Famiglie in viaggio. Italiani contro resto del mondo.

 
Alla fine siamo tornati nella grande città, io e mio marito e la nostra bimba. Passare qualche mese in Italia mi aveva fatto dimenticare alcuni particolari fondamentali  del vivere in una metropoli, ma, soprattutto, di noi italiani nel mondo. Viaggiare con una bimba di 5 mesi poi, costringe ad essere incanalati nella categoria “Family” e a dover affrontare il paragone.

Alcuni veloci esempi:

– Il bagaglio. Noi abbiamo imbarcato due valigie, grandi, e l’ovetto. Bagaglio a mano: trolley piccolo, borsone di tapiro segaspalla, borsa porta pc, mia borsetta, passeggino di Ada, borsa porta pannolini di Ada, borsetta di Ada con peluches del cuore, Ada. La coppia di spagnoli di fianco a noi all’imbarco, circa nostra età, bimbetta di dimensioni simili ad Ada: zaino tecnico portato a spalla, zainetto tecnico piccolo, passeggino ultraleggero, bimbetta in braccio. Noi eravamo già sudati al check-in.

– Il passeggino. Noi praticamente siamo arrivati con la carrozza dei Casamonica. Ad ascoltare bene si poteva sentire anche il clopete clopete dei cavalli. Ada c’è stata dentro sempre, un po’ perché dorme più di sua madre, poi, sfido io, chi non vorrebbe stare nella carrozza presidenziale. Io, prima di partire, il passeggino l’ho lavato tutto, in cortile da mia madre e messo ad asciugare al sole, sia mai che a Shanghai si dica che avevamo il passeggino sporco e a Shanghai, si sa, il sole non c’è. Resto del mondo: passeggini scandinavi compatti perfetti, genitori felici.

– L’acqua e il cibo. Questa volta, ma ci sono voluti anni di disintossicazione, siamo partiti senza cibo per il viaggio. Mia madre in aeroporto era sull’orlo delle lacrime, ma non perché non ci rivede fino a Natale, perché non ha potuto prepararci i panini. In compenso, comunque, non avevamo nemmeno scorte d’acqua. Ogni quattro ore cercare acqua per il latte di Ada ha reso tutto più divertente. La famiglia spagnola si lanciava in bocca pastiglie di integratori e sfoderava munizioni di acqua da mezzo litro stivate nei loro potenti zaini.

– Abbigliamento da viaggio. Marito: camicia (bianca), pantalone semi elegante, mocassino. Io: capelli con piega fatta, trucco, camiciola (bianca) di setina, pantaloni neri lunghi. Resto del mondo: tuta.

– Tecnologia. Noi: due pc, due tablet, un ebook (e comunque due libri di carta, che non si sa mai), quattro telefoni. Resto del mondo: un device configurato per connettersi anche col pentagono.

Siamo teneri, arriviamo nel futuro con la diligenza, ma siamo belli.

Ma non dire sciocchezze, a Milano fa freddo!

Eppure io sento caldo.

Eh, sarà un freddocaldo.

[Totó, Peppino e la Malafemmina]

Congedo di maternità

Riesco a pensare a questi ultimi due mesi in una unica maniera: come ad una enorme perdita di concentrazione. I giorni surreali che precedevano il parto erano di assoluta, quasi insopportabile, normalità. Solo di tanto in tanto ci balenava in mente l’idea di cosa stavamo aspettando, l’immagine di noi in auto verso l’ospedale, noi in sala parto, noi a casa con un figlio in braccio. Talmente incredibile da essere quasi ignorata. Era stato lui a prendere il controllo di questa misteriosa attesa, che io non sapevo più gestire, il corpo. Il corpo sa sempre cosa fare. E’ bastato distogliermi, da tutto. I libri, le parole, le notizie, il mondo, una mattina sono diventati difficili da seguire, offuscati, in secondo piano. Avevo scarpe da allacciare, respiro da controllare, mani da sgonfiare, passi lenti a cui pensare. Avevo da pensare a come girarmi nel letto e a raggiungere il bagno, ogni quaranta minuti. Preparazione. Attesa.

La notte del 07 aprile mi sono svegliata di soprassalto, già sopraffatta dai morsi addominali, per fare la prima cosa che dovevo proprio fare da sola. Casa, doccia calda, mio marito, la mia amica, auto, casello dell’autostrada, parcheggio del pronto soccorso, buio, scivolo lentamente e ritmicamente nel limbo della solitudine. Capisco a cosa serviva quella perdita, quello spostamento, di concentrazione.

La sala è illuminata da una luce arancione e fioca, è accogliente, fresca, senza tempo. L’ostetrica mi dice Non scappare coi piedi, ferma, punta i talloni a terra. Quando arriva il dolore, buttalo fuori. E’ il momento di esser sola, sola con il dolore. Con tutti i miei dolori.

Contrazione. Spingi. Urla. Io a quindici anni che non posso cambiare il mondo.

Contrazione. Spingi. Urla. Io usata.

Contrazione. Spingi. Urla. Io che uso.

Contrazione. Spingi. Urla. Io sotto le coperte che non mi alzo.

Pausa. Nessun dolore. Vuoto. Penso solo che non ce la faccio, che ho paura. Che accogliere il dolore e poi buttarlo fuori è l’unica via, ma troppo difficile. Che mi vergogno. Che non sono pronta.

Contrazione. Spingi. Urla. Io che apro gli occhi fuori dalla sala operatoria.

Contrazione. Spingi. Urla. Io che guido per ore lungo autostrade buie.

Pausa. Apro gli occhi. Ho freddo. Sono stanca. Marito. Amica. Sono lì per me, a fianco, senza fare nulla. E’ la cosa più bella che possano fare.

Contrazione. Spingi. Urla. Io che voglio dirti che ti amo da sempre, ma c’era troppo dolore.

Contrazione. Spingi. Urla. Non esiste nessuna bambina, c’è solo dolore. Non riesco a visualizzarla.

Amore, ti tengo io, per le braccia, non cadi. Contrazione. Spingi. Urla.

Quando riapro gli occhi, per l’ultima volta, le ostetriche sono sedute a terra, di fronte a me. Anche la mia amica, con le gambe incrociate. Sembrano ad un pic-nic e sono felici. Io sento finalmente le braccia che mi hanno tenuto fino ad un momento prima e non sono più sola. Sono passate cinque ore. Fuori il sole è alto e per terra c’è Ada, che è la vita e c’è la nostra famiglia. Tutte cose ancora da fare, insieme.