Chiassosi, nostalgici, divertenti – L’estetica ai tempi dei (nuovi) social

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Si è appena conclusa una fila di ricorrenze nella nostra vita familiare che ha lasciato una lunga scia di sangue sui miei social. Sento, quindi, di dover ringraziare i miei contatti per non avermi bloccata per spam: tra compleanni, anniversari e ricorrenze varie ho ammorbato tutti per settimane con foto, post emotivamente discutibili e, addirittura, ebbene sí, il montaggio video di foto con sottofondo musicale. Per un attimo, a riguardare quella orgia di sentimenti sbatacchiati lí davanti a tutti, mi sono sentita talmente poco elegante da pensare di rimuovere qualcosa. Poi, due pensieri: primo, io molesto da sempre i miei contatti con contenuti personali (che forse possono addirittura intenerire) e pubblici (articoli per lo più noiosi che, molto probabilmente, interessano solo me); secondo, non conosco mezze misure.

In realtà, sono molto affascinata dai profili patinati, con foto perfette dalla palette di colori che va dal bianco, al bianco ottico, al bianco sporco, fino, al massimo, al cipria o grigio. Solo oggetti lineari su superfici naturali, mai una foto di gruppo o venuta così così, visi illuminati da luce tropicale a qualsiasi ora del giorno e della notte, sorrisi controllati, niente denti. Ordinati, precisi. Instagram per questo è perfetto e tra i miei following se ne può trovare un bel campione.

Qualcosa però non mi convince. Qualcosa nel mondo dei social è cambiato, i profili-magazine  crescono in maniera inversamente proporzionale a quelli che sharano una versione più fedele della vita quotidiana; e, perdonatemi se sono una ammiratrice scettica, ma quella luce mariana in volto non potete realmente averla in TUTTI i momenti della vostra giornata e, santo cielo, la prenderete anche voi la metro o il tram con i comuni mortali. La verità è che con l’evoluzione dei social network è maturato anche lo snobismo nei confronti degli albori naïf e di chi ancora resiste a postare foto venuto com’è venuto, non come vorrebbe essere venuto. L’evoluzione dei social oggi è la rappresentazione delle nostre vite migliorate, non le nostre vite stesse.

Il problema, per tornare alle mezze misure che non conosco di cui parlavo prima, è che mi ero affezionata a quel tipo di social, quello che accorcia le distanze. Il social-snob le allunga le distanze: chi rappresenta una vita inverosimile non suscita simpatia in nessuno, ma nemmeno invidia, nel caso fosse questo lo scopo implicito, è una bellezza sterile, distante.

Se vogliamo parlare di estetica, senza stare a stendere un trattato di filosofia, parliamo della rappresentazione di un sentimento, di esperienze vissute attraverso i sensi e delle sensazioni di bello/buono/giusto e contrari che ne derivano. In poche parole, è grazie ai sentimenti vissuti tramite i sensi durante una esperienza che distinguiamo cosa ci piace, ci emoziona, da cosa no. In questo senso i social hanno la nuova, grossa, responsabilità di filtrare il senso estetico da una vita all’altra, con l’esercizio della condivisione. Ed è per questo che se sotto una foto o un un profilo si sente puzza di fake, di esperienze non vissute ma solo mostrate, allora, ad una visione accurata, non appare più bello, ma addirittura grottesco.

Io amo ancora le pagine che mi raccontano di voi. Quelle con le foto dei vostri papà per la festa del papà. Quelle con le gif animate, che sono agghiaccianti, ma fanno ridere. Quelle – addirittura – con l’appello per i canili o i gattili o i canarinili o quello che vi pare, se davvero per voi il sabato pomeriggio è il volontariato con le bestiole. Mi piacete quando insultate il vicino di casa che sciabatta alle 6 del mattino e quando miagolate qualche status malinconico al ritorno da una serata strana (che lo sappiamo tutti che lo scrivete  per quel qualcuno anch’esso da qualche parte nella notte ed è proprio questo il bello).  Amo i vostri album con le 189 foto di Sharm. Leggo le vostre opinioni su tutto, dal consiglio universitario alla torta semifreddo senza cottura, senza panna-burro-zucchero-eh-santo-cielo-che-cazzo-di-torta-è?! Mi piacciono i vostri bambini fotografati ovunque. Mi piacciono le vostre serate in discoteca (anche se ormai, forse, sarebbe il caso di meditare un dignitoso ritiro). Adoro, e questo lo adoro letteralmente, i vostri dischi: adoro trovarmi davanti cosa avete ascoltato al mattino appena svegli o mentre vi bevevate qualcosa sul divano la sera e sentire la voglia di mettere su anch’io quello stesso pezzo, con voi. Mi piacciono i vostri vini e i piatti che mangiate. Mi piacete chiassosi, nostalgici, divertenti.

Sarà la distanza (o l’età) che mi rende meno austera o che, per usare una facile citazione, la felicità è reale solo se condivisa. Vi assicuro, quando vostra figlia fa i primi passi della sua vita e in casa ci siete solo voi e la tata cinese che spolvera in camera da letto, e tutti, dico tutti, gli affetti sono a 16 ore di volo, allora, dopo aver urlato e pianto, afferrate il telefono, azionate il video e ringraziate Facebook di esistere.

Curriculum Extralavorativo Cinese – 5 skills che non saprai come raccontare al prossimo colloquio di lavoro

Metterai questa esperienza nel curriculum?
Nel bel mezzo del cammin del mio anno sabbatico cinese [periodo che, viste le complicazioni derivate dall’umano che si sta apprestando al mondo nella mia pancia, probabilmente sara´ un po´ piu´ lungo di un anno], mi e´ stata fatta la domanda in testa all’articolo. D’istinto ho risposto Certamente! Sara´ la deformazione professionale del selezionatore di risorse umane o l’impatto che un continente nuovo riserva al nostro stomaco, ma mi sono ritrovata spesso a riflettere su cosa l’esperienza all’estero [specie se per estero non si intende la mamma Europa o il fratellone USA, ma un cugino che non si immaginava nemmeno di avere, tipo la Cina] sviluppi in chi vive l’esperienza sporcandosi le mani, almeno un po’. Mi dilungo ancora qualche riga nel premettere cosa intendo per sporcarsi le mani. Vedete, gli expat non sono tutti uguali e il come si vive l’esperienza influisce infine sul prodotto dell’esperimento, ovvero, c’e´ c’e´ chi torna esattamente uguale a prima, con un carico di critiche e angoscianti post su Facebook su quanto manchi casa, pastasciutta e bidet; c’e´ chi torna buddista [o induista, o chissa´ cosa sono poi quelli li´], addobbato da monili, abiti locali e piu´ luoghi comuni di quanti ne incarnasse in patria, un cambio armadio insomma; e, infine, c’e´ chi torna con meno certezze e molti piu´ skills, competenze sviluppate con la curiosita´ di capire, la necessita´ di interagire e, spesso, l’incazzo di chi vuole un bicchiere d’acqua frizzante gelata e gli portano una tazza di te´ tiepido che sa di piedi.

1) Concezione del tempo e dello spazio [Nozioni di Organizzazione Aziendale]
Se vivi nella periferia di una citta´ che fa 29 milioni di abitanti, praticamente mezza Italia, ben presto capirai che l’utilizzo del tempo e soprattutto, in ambito lavorativo, lo standard temporale accettato per svolgere un compito necessario al raggiungimento dell’obiettivo, e´ ben relativo. Qui, se sei un commerciale e in una giornata riesci a visitare due clienti [con uno ci pranzi e ci fai il riposino pomeridiano – non scherzo], hai gia´ fatto il tuo buon lavoro. Probabilmente, in ufficio, cio´ che siamo convinti sia indispensabile finire in mezz’ora, se lo finiamo in due ore, consultandoci con colleghi o facendo ricerche piu´ approfondite o semplicemente lavorando a ritmi umani, non succede proprio nulla di tragico.

2) In his/her shoes [Master in gestione HR]
Se sei incinta e ti rechi in un ospedale cinese per i primi controlli, probabilmente la prima domanda che ti fanno e´ se sei li´ per abortire. Nello stesso modo, se sei sposato e non hai figli, non sara´ una domanda ritenuta inopportuna chiederti perche´ non ne vuoi/puoi avere. In una cultura in cui la privacy [e la morale e la religiosita´ e il senso di colpa] e´ un concetto inesistente, il sistema di totem e tabu´ a cui siamo abituati salta completamente. Le strade sono due, puoi scandalizzarti o puoi metterti nei loro panni e provare a comunicare.

3) L’italiano, impiegato onnipotente [Capacita´ di delega]
Se sei italiano e provieni da una azienda della media impresa [al 90% sei tu] sai che se hai avuto la sfortuna di avere un ruolo di anche minima responsabilita´ le tue competenze spaziavano dall’organizzazione aziendale, marketing improvvisato, ufficio tecnico, scelta carta igienica, psicologo d’ufficio, come coloriamo le pareti della nuova sede ? e dai una controllata a quello nuovo che non mi fido . Se sei cinese e lavori in qualsiasi esercizio pubblico o privato, probabilmente non sai nemmeno lontanamente di cosa si occupa il tuo vicino di scrivania; se ti trovi davanti uno straniero che visibilmente non parla cinese continuerai a inesorabilmente a parlargli in cinese, un carro armato di parole e determinazione; se ti viene affidato un qualsiasi problema da risolvere, risolverai solo la parte che strettamente ti appartiene, non pensando minimamente alle conseguenze o al sistema di contingenze che possono verificarsi. Se sai relazionarti con entrambi questi mostri del mondo del lavoro, hai vinto.

4) Leggere tra le righe [Basi di comunicazione efficace]
Nella lingua cinese ci sono almeno quattro modi diversi di dire Si e No, diversi a seconda del grado di accordo che si ha con la domanda posta. Questo significa che, a volte, un Si non significa proprio Si, ma piu´ non ti dico No perche´ la forma non me lo permette ma non sono d’accordo e non lo faro´. Che non lo fara´, ovviamente, lo scopriremo solo tempo dopo indagando sugli eventi. Se riesci a far fare al tuo interlocutore cio´ che vuoi [ndr: cio´ che deve] almeno il 70% delle volte, hai vinto.

5) Soldi, soldi, soldi! [Motivazione al lavoro dei collaboratori]
Un cinese ha una unica, grande, limpida e dichiarata motivazione al lavoro: lo stipendio. Per questo e´ abituato a negoziare gli aumenti, a parlare di reddito con i colleghi/amici/sconosciuti e, sovente, a gioire dell’arrivo della busta paga sui social network [con tanto di foto dell’estratto conto]. E´ anche molto piu´ determinato al raggiungimento degli obiettivi, se questo si esprime in denaro. Ricordarsi che al mondo esistono societa´ regolate in questo modo puo´ aiutarvi a capire la motivazione dei vostri collaboratori italiani, che per carita´parlare di soldi e´ immorale, ma che probabilmente si alzano la mattina solo per quello. In un colloquio di lavoro in Italia si lascia la parte economica per ultima, vicino ai saluti, facendo accenni poco chiari, ammiccamenti o a volte sorvolando del tutto, dando cosi´ origine a malintesi e malumori che si trascinano poi in lamentele senza fine. Saper parlare con i propri collaboratori di soldi senza vergogna non e´ solo banalmente il modo per decidere quanto pagare un dipendente, ma aiuta a capire chi si ha davanti, le reali esigenze e obiettivi, il modo di ragionare della persona.

Dici poco, eh?
Non sara´ facile mettere tutto questo in un curriculum, ma confido nella capacita´ di sintesi che mi ha insegnato il cameriere del ristorante di qualche sera fa, che al quinto piatto in menu che tentavo senza risultati di ordinare mi ha guardato risoluto e risposto nuovamente Oh, No! No! No!