta a qualunque cosa, allora è tempo di fare spazio.

Tornando agli italiani, allora, la mia domanda è: ci lamentiamo da anni e quando arriva uno che cambia registro e, evidentemente, se ne frega di chi non ha una posizione collaborativa, se ne frega di fare il pacere, se ne frega delle resistenze, non ci va bene? I casi sono due: o gli italiani non sanno cosa dicono e quello che vogliono o c’è un problema [grosso] con il cambiamento. Che gli italiani siano degli inetti mi rifiuto di crederlo, sospetto piuttosto che la sottile paura che attraversa il paese, dal parlamento alla bocciofila, sia quella della filosofia del proverbio. Ovvero, siamo tutti politologi e filosofi, ma poi, stringi stringi, quando si tratta di cambiare, tutti [perché non ci si può aspettare di cambiare il paese solo al governo], sottovoce si sente sempre quello che, dalle ultime file, suggerisce Ricordate…chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che perde, ma non sa quel che trova. Che è come dire Quelli che conosciamo sono ladri e inconcludenti, ma almeno li conosciamo e, alla fine gli vogliamo un po’ bene. Alla fine, sotto sotto, l’italiano tifa per il furbo, perché metti caso che poi, ad esempio, le fatture le debba fare poi davvero tutte anche lui, nella sua trattoria. Perché se facciamo i furbi un po’ tutti, alla fine va bene, ci lamentiamo, ma noi siamo così. 

La posizione del Presidente del Consiglio alza tanta polvere perché non si sa cosa aspettarsi e, specialmente, si ha paura tutti di perderci qualcosa. Se parliamo poi dei polverosi personaggi a cui siamo abituati da anni non ci vuole Machiavelli per intuire che tutto il casino che stanno facendo è dato da ciò che, in gergo strettamente tecnico-politico, credo si chiami cacarella di perdere la poltrona.

Renzi ha deciso invece che Io ballo da solo. Le conseguenze delle scelte di governo che farà, con o senza il centro destra, non possiamo prevederle, ma, sicuramente, se non si stanca di ballare, qualcosa cambierà. Anzi, quando tutta la polvere sarà scesa e, si spera, sia rinata dalle ceneri la ragionevolezza di una dialettica politica sensata, probabilmente il risultato sarà più di unità [di una unità epurata, magari] di quanto ci si aspetti.

Del perche´ non avrei potuto votare Salvini

O del perche´ non avrei potuto votare chiunque faccia propaganda contro gli immigrati. Avrebbe potuto titolare anche cosi´ questo post, ma con Salvini riusciva meglio.
Cercando di non cadere nel buonismo spiccio, provero´ intanto a raccontarvi qualcosa dell’essere immigrati.
Essere immigrati significa essere innanzi tutto categorizzati: alien [di facile traduzione], waiguoren [straniero], laowai [caro vecchio straniero]. Piu´ in la´ del laowai non ci si arriva.
Essere immigrati significa che, se non sai la lingua del posto, probabilmente il 90% delle azioni piu´ banali, come chiedere una indicazione stradale, guardare la tv, chiedere una variazione al menu, ti riuscira´ difficile, se non impossibile. E provate voi ad imparare il cinese o il camerunese o il moldavo.
Essere immigrati significa che le persone ti guardano, sempre.
Essere immigrati significa che a volte, se esci distrattamente e, ad esempio, senza contanti, puoi non sapere come fare a tornare a casa, perche´ la tua carta di credito straniera non viene accettata.
Essere immigrati significa essere sempre riconosciuti in un luogo comune.
Essere immigrati, il piu´ delle volte, significa fare una scelta difficile, di sacrifici e di lavoro, lontani dalla parte migliore, gli affetti.
Essere immigrati significa, comunque, andare a rubare qualcosa a casa degli altri, che sia il lavoro di bassa manovalanza o il lavoro da manager [qui in Cina, ad esempio, non sono felici di averci a lavorare, perche´ noi stranieri veniamo ad occupare i posti migliori].
Gli immigrati che ci rubano i posti di lavoro e´ uno dei cavalli di battaglia migliori dei propagandisti. Propagandisti che probabilmente nelle aziende italiane non ci hanno mai messo piede, altrimenti saprebbero che, quando gestisci una selezione per una azienda italiana [e io sono Emliana, quindi parlo, per la maggioranza, di aziende che manca poco a pitturare di rosso anche la pareti dei gabinetti o di aziende con il diacono come responsabile di produzione] il primo requisito e´ no-extracomunitario e spesso anche no-meridionale; e combattere contro questo quando hai la persona giusta da far assumere e´ piu´ dura che patteggiare per una carenza di competenze. Gli esempi virtuosi ci sono, ma si contano ancora. I propagandisti dell’anti-immigrazione poi, oltre che retorici e scontati come vent’anni fa, sanno bene che ci sono gli immigrati di serie A e quelli di serie B, ma ben si guardano dall’attaccare quelli di serie A, che in Italia stanno portando i soldi che loro stessi politici si sono rubati. Forse se ne preoccuperanno tra poco, quando, ad esempio, i cinesi, smetteranno di salvare le nostre imprese in fallimento perche´ si renderanno conto che siamo un paese dalla politica troppo fragile per meritare milioni di euro in scommessa di ripresa. Tralascero´, perche´ e´ un affondo troppo facile, a questo punto, che noi, come tanti altri, siamo emigrati all’estero per colpa di chi adesso sventola la bandiera del nazionalismo, dopo aver passato gli ultimi decenni ad impoverire il Paese. In realta´, il grosso problema di chi fa propaganda, a destra e a sinistra, indifferentemente, e´ che non e´ onesto. E´ che divide tra immigrati buoni e immigrati cattivi, tra violenti buoni e violenti cattivi, tra ladri buoni e ladri cattivi, spesso discriminando in base all’utile che puo’ ottenere dalla categoria. Delle categorie degli onesti e dei disonesti, invece, non si sente mai parlare, da nessuna sponda. E saremmo anche un po’ stanchi di stare qui ad assistere a questi deprimenti spettacoli accusatori. Sarebbe interessante sentire parlare di persone, che possono essere oneste o disoneste, lavoratori o disoccupati, ma persone. O sentir parlare di lavoro, perche´ in Emilia-Romagna, di lavoro, ce n’e´ ancora tanto. A chi conduce gli studi mistici sull’astensionismo in Emilia-Romagna voglio dare un indizio: questa settimana a Shanghai si tiene il Bauma, manifestazione fieristica industriale di rilevanza mondiale; l’Italia e´ rappresentata da 92 aziende, il 90% delle quali si trova tra Modena, Reggio Emilia e Parma.
Che invece di venire a mettere la schedina nell’urna delle scuole elementari di paese la gente fosse tutta a lavorare?