Cara

È un grattacielo come avevo visto solo nei film americani prima, di quelli con la scala antincendio di ferro sul lato, che parte dal cortile sul retro e arriva in cielo. È notte e si accende una sigaretta nel buio del ventesimo piano. Attraverso i palazzi, un orizzonte di case e uffici, segretarie e palestre, semafori rossi e pennacchi di verde di parchi incastrati tra strade che portano sempre a qualcosa. È il vento che confonde, fa girare la testa e tremare le gambe, troppo in alto. Solo nei tre palazzi attorno ci saranno abbastanza persone per abitare un qualsiasi paese di una qualsiasi parte del mondo diversa da una metropoli. Nessuno sa perché siamo qui, le nostre storie, ne noi le loro, ma non ci si libera mai del bisogno di essere qualcosa per qualcuno. Nonostante ciò, sopravviviamo.

Cosa ho davanti, non riesco più a parlare

Dimmi cosa ti piace, non riesco a capire, dove vorresti andare

[…]

Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento

[…]

La notte ha il suo profumo e puoi cascarci dentro che non ti vede nessuno

[…]

Così come una farfalla ti sei alzata per scappare

Ma ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodare

Se non fossi uscito fuori per provare a anch’io a volare

[…]

Cara – L. Dalla


Lo spazio del ritorno

A Shanghai la notte è già scura alle cinque del pomeriggio, ma non c’è mai completamente buio. Quando rientro a casa, sfrecciando sui taxi pastello che solcano la sopraelevata, è sempre un incanto. Il cielo è di un nero irreale e dai grattacieli piove una luce polverosa e zuccherina, bracciali di diamanti splendenti riposti nei loro astucci di velluto nero, perle solitarie incastonate in pavè di rubini e smeraldi che si rincorrono a intermittenza. Una piccolissima Alice dopo la pozione, che guarda dal basso in alto una gigantesca gioielleria.

Il ritorno esercita un fascino particolare su di me, è un momento chiuso, privato, silenzioso, di passato prossimo. Il ritorno è sempre in un non-luogo: lo spazio metafisico di un’auto, le piccole trasparenti capsule dei seggiolini di un treno o di un aereo, la traiettoria precisa di un cammino. Il ritorno è lo spazio dei ricordi appena accaduti, il prolungamento di una serata goduta o la coda biforcuta di un incontro da dimenticare. Non importa la qualità del ricordo, il ritorno è lo spazio di accoglienza, la sala d’attesa dei ricordi, prima di farli accomodare, completamente nostri, a mischiarsi con gli altri.

Quando ero piccola e dovevamo rincasare da qualche posto, non volevo mai. Perché il ritorno non ha un tempo. Il viaggio di ritorno era sempre più corto dell’andata e, avevo la sensazione, che nell’istante in cui mio padre decretava Andiamo a casa. fosse già tutto finito. Passavo il viaggio a fissare il finestrino, tra lo specchio del mio viso e le stelle. Oppure mi addormentavo, per sognare subito meglio [non sono mai stata una bambina paziente] e rivivere di nuovo i finali.

Ogni volta che ora, da grande, torno da qualche posto, sento nelle orecchie in un crescendo questa canzone e capisco che è l’ora dei ricordi e delle immagini veloci che passano tra il finestrino e l’anima.

 

Neroli #labellezzadelleparoleinutili #weekuno

Vento sulle gambe nude. Aspettiamo la tempesta.

[E’ molto tardi, la´ fuori, e il caldo ci ha appena abbandonati. Ci fermiamo ancora a godere di noi, non e´ ancora abbastanza. Lei, slip, maglietta e bottiglia di vino. Lui, sigari e libri. Un balcone piccolo per aspettare la tempesta insieme. Serve un luogo che non esiste per spiare il mondo da semplici spettatori. Queste sere, si sta meglio a guardare. Lascia fare, senti che pace. La tempesta arriverà e l’aria sara´ più fresca, e tu, avrai solo dovuto guardare.]

20140618-064708-24428465.jpg

Al dolore ci si presenta da soli

Sabato notte abbiamo rischiato di perdere il nostro pulcino. Siamo stati superficiali, non lo abbiamo ascoltato e lui ha rischiato di morire per un colpo di calore. A chi pensa che esageri parlando di dolore per la paura di perdere un cane, consiglio di smettere di leggere, proprio di smettere di leggere in generale il mio blog, perché non hanno idea di cosa sia la bellezza, e io non glielo posso di certo spiegare. Le lacrime che abbiamo versato davanti a quella clinica quando ci hanno detto che non ce l’avrebbe fatta, non me le dimenticherò mai. Non dimenticherò mai noi in casa, alle due di notte, in silenzio a guardare il vuoto, con le finestre aperte sul niente. Non potevamo abbracciarci. Il dolore ci divideva. Un dolore così forte da togliere il fiato, letteralmente. Perché davanti al dolore, quello vero, non ci si può presentare in coppia, per mano a chi ci ama e ci aiuta, ci si presenta da soli. Col proprio carico di sensi di colpa e lacrime. Da soli, assolutamente, non esiste nessun altro nel mondo a parte noi e il nostro dolore. Sara´ perché quel cucciolo l’abbiamo scelto noi, la vigilia di Natale e l’abbiamo portato a casa subito e non ce ne siamo più separati, l’abbiamo cresciuto, pulito, curato, amato, tutti i giorni da due anni e mezzo a questa parte. Sara´ perché tutti da noi si aspettano un figlio, noi compresi, che forse noi, da lui, ci aspettiamo che non ci lasci mai, l’abbiamo caricato di questa responsabilità.
E lui e´ un bullo vero, un coraggioso. E ce l’ha fatta ancora, a respirare da solo e a rimanere con noi.
Grazie.

Noi ti festeggiamo così, piccolo mio.

20140611-002018-1218506.jpg

Sporco, porco e snob [ma sopratutto, fuori luogo]

Mettete cinque più che trentenni una sera, qualche drink in più e il cuore pazzo per stare fuori una notte ancora. Metteteli in un locale grondante di nostalgia e di nuova gioventù, un locale rock, in cui ci sono sempre solo stati i giovani, dove, grazie al cielo, non sono mai arrivati i sessantenni giovanili. Il risultato, da vedere, e´ pessimo, ve lo dico io. Sono fuori luogo. Un ragazzo nato quando loro già pensavano alle versioni di latino tra i banchi di scuola, li guarda incuriosito. Bevono, ballano, ridono, si abbracciano. Vorrebbero essere ancora a 15 anni fa o forse solo sentire oggi il diritto di essere felici o disperati come allora. Ma quindi, cos’e´ fuori luogo? Il PR che rotola verso i cinquanta e si ostina al capello lunghetto-abbronzaturina-giacchetta stretta-smart bianca? La povera grupie che non capisce che LUI NON TI VUOLE? Il progressista in ciabatta di cuoio, barba, occhiale spesso, ricercatissimo, draught beer e ipad nella borsa di juta, che più che una conversazione e´ un concerto di citazioni cinematografiche [solo noiosissime retrospettive danesi, di sinistra]? Questi, più che altro, sono dentro ai luoghi, non fuori. Sono talmente dentro al luogo in cui vogliono essere che ci hanno pensato una vita, a come starci. Talmente concentrati sul luogo in cui vogliono stare che non pensano ad altro, studiano tutti i particolari, così poco disinvolti. Sembra che non vadano di corpo da secoli. Non e´ facile simpatizzare coi luoghi comuni, hai sempre la sensazione che ti stiano raccontando la realtà che vorrebbero. Un po’ come quelli che si sono sempre sentiti americani dentro [e non infieriro´ su chi si e´ sempre sentito, mi provoca l’orticaria a prescindere dal cosa si sia sempre sentito, santo cielo] e che a New York ci sono stati una mezza volta, per sbaglio. Un po’ come Ligabue vs Vasco. Ligabue racconta benissimo storie di rock di provincia. E´ perfetto, scritto bene, vestito bene, ha persino cambiato taglio di capelli, verso i cinquanta, perché il lunghetto da uomo e´ il minigonna vaginale da donna, dopo i 40 pare brutto. Mai fuori luogo, benefattore, sempre lucido, regista, scrittore, e che palle. Vasco e´ rock. Non ti racconta un cazzo, se lo capisci, bene, se rimani fuori dalla porta, peccato. Non ha luoghi in cui stare, se non quelli dove ha voglia. E quando se ne va non saluta.
Fuori luogo. E´ rassicurante, fuori luogo. E´ quella personalità ingombrante che sta un po’ bene con tutto, che non può non affascinare.
Sporco, porco e snob.
Ma cosa sapete della vita se non vi siete sporcati una volta almeno, se non vi siete messi alla prova, forzati, se non vi siete messi in ridicolo e poi vergognati? Se non avete mai perso. O se non volete ammetterlo.
Cosa ne sapete, se non avete mai guardato nel vostro compagno o nella vostra compagna il peggio, e l’avete invidiato, e vi siete sentiti, in fondo, sporchi. Cosa sapete di voi stessi, se dopo una buona azione, non avete mai avuto il coraggio di guardare allo specchio quel sorrisetto compiaciuto, di chi oggi e´ un uomo buono.
E che cosa vi vorrete essere sempre sentiti, signore benedetto, se non vi siete mai sentiti un po’ [o anche molto, perché no] porci o porche, gratis o a pagamento, scelti o sceglienti. Materiali.
Perché vedete, se i conti con chi siamo non li abbiamo ancora fatti, molto probabilmente non sara´ difficile essere dentro il luogo che più ci piace, ma sara´ impossibile essere bellissimi dentro un luogo che non e´ affatto il nostro. Fingero´ di ignorare quanto sia snob stendere il manifesto dell’imperfezione come perfezione in ogni non-luogo, ma del resto, o si gioca per vincere, o non si gioca. O almeno per provarci.

“Siamo Solo Noi”