I milionari che scappano dalla Cina

Oggi al numero 1 del Top Read dello Shanghai Daily c’era questo articolo:

Wealthy Chinese increasingly relocating overseas

Il dato che presenta l’articolo, senza fornire interpretazioni come da perfetto stile cinese, evidenzia che la Cina, seguita dall’India, è il paese con il maggior numero di top citizen (+1 ml di dollari al netto di patrimonio) che prendono residenza all’estero, con mete preferite UK, US, Hong Kong e Singapore. I motivi elencati dalla giornalista sono la garanzia di libertà e mobilità, protezione del patrimonio, protezione del nucleo familiare (sicurezza dei cibi, salubrità dell’aria, qualità dell’istruzione).

Per il tempo che ho finora trascorso in Cina, la notizia mi ha fatto riflettere. La sensazione che si ha osservando da occidentali lo stile di vita cinese e l’influenza che la politica di governo ha su di esso è netta: la mancanza di alcune libertà (che noi riterremmo fondamentali) è compensata da un perspicace potere statale che garantisce un surrogato funzionante (non di rado meglio funzionante) per ogni servizio che viene censurato. Inoltre: quanto a sicurezza dei cibi, se proprio vogliamo credere che i loro siano più cattivi dei nostri, il cibo importato è di facilissimo reperimento sia online che nei supermercati; quanto a salubrità dell’aria, sarei curiosa di paragonare l’indice di pollution di Shanghai con quello di una qualsiasi mattina nel distretto ceramico sassolese; rispetto alla qualità dell’istruzione, che un ciclo di istruzione di base sia considerato qualitativamente inferiore o superiore a quello di un altro paese mi sembra una considerazione talmente arbitraria e opinabile da non essere nemmeno considerata. Quindi, non so se ingenuamente, mi ero costruita l’idea che i cinesi non avessero, per la maggior parte, l’ambizione dell’espatrio, né soffrissero particolarmente il sistema controllato in cui vivono.

Ora invece qualche domanda ce l’ho:

  • E’ solo una questione di facilità di commercio, affari, tasse e dazi?
  • E’ il denaro, la spinta a farne sempre di più o lo status simbol che ne deriva ad essere il motore del sogno dell’espatrio come riscatto sociale?
  • E’ sempre il denaro, o meglio, le possibilità di tranquillità che possederne fornisce, che favorisce la conoscenza e quindi l’emancipazione nei confronti di un sistema politico che è anche sistema di pensiero?
  • Ad emigrare sono sempre stati i poveracci, perchè oggi, in Cina, fa notizia che ad andarsene sono i milionari?
  • Più in generale invece, perchè, tutti, troviamo o pensiamo di trovare il meglio altrove? Altrove dal nostro paese, dal modello dei nostri genitori, dalle tradizioni, da ciò che conosciamo già.

Del perche´ non avrei potuto votare Salvini

O del perche´ non avrei potuto votare chiunque faccia propaganda contro gli immigrati. Avrebbe potuto titolare anche cosi´ questo post, ma con Salvini riusciva meglio.
Cercando di non cadere nel buonismo spiccio, provero´ intanto a raccontarvi qualcosa dell’essere immigrati.
Essere immigrati significa essere innanzi tutto categorizzati: alien [di facile traduzione], waiguoren [straniero], laowai [caro vecchio straniero]. Piu´ in la´ del laowai non ci si arriva.
Essere immigrati significa che, se non sai la lingua del posto, probabilmente il 90% delle azioni piu´ banali, come chiedere una indicazione stradale, guardare la tv, chiedere una variazione al menu, ti riuscira´ difficile, se non impossibile. E provate voi ad imparare il cinese o il camerunese o il moldavo.
Essere immigrati significa che le persone ti guardano, sempre.
Essere immigrati significa che a volte, se esci distrattamente e, ad esempio, senza contanti, puoi non sapere come fare a tornare a casa, perche´ la tua carta di credito straniera non viene accettata.
Essere immigrati significa essere sempre riconosciuti in un luogo comune.
Essere immigrati, il piu´ delle volte, significa fare una scelta difficile, di sacrifici e di lavoro, lontani dalla parte migliore, gli affetti.
Essere immigrati significa, comunque, andare a rubare qualcosa a casa degli altri, che sia il lavoro di bassa manovalanza o il lavoro da manager [qui in Cina, ad esempio, non sono felici di averci a lavorare, perche´ noi stranieri veniamo ad occupare i posti migliori].
Gli immigrati che ci rubano i posti di lavoro e´ uno dei cavalli di battaglia migliori dei propagandisti. Propagandisti che probabilmente nelle aziende italiane non ci hanno mai messo piede, altrimenti saprebbero che, quando gestisci una selezione per una azienda italiana [e io sono Emliana, quindi parlo, per la maggioranza, di aziende che manca poco a pitturare di rosso anche la pareti dei gabinetti o di aziende con il diacono come responsabile di produzione] il primo requisito e´ no-extracomunitario e spesso anche no-meridionale; e combattere contro questo quando hai la persona giusta da far assumere e´ piu´ dura che patteggiare per una carenza di competenze. Gli esempi virtuosi ci sono, ma si contano ancora. I propagandisti dell’anti-immigrazione poi, oltre che retorici e scontati come vent’anni fa, sanno bene che ci sono gli immigrati di serie A e quelli di serie B, ma ben si guardano dall’attaccare quelli di serie A, che in Italia stanno portando i soldi che loro stessi politici si sono rubati. Forse se ne preoccuperanno tra poco, quando, ad esempio, i cinesi, smetteranno di salvare le nostre imprese in fallimento perche´ si renderanno conto che siamo un paese dalla politica troppo fragile per meritare milioni di euro in scommessa di ripresa. Tralascero´, perche´ e´ un affondo troppo facile, a questo punto, che noi, come tanti altri, siamo emigrati all’estero per colpa di chi adesso sventola la bandiera del nazionalismo, dopo aver passato gli ultimi decenni ad impoverire il Paese. In realta´, il grosso problema di chi fa propaganda, a destra e a sinistra, indifferentemente, e´ che non e´ onesto. E´ che divide tra immigrati buoni e immigrati cattivi, tra violenti buoni e violenti cattivi, tra ladri buoni e ladri cattivi, spesso discriminando in base all’utile che puo’ ottenere dalla categoria. Delle categorie degli onesti e dei disonesti, invece, non si sente mai parlare, da nessuna sponda. E saremmo anche un po’ stanchi di stare qui ad assistere a questi deprimenti spettacoli accusatori. Sarebbe interessante sentire parlare di persone, che possono essere oneste o disoneste, lavoratori o disoccupati, ma persone. O sentir parlare di lavoro, perche´ in Emilia-Romagna, di lavoro, ce n’e´ ancora tanto. A chi conduce gli studi mistici sull’astensionismo in Emilia-Romagna voglio dare un indizio: questa settimana a Shanghai si tiene il Bauma, manifestazione fieristica industriale di rilevanza mondiale; l’Italia e´ rappresentata da 92 aziende, il 90% delle quali si trova tra Modena, Reggio Emilia e Parma.
Che invece di venire a mettere la schedina nell’urna delle scuole elementari di paese la gente fosse tutta a lavorare?