Cina, cinesi e del perché campano cent’anni

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Cinesi impegnati a discutere del cazzocheglienefotte (e a giocarsi la pensione)

Sono pratici, pittoreschi, ambiziosi e abbondantemente goderecci. Usano una quantità di parole tale, sebbene per esprimere concetti basilari, che rimbambisce persino me. Sono rilassati, molto rilassati. Campano una media di anni che va da 85 ad infinito e, dopo più di due anni di convivenza, inizio a capirne il motivo: ha a che fare che una sorta di vivi e lascia vivere colossale che sarebbe più corretto definirlo con un sobrio cazzoglienefotte. 

Alcune cose di loro che ormai ho metabolizzato e alcune no.

  • Mangiano. Ovunque. Se passeggiando per strada incontri una donna con una sporta trasbordante zampe di gallina fritte o una mastella di riso, probabilmente deve fare quattro fermate di metro e si è portata la merenda. Nauseante, ma sopportabile.
  • Sempre per il fatto che (vedi sopra), parlano parlano parlano, il mezzo di comunicazione più diffuso sono i messaggi vocali. La nostra tata, ad esempio, mentre stira, si scambia messaggi vocali al ritmo di uno ogni 15 secondi. Ovviamente riprodotti a volume massimo. Divertente, al limite del tragicomico.
  • La fila. La fila è un fenomeno inspiegabile. Per qualsiasi cosa esiste una fila organizzata, dalla fila alla cassa, al taxi, metro, banca, bagno e quando tu ti avvicini alla fila è tutta bella ordinata, uno dietro l’altro, per benino. Ti toccano, anche se non c’è bisogno, anche se lo spazio non manca, loro ti toccano, si appoggiano; ma tutto sommato stanno in fila. Poi, che so, aprono le porte della metro ed è la guerra civile: vecchie che ti spingono, gente che si lancia in avanti, mosse ninja. Oppure, sei in fila dal 45 minuti alla biglietteria della stazione, è la tua volta, ti avvicini garbatamente al botteghino (perché tu da bravo come ti ha insegnato la mamma hai anche rispettato la distanza di cortesia) e all’improvviso uno ti si butta davanti con tutto il corpo che si sporge dalle transenne e inizia ad urlare qualcosa al bigliettaio. Avvilente, ma fisicamente non è possibile non abituarcisi, questione di sopravvivenza.
  • Metodologia di trasporto dei bambini. Deve esserci una filosofia per precisa, dietro, perché li portano in braccio fino alla pubertà. Praticamente ci sono queste vecchie sui 45kg, massimo, tutto nervo, che trasportano i loro nipoti ormai con la peluria incipiente sul volto. E quando il lavoro si fa troppo arduo persino per una ayi (letteralmente “zia”, sono le tate cinesi, tipicamente donne tra i 45 e 55 anni) delle più scafate, allora ricorrono ai passeggini, da cui il ragazzetto, evidentemente fuori misura, ciondola i piedi strisciandoli per terra. Una via di mezzo tra un girello e una sedia a rotelle. Incredibile, ma fin tanto non li fanno portare a me…
  • Telefoni. Sono grandi. Giganti. E se un telefono da 13′ pollici non è sufficiente, con l’aggiunta della cover diventano praticamente il maxischermo nel quale il vostro barista trasmette gli europei. Altrettanto incredibile, ma a tratti anche comodo, quando in metro non sai che fare e ti vuoi guardare un film in lingua originale col vicino.

Sempre più difficile…

  • Méiyou. Letteralmente “non c’è”. Questa è una cosa che si inizia a capire solo dopo un po’ di tempo che si vive in Cina ed è strettamente legata ad un altro loro concetto culturale, che andrò a spiegare dopo. Lo capisci, ma non ti ci puoi abituare. Tipicamente, si riversa sulla tua vita in questo modo: sei in negozio, vuoi pagare con la tua carta di credito internazionale, perché fuori c’è il simbolino rassicurante e tu sai che puoi; quindi la presenti sereno al cassiere (uno che la prende e almeno due che guardano), loro la studiano per infiniti secondi, dicono qualcosa tra loro e poi, MEIYOU. Probabilmente, l’unico motivo per cui non la accettano è che non la sanno strisciare. La cosa tremendamente frustrante è che il muro del meiyou è inespugnabile, il commesso continuerà a ripeterlo fin quando tu non desisterai o arriverà la polizia (perché sei andato fuori di testa e hai aggredito il commesso). Più in generale, si può definire come la risposta standard per qualunque domanda a cui non sanno rispondere. Nessun tentativo di superare l’ostacolo: questa cosa non la so -> questa cosa non si può fare. Non avete idea di quanti se ne sentano ogni giorno. Zero preoccupazioni, zero responsabilità. È irritante, avvilente, disperante, incazzante. Potrei continuare all’infinito, non mi ci abituerò mai.
  • Le calze e l’uso sconsiderato che ne fanno. Allora, in questo caso sono un perito di parte, perché è da quando ho la facoltà di decidere sul mio abbigliamento che a marzo, qualunque temperatura faccia, io mi tolgo le calze con un gesto plateale tipo liberazione dal giogo del tiranno e non le rimetto fino ad ottobre. Quindi, sono abbastanza severa sull’argomento, ma loro però… oggi ci sono TRENTAQUATTRO gradi, umidità al 63%: la tata si è presentata con i collanti BIANCHI e, voglio dire, la funzione che tu credi abbiano, in ogni caso, non giustifica il colore. Il 70% delle donne che ho incontrato in metro, affette solo da una seminfermità mentale, indossava collant tra i 20 e 40 denari, colori vari. Il restante 30% si divide in inferme complete che hanno scelto rispettivamente la calza nera 80 den o il pedalino velato con i sandali. Avranno paura di sporcarsi i piedi. Ma vi immaginate il microclima che si forma li sotto? Comunque, ferma delle mie convinzioni, una volta sono uscita di corsa per andare ad un brunch a casa di cinesi, dimenticando completamente che in casa tutti si tolgono le scarpe, quindi sono arrivata con le mie scarpine primaverili senza calze e ho fatto una bella figura da zingara, a piedi nudi sul parquet appena lucidato. In ogni caso, i pedalini insultano la pubblica decenza più di Mastella ancora in politica.
  • Soldi, soldi, soldi. La smania che hanno per i soldi è seconda sola alla smania per il cibo. Ma non ne sono pienamente convinta. In ogni caso, se avete intenzione di condurre una conversazione di qualunque natura con un cinese, preparatevi preventivamente con tutti i prezzi di listino delle cose che avete addosso e/o menzionate nella conversazione, perché verrete interrogati severamente. Figurarsi come si prende un emiliano con una roba del genere, che piuttosto che ammettere che ha fatto due soldi va in giro con le pezze al culo.
  • Mianzi. Traducibile con il concetto sociologico di “faccia”. Questo è un discorso che ha molto a che fare con la cultura cinese della reputazione e dell’importanza di non “perdere la faccia”, é piuttosto complesso e per certi versi affascinante e legato con il Meiyou. Semplificando molto (moltissimo): per un cinese l’opinione che si ha di lui, la sua reputazione è di importanza fondamentale. Tutti i rapporti interpersonali ruotano attorno a questo concetto di “faccia” che non si può perdere agli occhi degli altri. Per questo motivo un cinese non potrà mai ammettere che non conosce una cosa, piuttosto, appunto si ferma e dice che non è possibile (altro esempio: il tassista che non conosce la via in cui ti devi recare e quindi non ti carica, perché di attaccare il navigatore non se ne parla). Il mantenere la faccia investe anche tutta una serie di formalismi che vengono adottati nei rapporti di tutti i giorni, i quali rendono molto difficile per una straniero comunicare realmente con un cinese. Si dice, ad esempio, che un cinese non risponderà mai un No secco ad una domanda, ma che esistano quattro diversi modi di dire Si, e ad ognuno di essi corrisponde un grado di effettiva affermazione. In poche parole, anche se ti dice di Si, non è assolutamente detto che farà ciò che ha affermato. Questi concetti alla base della cultura sociale cinese potete facilmente immaginare a quante sfumature di senso diano origine e, di conseguenza, quanto rendano difficile la sopravvivenza ad uno straniero che deve ogni giorno combattervi. Comprensibile, ma richiede uno sforzo intellettuale tale da rendere impossibile una vita quotidiana serena.

 

Letterine terapeutiche

È parecchio che trascuro il mio blog, troppo, quindi oggi farò una cosa che generalmente non faccio: pubblicherò qui la Letterina che oggi arriverà a tutti gli iscritti alle Letterine che arrivano da(ppertutto).

È un mea culpa (a tratti anche piuttosto patetico, assolutamente terapeutico), ma le confessioni si fanno, da bravini, in pubblico o niente.

Quindi buona lettura. E ricordatevi che la fortuna di trovare una Letterina qui sul blog non capita spesso, quindi conviene iscriversi.

Letterine che arrivano da(ppertutto) n. 9 – Rocket Man (I mittenti immaginari)

6 giugno 2016
Shanghai
Ciao amici,

conoscenti, gentili sconosciuti che mi leggono da un po’ di tempo, tutti.
È un po’ che non ci sentiamo, sono stata a casa. La prima casa, quella dove nasci senza chiederlo. Potrei dire che sono stata in vacanza ed in effetti un po’ è stato così, ma non è per questo che non scrivo da un mese abbondante.
Questa è anche la prima lettera che vi scrivo proprio io.

Il 16 aprile sono partita per tornare, sola con la mia bambina e piena di grandi speranze riguardo al mio lavoro. Mi figuravo accarezzata dalla brezza leggera del pomeriggio, col sole ancora gentile di primavera; io, il mio pc e qualcosa da bere. A scrivere e a lavorare ai miei progetti, coccolata dall’accoglienza di casa.
E invece è successo che, man mano riprendevo il fuso orario, mattina dopo mattina nel letto che da sul cortile di alberi alti, giorno dopo giorno tra parenti e amici che mi conoscono fin troppo bene, i mittenti immaginari sono spariti. I miei personaggi, le mie storie, giorno per giorno, sbiadivano. Più i paesaggi reali mi erano familiari, più gli scenari immaginari mi erano lontani. I contorni delle storie che volevo scrivere si scioglievano. Le persone scappavano dalla mia mente, confuse e imbarazzate dall’invasione improvvisa delle altre, quelle vere,  che erano lí ad aspettarmi.
Non si tratta di non riconoscersi o di non essere riconosciuti. È che casa non è sempre accogliente: le case ci accolgono nella misura in cui non deludiamo le loro aspettative. A venire da una terra che non ti insegna esattamente a volare alto, non deludere le aspettative significa tornare essendo cambiati il meno possibile.

Se non si fugge, ma si parte, qualcosa (molto), di amato lo si lascia indietro; probabilmente i cari soffriranno per questa scelta, non capiranno.
Tornare a dove si è partiti è un nodo di emozioni.
La grande gioia di ritrovare tutte le persone care è sporcata dall’imbarazzo di farsi vedere per come si è diventati; la paura di dire che, sí, va davvero tutto bene e si è felici. Perché è un po’ come dire che lí, con loro, con una vita come la loro, non si era abbastanza felici, che li abbiamo traditi.
Perché cambiare significa tradire.
La vergogna di raccontare che si sta provando a fatica a realizzare un sogno fatto di racconti, pensieri, opinioni, parole, frasi, storie, bellezza; questa vergogna stupida brucia tutto. Tutto l’entusiasmo e la forza.

Il fatto strano è che lí, in quella vita a casa, noi, la nostra piccola famiglia sgangherata, eravamo proprio felici. Era solo troppo presto per fermarsi. È un’inquietudine, un fuoco, un prurito, che non da pace, che, ad ogni nuova tappa raggiunta spinge avanti ancora, come se si volessero conoscere tutti i tipi di felicità possibili. Come un uomo-razzo.
Non importa sapere quante persone sono realmente contente per te o quante ti invidiano o a quante semplicemente non frega nulla: non sono le persone e il bene che ti vogliono, siamo noi e il nostro debito con  le radici. Per me, ché “non si fa mai il passo più lungo della gamba”, è un debito pesante, con cui mi confronto ogni giorno. A volte, più spesso quando la discrepanza tra quello che chi amo conosceva di me e quello che sono diventata si fa più forte, arriva a soffocare. Non ho il diritto di volere di più, di arrivare ad essere l’immagine che ho di me.
Soprattutto, tra due vite belle, ho scelto quella che inevitabilmente lascia soli, perché lontani. Lontanissimi. Quindi, quando si torna a casa, ogni momento perfetto passato con gli amici migliori è una lacrima di paura, con queste vite così diverse le persone si potrebbero anche perdere.
Io, le persone, ci metto tanto a sceglierle, ma poi non le voglio più perdere.

Forse fa parte del diventare grandi, misurarsi con dei “per sempre” sempre più corti. Di certo fa soffrire al punto da mettere in dubbio tutto e subire quaranta giorni di felicità col groppo in gola.

E cosí, qui non posso portare gli amici veri e là non posso portare i mittenti immaginari.
Il mio non-luogo perfetto è un pianeta in cui le distanze chilometriche sono regolate dai bisogni emotivi. Non annullate, ma se, ad esempio, sei molto triste e ti servirebbe proprio l’abbraccio di una amica lontana, quella amica in un attimo è lí; oppure, se hai bisogno di pensare, per raggiungere un posto vicino ci metti sette ore, volente o nolente, e ti confronti con te stesso.

Le radici sono importanti: più sono profonde più fanno crescere, forti, verso l’alto, per guardare lontano e scegliere la propria direzione. Ma le radici stanno sotto terra, nascoste. Io credo perché ad un certo punto bisogna smettere di pensarci, non dimenticarsene, ma lasciarle li dove sono, come sono. Saranno sempre nella nostra sostanza, nelle nostre scelte, ma sono nascoste per non distrarci, per lasciarci concentrare e guardare avanti.

Non so se anche per voi è stata così dura, mettervi sulla vostra strada. Io proverò a chiuderlo questo debito e continuerò a scrivervi, amici.
Voi continuate a leggermi, se lo volete.

And I think it’s going to be a long long time.

Con tanto affetto,

Valentina

Amici (gratis) mai

Una delle tante cose che non avevo considerato quando abbiamo deciso di trasferirci all’estero è che avrei dovuto farmi dei nuovi amici. E doversi fare degli amici quando non se ne hanno proprio è molto diverso dal doversene fare quando se ne hanno, ma sono lontani. Innanzi tutto esiste già un termine di paragone. La qualità delle risate, gli interessi in comune già accuratamente selezionati. Poi c’è il discorso fatica. Farsi degli amici (e tenerseli) é faticoso. Tocca interessarsi a chi sono, cosa fanno, frequentarli, fare conversazione, anche all’inizio, quando ti senti cretino e non sai cosa dire. Senza contare che magari conosci qualcuno più in gamba di te e ti tocca anche fare i conti con l’autostima. Quindi, se ne hai già una buona rappresentanza, l’impellenza di averne di nuovi è secondaria. Così, ogni anno, tra videochiamate e messaggi compulsivi su whatsapp, si attende Pasqua, agosto e Natale come il ritorno dal fronte, per riabbracciare i propri cari e risalire dall’apnea. Non è che non si possa fare, ma è come partire per andare a fare tante cose fantastiche e lasciare a casa la vita. Parte del provarci è scegliere nuove persone con cui condividere esperienze. Spesso i nuovi amici si accodano, alcuni si affiancano, a quelli premier. Talvolta si sovrappongono. Vedere le cose da lontano aiuta a focalizzare chi veramente manca. Talvolta ci si accorge anche che c’era chi non si vedeva da mesi, anche a casa. E così  i Oh, se hai bisogno io ci sono eh… tornano al loro posto, tra le cose dette gratis. Perché è ovvio che, se ho bisogno, chiamo. Ma chiamo l’amico con cui ho condiviso fino a ieri molto della mia vita, anche quelle parti noiose, quelle quotidiane. Non credo nell’amicizia dei grandi gesti e delle grandi dichiarazioni, credo in quella dello shopping insieme, del ti passo a salutare al lavoro, del sto venendo da te con la cena, dei venerdì di decompressione di stupidità pura e delle colazioni della mattina dopo. Credo nelle amicizie da vicino. E, vicino, è anche a sette ore di fuso orario, con un po’ di fatica. Non è gratis.

Intanto, ho soffocato la mia vocina snob del cuore e mi sono iscritta alla Associazione delle Donne Italiane a Shanghai. Domenica andiamo a vedere una mostra. Mi è costato 300rmb di quota associativa e il rischio di conoscere qualcuno che mi farà sentire più o meno adeguata, più o meno interessante, più o meno integrata, più o meno felice.

Famiglie in viaggio. Italiani contro resto del mondo.

 
Alla fine siamo tornati nella grande città, io e mio marito e la nostra bimba. Passare qualche mese in Italia mi aveva fatto dimenticare alcuni particolari fondamentali  del vivere in una metropoli, ma, soprattutto, di noi italiani nel mondo. Viaggiare con una bimba di 5 mesi poi, costringe ad essere incanalati nella categoria “Family” e a dover affrontare il paragone.

Alcuni veloci esempi:

– Il bagaglio. Noi abbiamo imbarcato due valigie, grandi, e l’ovetto. Bagaglio a mano: trolley piccolo, borsone di tapiro segaspalla, borsa porta pc, mia borsetta, passeggino di Ada, borsa porta pannolini di Ada, borsetta di Ada con peluches del cuore, Ada. La coppia di spagnoli di fianco a noi all’imbarco, circa nostra età, bimbetta di dimensioni simili ad Ada: zaino tecnico portato a spalla, zainetto tecnico piccolo, passeggino ultraleggero, bimbetta in braccio. Noi eravamo già sudati al check-in.

– Il passeggino. Noi praticamente siamo arrivati con la carrozza dei Casamonica. Ad ascoltare bene si poteva sentire anche il clopete clopete dei cavalli. Ada c’è stata dentro sempre, un po’ perché dorme più di sua madre, poi, sfido io, chi non vorrebbe stare nella carrozza presidenziale. Io, prima di partire, il passeggino l’ho lavato tutto, in cortile da mia madre e messo ad asciugare al sole, sia mai che a Shanghai si dica che avevamo il passeggino sporco e a Shanghai, si sa, il sole non c’è. Resto del mondo: passeggini scandinavi compatti perfetti, genitori felici.

– L’acqua e il cibo. Questa volta, ma ci sono voluti anni di disintossicazione, siamo partiti senza cibo per il viaggio. Mia madre in aeroporto era sull’orlo delle lacrime, ma non perché non ci rivede fino a Natale, perché non ha potuto prepararci i panini. In compenso, comunque, non avevamo nemmeno scorte d’acqua. Ogni quattro ore cercare acqua per il latte di Ada ha reso tutto più divertente. La famiglia spagnola si lanciava in bocca pastiglie di integratori e sfoderava munizioni di acqua da mezzo litro stivate nei loro potenti zaini.

– Abbigliamento da viaggio. Marito: camicia (bianca), pantalone semi elegante, mocassino. Io: capelli con piega fatta, trucco, camiciola (bianca) di setina, pantaloni neri lunghi. Resto del mondo: tuta.

– Tecnologia. Noi: due pc, due tablet, un ebook (e comunque due libri di carta, che non si sa mai), quattro telefoni. Resto del mondo: un device configurato per connettersi anche col pentagono.

Siamo teneri, arriviamo nel futuro con la diligenza, ma siamo belli.

Ma non dire sciocchezze, a Milano fa freddo!

Eppure io sento caldo.

Eh, sarà un freddocaldo.

[Totó, Peppino e la Malafemmina]

Del perche´ non avrei potuto votare Salvini

O del perche´ non avrei potuto votare chiunque faccia propaganda contro gli immigrati. Avrebbe potuto titolare anche cosi´ questo post, ma con Salvini riusciva meglio.
Cercando di non cadere nel buonismo spiccio, provero´ intanto a raccontarvi qualcosa dell’essere immigrati.
Essere immigrati significa essere innanzi tutto categorizzati: alien [di facile traduzione], waiguoren [straniero], laowai [caro vecchio straniero]. Piu´ in la´ del laowai non ci si arriva.
Essere immigrati significa che, se non sai la lingua del posto, probabilmente il 90% delle azioni piu´ banali, come chiedere una indicazione stradale, guardare la tv, chiedere una variazione al menu, ti riuscira´ difficile, se non impossibile. E provate voi ad imparare il cinese o il camerunese o il moldavo.
Essere immigrati significa che le persone ti guardano, sempre.
Essere immigrati significa che a volte, se esci distrattamente e, ad esempio, senza contanti, puoi non sapere come fare a tornare a casa, perche´ la tua carta di credito straniera non viene accettata.
Essere immigrati significa essere sempre riconosciuti in un luogo comune.
Essere immigrati, il piu´ delle volte, significa fare una scelta difficile, di sacrifici e di lavoro, lontani dalla parte migliore, gli affetti.
Essere immigrati significa, comunque, andare a rubare qualcosa a casa degli altri, che sia il lavoro di bassa manovalanza o il lavoro da manager [qui in Cina, ad esempio, non sono felici di averci a lavorare, perche´ noi stranieri veniamo ad occupare i posti migliori].
Gli immigrati che ci rubano i posti di lavoro e´ uno dei cavalli di battaglia migliori dei propagandisti. Propagandisti che probabilmente nelle aziende italiane non ci hanno mai messo piede, altrimenti saprebbero che, quando gestisci una selezione per una azienda italiana [e io sono Emliana, quindi parlo, per la maggioranza, di aziende che manca poco a pitturare di rosso anche la pareti dei gabinetti o di aziende con il diacono come responsabile di produzione] il primo requisito e´ no-extracomunitario e spesso anche no-meridionale; e combattere contro questo quando hai la persona giusta da far assumere e´ piu´ dura che patteggiare per una carenza di competenze. Gli esempi virtuosi ci sono, ma si contano ancora. I propagandisti dell’anti-immigrazione poi, oltre che retorici e scontati come vent’anni fa, sanno bene che ci sono gli immigrati di serie A e quelli di serie B, ma ben si guardano dall’attaccare quelli di serie A, che in Italia stanno portando i soldi che loro stessi politici si sono rubati. Forse se ne preoccuperanno tra poco, quando, ad esempio, i cinesi, smetteranno di salvare le nostre imprese in fallimento perche´ si renderanno conto che siamo un paese dalla politica troppo fragile per meritare milioni di euro in scommessa di ripresa. Tralascero´, perche´ e´ un affondo troppo facile, a questo punto, che noi, come tanti altri, siamo emigrati all’estero per colpa di chi adesso sventola la bandiera del nazionalismo, dopo aver passato gli ultimi decenni ad impoverire il Paese. In realta´, il grosso problema di chi fa propaganda, a destra e a sinistra, indifferentemente, e´ che non e´ onesto. E´ che divide tra immigrati buoni e immigrati cattivi, tra violenti buoni e violenti cattivi, tra ladri buoni e ladri cattivi, spesso discriminando in base all’utile che puo’ ottenere dalla categoria. Delle categorie degli onesti e dei disonesti, invece, non si sente mai parlare, da nessuna sponda. E saremmo anche un po’ stanchi di stare qui ad assistere a questi deprimenti spettacoli accusatori. Sarebbe interessante sentire parlare di persone, che possono essere oneste o disoneste, lavoratori o disoccupati, ma persone. O sentir parlare di lavoro, perche´ in Emilia-Romagna, di lavoro, ce n’e´ ancora tanto. A chi conduce gli studi mistici sull’astensionismo in Emilia-Romagna voglio dare un indizio: questa settimana a Shanghai si tiene il Bauma, manifestazione fieristica industriale di rilevanza mondiale; l’Italia e´ rappresentata da 92 aziende, il 90% delle quali si trova tra Modena, Reggio Emilia e Parma.
Che invece di venire a mettere la schedina nell’urna delle scuole elementari di paese la gente fosse tutta a lavorare?