Nel nome di cosa?

Una donna litiga con il fidanzato. Esce la sera, come spesso le capita, con amici, in zone conosciute. Beve, forse si droga e finisce a casa con un uomo appena conosciuto. Viene ritrovata uccisa, si saprà poi, uccisa dallo stesso uomo.

Questo succede pochi giorni fa ad Ashley Olsen, americana che vive a Firenze. Immediatamente si aprono le fazioni. I punizionisti del se l’é cercata contro i paladini della libertà delle donne del la donna deve avere il diritto di fare quello che vuole! Sapeste come mi spaventano gli slogan… e qui ne abbiamo da vendere da entrambe le parti. Anzi tutto, se vogliamo proprio iniziare essendo puntigliosi, chi accusa di moralismo i fautori del se l’è cercata, sta, nelle argomentazioni, nello stesso moralismo. Infatti, che si sostenga che una donna sia in parte colpevole del proprio omicidio o piuttosto una martire a cui è stata sottratta la libertà, è sostanzialmente indifferente partendo dal medesimo presupposto ovvero che la donna avesse o no il diritto di essere di facili costumi. Quindi la donna era di facili costumi, abbiamo decretato all’unanimità. Io stessa, iniziando di impeto a scrivere questo articolo, non avevo esitato a definire la donna disinibita. Ma questo non è un fatto, questo è un giudizio. Se vogliamo parlare di fatti, io trovo più oggettivo dire che una persona si è trovata in una situazione di potenziale pericolo ed il caso ha voluto che, per mano di un’altra persona che ne ha approfittato, il pericolo si verificasse. Ma, nel nome di cosa?

Il problema é che la maggioranza delle opinioni che si leggono in seguito a casi come questo non centra il problema, sono una superficiale presa di posizione di scarsa utilità. È becero e ottuso sostenere che la vittima si sia volontariamente messa in pericolo o peggio si sia meritata la morte (ma dove siamo, sullo Stige?), quanto è di una ovvietà avvilente dire che è ingiusto che una donna venga uccisa a causa dei suoi costumi (anche sessuali). Quindi, se siamo tutti d’accordo, diciamo come premessa che nessuno si merita la morte, anche perché, nei fatti, nessuno è libero di uccidere qualcun altro e, se lo fa, viene punito. Ma, se nessuno è libero di uccidermi (0 di usarmi violenza), ma io so che ci sono situazioni in cui, potenzialmente, questo può accadere comunque, più facilmente che in altre, io sono comunque libera di fare tutto quello che voglio? Se so che posso trovarmi in una situazione fuori controllo, con persone che non conosco, sono comunque libera di incorrere deliberatamente in queste situazioni? Certo. Queste mie scelte giustificano le altre persone ad abusare della mia libertà a loro favore? No. Per essere più sfacciati. Ho il diritto di mettermi un abito succinto, uscire di notte con le amiche, trovare in un locale qualche ragazzo  carino, bere qualche drink, magari appartarmi con loro, in auto per divertirci un po’? Certo. E se ad un certo punto non mi divertissi più e volessi tornare dalle mie amiche, nonostante la situazione si fosse surriscaldata? Questi ragazzi avrebbero il diritto di non ascoltare il mio no e di continuare, magari usandomi violenza? No di certo. Bene, sulla banale affermazione che ognuno è libero di vivere come vuole ci siamo.

Non è la libertà stessa, ma la connessione tra libertà e responsabilità. Credo che esista una responsabilità nei confronti di se stessi. E credo che questa responsabilità sia legata a doppio filo con la libertà che possiamo esercitare. Anzi, personalmente credo che sia più importante della libertà stessa. Esistono situazioni più pericolose di altre, se io, adulto consapevole, decido di rimanere in tali situazioni, in compagnia o addirittura solo, decido di rischiare. Questo in nessun modo giustifica un atto violento nei miei confronti, ma potrebbe facilitarlo. Uso il condizionale perché non voglio mettermi a fare una analisi statistica delle condizioni in cui si verificano atti violenti, è tuttavia sufficiente ciò che la nostra mente percepisce come pericolo per farci riflettere sul perché lo stiamo correndo. Se faccio entrare in casa mia uno sconosciuto e siamo soli e probabilmente non sono nemmeno totalmente lucida, molto probabilmente non succederà nulla e potrà essere una serata più o meno divertente, ma il rischio corso non si è annullato solo perché sono ancora viva e, forse, una domanda interessante da farmi è perché sono stata disposta ad espormi. La responsabilità del rischio corso è mia. E non importa che ci sia stato sesso o meno. Se io so che passare la sera per una certa zona non è consigliato, perché famosa per le rapine e, pur potendo fare altrimenti, scelgo di passare per quella strada, la responsabilità della strada scelta è mia. Non ho nessuna colpa se vengo derubato davvero, ma ero a conoscenza del rischio. Quindi, è ragionevole ammettere che la mia libertà possa anche fermarsi un attimo prima del faccio tutto quello che voglio, se io lo decido in rispetto della mia persona? Se io lo decido in rispetto di un figlio, di una famiglia, che potrebbe perdermi? Dove finisce la libertà e dove inizia la responsabilità nei confronti della vita? Dove finisce l’esercizio della libertà e dove inizia la sfida, l’adrenalina? Guardate, non è per nulla un discorso di sesso e di sessi, il caso citato in apertura è solo un espediente per parlare di molte situazioni che attraversiamo tutti i giorni.

Parlare di libertà è sempre un campo minato sopratutto se si ammette che la libertà assoluta, in una società civile, non esiste. In una società civile sarebbe forse assennato decidere per se stessi ed insegnare ai propri figli a decidere come delimitare la propria libertà nel rispetto degli altri e di se. Non saremo così salvi dal male o da scelte avventate, ma almeno saremo consapevoli. Il fatto è che il recinto esiste, possiamo dire che dobbiamo stare dentro e avere paura altrimenti se il lupo ci mangia è colpa nostra; possiamo dire che dobbiamo sfondarlo ed andare a cercare il lupo; oppure possiamo costruircene uno su misura, nel nome della Libertà.

Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè 

  
Sono le diciannove circa, un esercito di impiegati cinesi risale le scale della metro, ognuno col suo sacchetto della cena take away in mano. Anche mio marito cammina verso casa col nostro sacchetto, quasi ogni sera diverso.

Ogni volta che mangio, qui a Shanghai, penso a quando tornerò a casa, a quanto manca al prossimo rientro. È un pensiero automatico. Ho le bacchette in mano e intingo il riso nella salsa di soya e penso a Natale e alle lasagne di mia madre. Ho riflettuto sul significato di questo pensiero e non è una questione di preferenze. Qui e in tutti i posti del mondo in cui ho viaggiato, ho mangiato cose che ricordo con grande amore. L’aragosta, ad esempio, sarà per sempre quella mangiata all’Indochina, appena sposati, a Siam Reap, su una terrazza di bambù a parlare di libri americani e sigari toscani. Le ostriche sono da asporto, pepe e limone. Il camembert è quello preso al mercato della piazza di Brugge, caricato sul tandem rosso insieme ad una bottiglia di vino e un pezzo di pane e mangiato seduti sull’erba di un parco. Il foie gras è quello de Le Coupe Chou, ordinato pensando wow il foie gras a Parigi cosa voglio di più dalla vita?! e combattuto una battaglia impari coi conati di vomito un secondo dopo il primo boccone.

La differenza è il richiamo. Il cibo italiano non è un ricordo, fa parte delle cose che chiamo casa, tutti i gusti di tutti i cibi che ho mangiato fin da piccola. Le stelline in brodo, i passatelli, la cotoletta con l’insalata, la scarpetta col pane nel ragù, i tortellini in brodo e il lesso del brodo, la gramigna panna e salsiccia, l’arrosto con le patate, gli spaghetti al pomodoro il giorno dopo, i pomodori ripieni, gnocco fritto e prosciutto crudo, la crostata di marmellate di non si sa quali frutti perché si mischiavano tutte insieme, i sughi d’uva, il parmigiano sulla pasta, la margherita. Questi, sono casa

Qui, solo sotto il nostro palazzo, ci saranno almeno dieci tipi di cucine diverse. Nostra figlia, per forza di cose, non mangerà come noi, non crescerà per i primi 25 anni della sua vita con gli stessi gusti, ma ne proverà da subito tanti diversi e quello che per noi è stato un’infanzia di tutti i giorni, per lei sarà Natale e le feste comandate, quando torneremo in Italia. 

Oggi, ogni volta che arrivo a Shanghai mi sento a casa,  anche se Shanghai non è casa. Credo che la differenza stia nella preposizione semplice. 

Allora mi chiedo cosa sarà per lei, per Ada, casa, da dove verrà il suo richiamo

Velocissima considerazione [veloce almeno 16 anni] sulle resistenze

L’altra sera seguivo un programma molto serio [questo], in particolare l’intervento molto serio di un tecnico in merito alla questione 730 precompilato.

Cito l’esperto: “[…] tale provvedimento potrà mettere in difficoltà quella fascia di persone che non hanno dimestichezza con lo strumento informatico.”

Allora, non so a casa vostra, ma a casa mia internet è arrivato nel 1999. 1999. Sedici anni fa. E mio padre non era Bill Gates. Era l’internet che per collegarti sentivi i rumori del fax, che mammaaaa metti giù il telefonoooo!, che scrivevi le mail su outlook offline e ti collegavi per l’invia/ricevi. Era quello che, la cosa più social che aveva erano le chat room, in cui usavi il nickname [per lo più imbarazzanti] perché su internet ci sono i malintenzionati. Sedici anni mi sembra un buon periodo per il rodaggio di uno strumento.

Continua: “[…] penso ad esempio alle persone anziane o ai più giovani.”

Passi per le persone anziane [che, in ogni caso, 16 anni fa potevano avere 50 anni circa e il tempo e la lucidità di apprendere i rudimenti, forse, li hanno avuti], ma i più giovani? Ovviamente, parliamo di più giovani non in età scolare, in quanto riferendosi alla dichiarazione dei redditi si parla di giovani che lavorano e anche più che saltuariamente. Quindi parliamo di un venticinquenne che non è in grado di effettuare un accesso ad internet e modificare un documento.

Non volendo considerare che il parere del tecnico fosse velato da pregiudizio, il problema non è credere che tale opinione corrisponda alla realtà, ma che la realtà sia tale. E il problema ancora più serio è che ci si accanisca contro lo strumento informatico, quando ci si dovrebbe preoccupare che esistano intere fasce di popolazione tagliate fuori da mezzi di comunicazione che, in tutta sincerità, c’è da vergognarsi a definire nuovi.

Tu chiamale su vuoi, resistenze.

Quando il come viene prima del cosa (e del quanto)

In tutti i corsi base di primo soccorso, più della perfezione dei gesti da effettuare per salvare la vita della vittima in gravi condizioni, viene insegnato un concetto basilare, uno schema di comportamento. Nella situazione di emergenza c’è una, una sola, persona che prende la direttiva e che attribuisce i compiti, con decisione – ‘tu, chiama il 118’, ‘ tu, dammi il cambio nel massaggio cardiaco’. Nella emergenza non c’è tempo per il Lei, ci sono solo Tu. E, soprattutto, non ci si mette a discutere su cosa fare, si agisce, velocemente. Perché? Non ci potrebbero essere scelte migliori di altre? Forse. Ma quando una persona sta morendo, qualunque scelta è migliore di nessuna scelta. E discutere equivale a perdere tempo. E perdere tempo è non scegliere. E la vittima muore.

E’ già parecchio tempo che seguire una tribuna politica in televisione mi risulta di grande difficoltà, non mi arrabbio più, il mio cervello semplicemente rifiuta di ascoltare, si annoia, chiude. Non è per il contenuto, ma per il contenente. I vecchi schemi del dire tutto e il contrario di tutto, ma soprattutto, tutto e niente. La faciloneria. La retorica delle frasi fatte. L’opposizione incomprensibile. E’ un teatrino vecchio e insopportabile, tale da irritare molto di più di una idea con la quale non si è d’accordo [si capisse, una idea]. Se è vero che il paese sta morendo, allora forse non è più il momento di discutere sul cosa, ma di rendersi disponibili per il come, attuare una soluzione. E’ il tempo dell’agire, non del parlare. Di questo, francamente, siamo stanchi.

Il cielo d’Irlanda galoppa sul tetto del pullman gremito e rumoroso. Le cuffie nelle orecchie mi isolano e provo a scattare una foto. Il verde bagnato mi entra nelle ossa e vorrei un maglione spesso da indossare a pelle, anche se è agosto. Mi innamoro vagamente di un collega. Ogni tanto mi addormento e risveglio alla prima curva che l’autista rubicondo continua a prendere a tutta velocità. Sono almeno trenta ore che non dormo e stanotte l’ho passata scovare manipoli di ragazzini nascosti a fumare nelle camere delle ragazze. Ho sorriso sotto i baffi, a fare la guastafeste. Ho imparato perché i limiti servono e crescere è confrontarsi con essi. Ho assistito alla gioia dell’adolescenza. Mi pagavano 430 euro netti per 24 ore su 24 e la responsabilità di 150 ragazzini, avevo 24 anni ed ero felice.

E’ facilissimo cavalcare la polemica dei giovani che hanno rifiutato i 1300 euro [che poi erano 500] per lavorare all’Expo, quindi lo farò. Non è per il contenuto [il cosa, o meglio, il quanto], ma per il contenente. E’ il come, l’esperienza. Se hai trent’anni e una famiglia da mantenere o se sei un libero professionista in cerca di un nuovo impiego, i discorsi sulla filosofia del lavoro, la giusta retribuzione, il rispetto della professionalità, hanno un senso [discutibile, ma ce l’hanno]; ma, se di anni ne hai venti e non sei niente, perché, [offendetevi pure] a vent’anni, sei appena uscito da scuola e non sai che cos’è il lavoro, figuriamoci il resto, allora la bandiera dello sfruttamento è una pietosa retorica. A vent’anni, bisognerebbe volerci andare gratis a lavorare in una delle manifestazioni più importanti del pianeta. Dovrebbe esserci l’entusiasmo, al di là del cosa materialmente si farà e di quanto si verrà pagati per farlo, per una esperienza che permette di conoscere, incontrare, fare. Probabilmente, i genitori che hanno sconsigliato ai figli di accettare anche solo i 300 euro netti che sarebbero rimasti loro in tasca, a conti fatti, preferiscono avere figli sul divano a lamentarsi, piuttosto che a fare esperienze che, male che vada, saranno ricordi. La crisi, di grave, ci ha fatto questo, ci ha fatto quantificare, continuamente. Se sei impegnato a quantificare, perdi di vista la bellezza dell’esperienza, nel senso letterale dell’esperire [dal latino, experiri, da peritus «perito, esperto»], sperimentare situazioni, gli effetti su te stesso e l’opportunità di imparare, di diventare esperto. Che, a vent’anni, vale ben più di 500 euro.

Luci rosse per te ho comprato stasera [e il tuo cuore lo sa cosa voglio da te]

E’ immediatamente balzata al numero uno delle notizie della settimana, con un sorpasso in curva sull’elezione del Presidente, la notizia [spiegata molto più professionalmente qui] della proposta del IX Municipio romano di trasformare una parte dell’Eur in un quartiere a luci rosse. Abbandonerò immediatamente il terreno del giudizio morale, davvero poco interessante e rilevante, per una riflessione puramente antropologica sul perché questa idea non può funzionare.

La prima cosa che ho pensato ascoltando la notizia è stata Ma, a quello che ha avuto la brillante idea, l’hanno spiegato che siamo in Italia? 

Partiamo dalle premesse, e dall’idea di fare Roma come Amsterdam. Non serve scomodare tutto il carro armato della fenomenologia dello spirito hegeliana, basta soffermarsi su una riflessione anche abbastanza intuitiva. Il quartiere a luci rosse, ovvero il luogo in cui l’illegale diventa controllatamente legale, è roba per spiriti nordici, per gente ordinata, per gente che ha l’imperativo categorico che gli prepara il caffè tutte le mattine, ma senza esagerare con lo zucchero, per spiriti filosofici, non religiosi. E’ per questo che funziona nel nord Europa. Ma ve l’immaginate a Roma, coi romani, con lo spirito del popolo italico, un posto dove puoi fare alla luce del sole qualcosa di proibito, col volontario tuo vicino di casa che magari ti distribuisce il preservativo?

Prima questione da considerare, la vergogna. E’ immaginabile che un romano, cristiano cattolico apostolico [che lo sia consapevolmente o in una forma endemica e inconscia] vada a farsi la sua pomeridiana così, alla luce del sole, senza fare i conti con il materno senso di colpa che lo accompagna dalla nascita?

Seconda questione, la responsabilità. Usufruire di un servizio coordinato dal comune è ben diverso dal farsi una scappatella o dal togliersi un becero sfizio nell’oscuro della notte. E’ un passaggio di responsabilità [oltre che di sapidità] e, nello spirito dell’italiano, ne vogliamo veramente parlare del posto che occupa il senso di responsabilità?

Terza questione, l’ordine pubblico. Io qualche scena ho provato ad immaginarmela:

  • l’italiano esagera, sempre. Quindi, come minimo, c’è da prevedere l’esibizionista che gira nudo per il quartiere, quello che urla raccontando le proprie gesta eroiche… Per non parlare della nostra innata predisposizione al gesticolare…
  • l’italiano contratta e ha amici. Già lo vedo, quello che litiga per cinque euro di sconto, quello che ce l’ha pagato, come il caffè al bar.
  • l’italiano in pensione ci va il più tardi possibile. Le avranno previste le impennate di vendita di viagra e le autoambulanze pronte per la rianimazione geriatrica?
  • l’italiano è romantico, si commuove. Tipicamente, l’italiano, della prostituta si innamora pateticamente e finisce, non come in Pretty Woman, ma con l’abbacchio della nonna impacchettato nella stagnola, tutte le domeniche da scaldare sul bidone del falò.

Onestamente, in questa iniziativa non ci vedo un fallimento morale, ma un fallimento di pubblico, non riesco proprio ad immaginare come ci si possa appassionare all’idea.

E poi, la poesia. Perché forse, in maniera sentimentalmente sciocca, sola e un po’ vigliacca, la prostituzione è in fondo ancora una donna che, prima di mandarti a casa, nel tinello ti prepara anche un piatto di maccheroni al ragù.

E’ Gelsomina che, dal retro del carro, timidamente dice a Zampanò Ma, allora, tu, sei uno che va con le donne…

Non so se hai presente
una puttana ottimista e di sinistra,
non abbiamo fatto niente,
ma son rimasto solo,
solo come un deficiente.