Paraculismo femminile

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Questa mattina mi sono alzata con l’ottimo proposito di scrivere un bell’articolo sulle donne, il loro coraggio, la loro forza e bellezza.

Poi mi sono imbattuta in questo articolo: Mamme Pentite.

Vi prego di leggerlo, qui riassumo il punto fondamentale. Si tratta di uno studio condotto da una ricercatrice israeliana su un campione di donne (israeliane) che sostengono di essere pentite di essere diventate madri. 23 donne che se tornassero indietro non farebbero più figli perché avendo dovuto rinunciare a ciò che erano prima della maternità si sono trovate un giorno ad odiare ciò che erano diventate. La ricercatrice rileva come elemento scandalo della ricerca il fatto che la società odierna sia totalmente proiettata sul futuro, non permetta di guardarsi indietro rimpiangendo una scelta non modificabile. La sociologa dichiara poi che a 16 anni non era il suo sogno essere madre e si sentiva diversa dalle altre ragazze che volevano figli. Infine, imbeccata dalla giornalista, la Donath afferma che il suo studio sia applicabile anche fuori da Israele, in occidente ad esempio. Su quali basi, non ci è dato sapere.

Ciò che sta infiammando la mia tastiera non è il risultato dello studio, anzi mi sorprende che non ne abbiano trovate 23mila di donne pentite. Non mi sembra ne uno scandalo ne una sorpresa che esistano donne che, pur amando i propri figli, siano infelici e si pentano della propria scelta.

Intanto, le premesse, partendo dalle robe semplici. Togliamoci subito di mezzo la conclusione semifilosofica sul non potersi guardare indietro, anche condivisibile se vogliamo, ma del tutto marginale. In secondo luogo, anche io a 16 anni non volevo figli, a 16 anni volevo fare una cosa diversa ogni tre giorni, sognavo lo scooter e lottavo per rientrare all’1 invece che a mezzanotte e mezza. Certamente alcune mie compagne di liceo sognavano di essere mamma e moglie e mi sarò sentita diversa da loro, ma nei successivi quindici anni di vita di cose ne sono successe e, grazie al cielo, con noi sono maturati anche i nostri sogni. Infine, l’articolo è intellettualmente disonesto, ci vuole far credere di parlare di uno studio di una ricercatrice israeliana, ma siamo in Italia, vuole parlare di noi donne italiane, non delle donne in generale, tantomeno di quelle israeliane. Lo spirito del discorso, che serpeggia nell’impianto dato all’intervista, punta a sostenere un certo tipo di faziosità, molto popolare sul web delle donne 2.0 (magari nell’inconsapevolezza dell’autrice eh… ma l’articolo, di fatto, ottiene questo seguito e mi si è presentato tramite una condivisione su Facebook), che sostiene l’orgoglio: sono una donna non sono una mamma . I capisaldi sono sempre gli stessi: il desiderio di maternità è frutto della pressione sociale, siamo considerate cattive perché non vogliamo figli, io scelgo la carriera, io scelgo il mio corpo, etc…

Non volere figli non è una colpa, non dovete giustificarvi. È insopportabile e tremendamente femminile (e femminista). Oltre che totalmente fuori moda. La storia che la società civile preme per la donna mamma è totalmente fuori moda. Ci lamentiamo tutti i giorni che siamo discriminate, che non possiamo avere figli perché perdiamo il lavoro, che dobbiamo rinunciare ai nostri sogni e poi dobbiamo anche sbracciarci per giustificare perché non li vogliamo i figli? Per non parlare del fatto che ormai le cose sono quasi rovesciate: se sei giovane, hai studiato, hai un buon lavoro e ti sposi e vuoi avere dei figli subito sei vista dalle stesse donne, presumibilmente tue alleate, come quella che rinuncia, quella che aveva grandi ambizioni e poi… vedi alla fine finisce come sua madre. 

No, c’è qualcosa che tocca, come si direbbe dalle mie parti. Sgombro subito il campo da facili polemiche, la discriminazione per essere rimasta incinta l’ho subita, addirittura a seguito di un aborto spontaneo. So anche cosa significhi essere madre, perché poi alla fine un figlio l’ho avuto. Quindi so di cosa stiamo parlando.

Quello che  mi fa infuriare è che si trovi coraggioso dichiarare di essersi pentite di aver fatto figli, rovesciando la responsabilità su altro (la società, ad esempio). Il problema non è nel desiderio; esistono, sono esistite ed esisteranno sempre donne che vogliono figli, donne che non ne vogliono, donne che non li hanno voluti, donne che amano e donne che non amano, anche.

Il problema è nelle scelte e nella onestà rispetto ad esse.

Se hai fatto un figlio e poi te ne sei pentita perché non sei più quella che eri, non dare la colpa al figlio o alla società. La colpa è tua, che non hai trovato il modo di continuare ad essere la donna che eri o di esserne una nuova. Il giorno del parto non cambia nulla, sapete? Se non che un essere umano esce dal tuo corpo e diventa tuo figlio. Ma tu, donna, non diventi madre automaticamente. E, soprattutto, non diventi madre e basta. Diventi, col tempo e con la pratica, qualcosa di più. E questo implica più fatica, più impegno. Se lasci che le cose avvengano, senza riflettere su chi stai diventando, senza parlarne al tuo compagno, senza inventare modi per la nuova te stessa, te ne penti. E non puoi dare la colpa al figlio o alla società. Su questo bisognerebbe riflettere prima di fare dei figli. La vita non si vive da sola, i figli non si crescono da soli, i sogni non realizzano da soli.

Il problema invece è rovesciato, la società è progredita, è diventata molto più complessa e noi siamo rimaste le mamme delle nostre mamme. Siamo cresciute, abbiamo studiato, ci siamo preparate per essere donne del 2010 e poi siamo le madri del 1950. Perché se si parla di istruzione andiamo nelle migliori università, facciamo erasmus, master, viaggi, scambi culturali, ma se si parla di crescere figli ci affidiamo per la maggior parte a quello che ci insegnano le nostre madri o le nostre nonne? Siamo mediamente più istruite, abbiamo viaggiato di più, conosciuto più persone, vissuto esperienze diverse, ma la madre la facciamo coi parametri di 50 anni fa. O fai carriera e rimani magra e bella e non fai figli oppure fai figli e ti chiudi in casa a mangiare patatine sul divano con il culo che cresce di giorno in giorno. Ma ci credo che una va in depressione e si pente pure! Chi pensa che diventare madre implicherà i sacrifici che sua madre ha fatto per lei, ha perso in partenza. Ne implicherà di diversi, di nuovi. Ci saranno nuovi ostacoli e nuove sfide che le nostre madri non hanno vissuto. La battaglia è essere donne e madri, non donne o madri. Esistono tutti i mezzi per poterlo fare, credetemi. La società ci aiuta? No. È facile? No. Ma il riuscirci sta solo a noi. Conosco donne fortissime, che sono mamme e imprenditrici, mamme e responsabili marketing, mamme e insegnanti. Conosco donne che hanno scelto di non lavorare in azienda, per passare più tempo coi figli e, forse, combattono ogni giorno con la fatica di ricostruire se stesse, perché senza un lavoro riconosciuto sentono di non avere più una identità, una utilità civile: perché il solo fatto di non lavorare non le rende bambinaie. Conosco anche donne che non hanno figli perché non li desiderano e non credo che siano peggiori di me.

Non volete figli? Non li volevate? Bene, possiamo discutere all’infinito su cosa sia più bello o più faticoso, se essere madri o meno. Ma riguardo alle scelte, tutte le scelte che una donna può fare in merito al suo apparato riproduttivo sono rispettabili e ne vanno, a tutti i costi, difesi i diritti.

Quello che non è accettabile, da donna a donna, è il cercare colpevoli, cercare giustificazioni, diventare vittime. Non cadiamo in un comodo paraculismo femminile.

Questo no, dai, proprio all’indomani della festa della donna, che avete tutte celebrato sui social con quei bei post di orgoglio femminile, suffragette style e ricordo alle cadute, che vanno tanto di moda.

Abbiate un po’ di coraggio, anche voi, come lo hanno avuto quelle donne che ci avete ricordato.

(foto dal web)

La teoria del lavoro (della vita, dell’amore)

Su Internazionale di questa settimana era riportato un interessante articolo di James Douglas “La teoria del lavoro secondo la Pixar”. L’articolo suscitava il mio plauso rigo dopo rigo, in un crescendo di approvazione per le pertinenti riflessioni del giornalista, fino a tre quarti dall’inizio, punto in cui si tirano le conclusioni. Riassumo brevemente l’argomento, ma se ne avete l’occasione consiglio la lettura. Il giornalista effettua una precisa disamina di tutte le pellicole Pixar, scandagliando plot, morale e contro-morale ed associando questa analisi ad una perspicace indagine fatta sul mondo del lavoro reale in Pixar. La tesi è che le pellicole Pixar, in modo omogeneo, sostengano la filosofia del dinamismo perpetuo come unica via per essere un buon essere umano, infatti, il giornalista cita diverse pellicole in cui i sentimenti di staticità, pigrizia, inutilità e quindi tristezza vengano associati alla spazzatura, alla morte morale del personaggio. Spiega poi come in Pixar ci sia una organizzazione risorse umane tipicamente googleiana, ambiente flessibile, amichevole, confortevole, in cui anche i contabili vengono edotti al mondo del cinema perchè, secondo Douglas, un contabile non può essere solo un contabile oppure in cui vengono serviti corn flakes gratis, perchè così, sempre secondo Douglas, puoi iniziare a lavorare a colazione. Il modello per il quale, quindi, la vita lavorativa coincide totalmente con quella privata (felice di andare al lavoro). Queste considerazioni confluiscono nella tesi finale: la teoria del lavoro della Pixar coincide con l’anima del capitalismo puro in quanto come un capitale lasciato fermo è morto, così un uomo che smette di produrre e migliorarsi (va in pensione, non è aggiornato con i tempi, è disoccupato, è depresso, etc…) smette di essere utile e quindi diventa spazzatura, muore. L’analisi di Douglas sui films Pixar è condivisibile, come anche l’associazione ad un modello di crescita umana tipicamente da Silicon Valley che ormai tutti conosciamo (più o meno bene). Diciamo anche che la Pixar è l’Impero del Male. Infatti è decisa l’accezione negativa che ad un certo punto si evince: il giornalista usa l’espressione “Un’idea che può sembrare divertente sulle prime ma che ha qualcosa di sinistro”. Conclusione, definitiva e certa, un po’ superficiale e soprattutto un tantino vecchia.

Che il modello lavorativo sia cambiato non è roba di quest’anno. Fluidificare il lavoro infiltrandolo in pieghe in cui prima non era previsto attraverso l’uso di espedienti (la mail del lavoro push sul cellulare, l’area colazione o relax in ufficio) che presuppongono implicitamente l’idea che il lavoro abbia un ruolo più capillare e meno a compartimenti stagni nella nostra vita coinvolge già da anni aziende che con San Francisco hanno in comune probabilmente solo il prefisso San. E non sono convinta, come viene sostenuto nell’articolo, che alla fine si lavori di più e in schiavitù, credo che sia piuttosto un metodo di distribuzione delle risorse diverso e che, su alcuni soggetti, promuova addirittura lassismo e la tendenza a perdersi. Insomma, non tutti sono fatti per una gestione responsabilizzata del proprio lavoro.

Ma questa è una considerazione di metodo, ovviamente opinabile. Douglas, con taglio critico, chiude l’analisi filmografica: “Film dopo film, la Pixar propone storie di personaggi che si sforzano di essere migliori di quello che fanno, o comunque di dimostrare la loro utilità”.

Spesso, quando si è senza lavoro, perchè si sta cercando ancora il proprio posto nel mondo, perchè lo si è perso, perchè lo si è lasciato o perchè si è terminata la propria carriera, è facile sentirsi persi, poco utili, improduttivi, invisibili e è un meccanismo automatico il mettersi alla ricerca o alla nuova ricerca di una vocazione. E’ il fatto che questo venga identificato come un sottoprodotto mostruoso del capitalismo (sottinteso: che ha fatto di noi una società di lupi, arrivisti e competitivi e completamente assorbiti dal  lavoro) che trovo davvero retrò. Voglio dire, Fight Club (per rimanere nel pop) è del 1999 (il film, il libro del 1996), suvvia. Sono successe molte cose, dopo. Prima di tutto, la contingenza: oggi una grande quantità di persone è senza lavoro, il lavoro che ha fatto per una vita intera spesso, ed è necessario che trovi una nuova vocazione, per trovare un nuovo lavoro.

Infine, perchè sono una romantica, io spero, auspico, ad una umanità che cerchi sempre di migliorarsi.

Ed il motivo è questo. Parla della scrittura, ma mi pare anche di tutti i mestieri del mondo:

“Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse. Il talento è solo uno strumento. E’ come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece di quella che vuole soltanto essere amata.”

(David Foster Wallace)

Quando il come viene prima del cosa (e del quanto)

In tutti i corsi base di primo soccorso, più della perfezione dei gesti da effettuare per salvare la vita della vittima in gravi condizioni, viene insegnato un concetto basilare, uno schema di comportamento. Nella situazione di emergenza c’è una, una sola, persona che prende la direttiva e che attribuisce i compiti, con decisione – ‘tu, chiama il 118’, ‘ tu, dammi il cambio nel massaggio cardiaco’. Nella emergenza non c’è tempo per il Lei, ci sono solo Tu. E, soprattutto, non ci si mette a discutere su cosa fare, si agisce, velocemente. Perché? Non ci potrebbero essere scelte migliori di altre? Forse. Ma quando una persona sta morendo, qualunque scelta è migliore di nessuna scelta. E discutere equivale a perdere tempo. E perdere tempo è non scegliere. E la vittima muore.

E’ già parecchio tempo che seguire una tribuna politica in televisione mi risulta di grande difficoltà, non mi arrabbio più, il mio cervello semplicemente rifiuta di ascoltare, si annoia, chiude. Non è per il contenuto, ma per il contenente. I vecchi schemi del dire tutto e il contrario di tutto, ma soprattutto, tutto e niente. La faciloneria. La retorica delle frasi fatte. L’opposizione incomprensibile. E’ un teatrino vecchio e insopportabile, tale da irritare molto di più di una idea con la quale non si è d’accordo [si capisse, una idea]. Se è vero che il paese sta morendo, allora forse non è più il momento di discutere sul cosa, ma di rendersi disponibili per il come, attuare una soluzione. E’ il tempo dell’agire, non del parlare. Di questo, francamente, siamo stanchi.

Il cielo d’Irlanda galoppa sul tetto del pullman gremito e rumoroso. Le cuffie nelle orecchie mi isolano e provo a scattare una foto. Il verde bagnato mi entra nelle ossa e vorrei un maglione spesso da indossare a pelle, anche se è agosto. Mi innamoro vagamente di un collega. Ogni tanto mi addormento e risveglio alla prima curva che l’autista rubicondo continua a prendere a tutta velocità. Sono almeno trenta ore che non dormo e stanotte l’ho passata scovare manipoli di ragazzini nascosti a fumare nelle camere delle ragazze. Ho sorriso sotto i baffi, a fare la guastafeste. Ho imparato perché i limiti servono e crescere è confrontarsi con essi. Ho assistito alla gioia dell’adolescenza. Mi pagavano 430 euro netti per 24 ore su 24 e la responsabilità di 150 ragazzini, avevo 24 anni ed ero felice.

E’ facilissimo cavalcare la polemica dei giovani che hanno rifiutato i 1300 euro [che poi erano 500] per lavorare all’Expo, quindi lo farò. Non è per il contenuto [il cosa, o meglio, il quanto], ma per il contenente. E’ il come, l’esperienza. Se hai trent’anni e una famiglia da mantenere o se sei un libero professionista in cerca di un nuovo impiego, i discorsi sulla filosofia del lavoro, la giusta retribuzione, il rispetto della professionalità, hanno un senso [discutibile, ma ce l’hanno]; ma, se di anni ne hai venti e non sei niente, perché, [offendetevi pure] a vent’anni, sei appena uscito da scuola e non sai che cos’è il lavoro, figuriamoci il resto, allora la bandiera dello sfruttamento è una pietosa retorica. A vent’anni, bisognerebbe volerci andare gratis a lavorare in una delle manifestazioni più importanti del pianeta. Dovrebbe esserci l’entusiasmo, al di là del cosa materialmente si farà e di quanto si verrà pagati per farlo, per una esperienza che permette di conoscere, incontrare, fare. Probabilmente, i genitori che hanno sconsigliato ai figli di accettare anche solo i 300 euro netti che sarebbero rimasti loro in tasca, a conti fatti, preferiscono avere figli sul divano a lamentarsi, piuttosto che a fare esperienze che, male che vada, saranno ricordi. La crisi, di grave, ci ha fatto questo, ci ha fatto quantificare, continuamente. Se sei impegnato a quantificare, perdi di vista la bellezza dell’esperienza, nel senso letterale dell’esperire [dal latino, experiri, da peritus «perito, esperto»], sperimentare situazioni, gli effetti su te stesso e l’opportunità di imparare, di diventare esperto. Che, a vent’anni, vale ben più di 500 euro.

Del perche´ non avrei potuto votare Salvini

O del perche´ non avrei potuto votare chiunque faccia propaganda contro gli immigrati. Avrebbe potuto titolare anche cosi´ questo post, ma con Salvini riusciva meglio.
Cercando di non cadere nel buonismo spiccio, provero´ intanto a raccontarvi qualcosa dell’essere immigrati.
Essere immigrati significa essere innanzi tutto categorizzati: alien [di facile traduzione], waiguoren [straniero], laowai [caro vecchio straniero]. Piu´ in la´ del laowai non ci si arriva.
Essere immigrati significa che, se non sai la lingua del posto, probabilmente il 90% delle azioni piu´ banali, come chiedere una indicazione stradale, guardare la tv, chiedere una variazione al menu, ti riuscira´ difficile, se non impossibile. E provate voi ad imparare il cinese o il camerunese o il moldavo.
Essere immigrati significa che le persone ti guardano, sempre.
Essere immigrati significa che a volte, se esci distrattamente e, ad esempio, senza contanti, puoi non sapere come fare a tornare a casa, perche´ la tua carta di credito straniera non viene accettata.
Essere immigrati significa essere sempre riconosciuti in un luogo comune.
Essere immigrati, il piu´ delle volte, significa fare una scelta difficile, di sacrifici e di lavoro, lontani dalla parte migliore, gli affetti.
Essere immigrati significa, comunque, andare a rubare qualcosa a casa degli altri, che sia il lavoro di bassa manovalanza o il lavoro da manager [qui in Cina, ad esempio, non sono felici di averci a lavorare, perche´ noi stranieri veniamo ad occupare i posti migliori].
Gli immigrati che ci rubano i posti di lavoro e´ uno dei cavalli di battaglia migliori dei propagandisti. Propagandisti che probabilmente nelle aziende italiane non ci hanno mai messo piede, altrimenti saprebbero che, quando gestisci una selezione per una azienda italiana [e io sono Emliana, quindi parlo, per la maggioranza, di aziende che manca poco a pitturare di rosso anche la pareti dei gabinetti o di aziende con il diacono come responsabile di produzione] il primo requisito e´ no-extracomunitario e spesso anche no-meridionale; e combattere contro questo quando hai la persona giusta da far assumere e´ piu´ dura che patteggiare per una carenza di competenze. Gli esempi virtuosi ci sono, ma si contano ancora. I propagandisti dell’anti-immigrazione poi, oltre che retorici e scontati come vent’anni fa, sanno bene che ci sono gli immigrati di serie A e quelli di serie B, ma ben si guardano dall’attaccare quelli di serie A, che in Italia stanno portando i soldi che loro stessi politici si sono rubati. Forse se ne preoccuperanno tra poco, quando, ad esempio, i cinesi, smetteranno di salvare le nostre imprese in fallimento perche´ si renderanno conto che siamo un paese dalla politica troppo fragile per meritare milioni di euro in scommessa di ripresa. Tralascero´, perche´ e´ un affondo troppo facile, a questo punto, che noi, come tanti altri, siamo emigrati all’estero per colpa di chi adesso sventola la bandiera del nazionalismo, dopo aver passato gli ultimi decenni ad impoverire il Paese. In realta´, il grosso problema di chi fa propaganda, a destra e a sinistra, indifferentemente, e´ che non e´ onesto. E´ che divide tra immigrati buoni e immigrati cattivi, tra violenti buoni e violenti cattivi, tra ladri buoni e ladri cattivi, spesso discriminando in base all’utile che puo’ ottenere dalla categoria. Delle categorie degli onesti e dei disonesti, invece, non si sente mai parlare, da nessuna sponda. E saremmo anche un po’ stanchi di stare qui ad assistere a questi deprimenti spettacoli accusatori. Sarebbe interessante sentire parlare di persone, che possono essere oneste o disoneste, lavoratori o disoccupati, ma persone. O sentir parlare di lavoro, perche´ in Emilia-Romagna, di lavoro, ce n’e´ ancora tanto. A chi conduce gli studi mistici sull’astensionismo in Emilia-Romagna voglio dare un indizio: questa settimana a Shanghai si tiene il Bauma, manifestazione fieristica industriale di rilevanza mondiale; l’Italia e´ rappresentata da 92 aziende, il 90% delle quali si trova tra Modena, Reggio Emilia e Parma.
Che invece di venire a mettere la schedina nell’urna delle scuole elementari di paese la gente fosse tutta a lavorare?

Belle novita´, ne abbiamo?

Oggi e´ giorno di nuovo look, come potete vedere, ma non solo. Oggi e´ il giorno in cui cevalentine.wordpress.com diventa povericuoriumani.com, registrando un dominio vero e proprio. Diventiamo grandi insomma. Da quando e´ online, Poveri Cuori ha ricevuto 12.300 visite, mi sembrava l’occasione buona per celebrare e, ovviamente, per dire Grazie! a chi continua a dedicare un po’ di tempo a leggermi.

Perche´ un vestito nuovo, più serio e ricco?
Sapete, da qualche mese a questa parte un pensiero mi perseguita. Ho lasciato il mio amato lavoro volontariamente con la fortuna in mano di poter scegliere di fare quello che voglio. Ecco, e adesso quindi cosa faccio? Il pensiero di non lavorare più, quindi di non produrre, mi stava facendo sprofondare nel tunnel dell’inutilità, mi ero identificata a tal punto nel mio lavoro che non potevo essere altro. Perche´ non possiamo semplicemente essere?
Una frase letta in un oroscopo snob, qualche giorno fa, mi ha fatto riflettere.

Preoccupati meno di chi pensa che sei splendido come il sole e dedica più attenzione alle persone che accettano e amano il tuo lato oscuro.

Il problema e´ che non vogliamo semplicemente essere, vogliamo essere solo la parte bella di noi. Ci ho pensato un po’ e le persone che cercano di essere sempre meno imperfette, sono quelle che mi piacciono sempre meno. Non so se ce la faro´ a sopportare di non essere indispensabile alle giornate di colleghi e clienti, sicuramente povericuoriumani.com sara´ il mio baluardo, un luogo dove c’e´ il chiaro e lo scuro, dove realizzo i miei sogni, dove mi piacerebbe ospitare amici che passano anche solo per vedere come va.