Congedo di maternità

Riesco a pensare a questi ultimi due mesi in una unica maniera: come ad una enorme perdita di concentrazione. I giorni surreali che precedevano il parto erano di assoluta, quasi insopportabile, normalità. Solo di tanto in tanto ci balenava in mente l’idea di cosa stavamo aspettando, l’immagine di noi in auto verso l’ospedale, noi in sala parto, noi a casa con un figlio in braccio. Talmente incredibile da essere quasi ignorata. Era stato lui a prendere il controllo di questa misteriosa attesa, che io non sapevo più gestire, il corpo. Il corpo sa sempre cosa fare. E’ bastato distogliermi, da tutto. I libri, le parole, le notizie, il mondo, una mattina sono diventati difficili da seguire, offuscati, in secondo piano. Avevo scarpe da allacciare, respiro da controllare, mani da sgonfiare, passi lenti a cui pensare. Avevo da pensare a come girarmi nel letto e a raggiungere il bagno, ogni quaranta minuti. Preparazione. Attesa.

La notte del 07 aprile mi sono svegliata di soprassalto, già sopraffatta dai morsi addominali, per fare la prima cosa che dovevo proprio fare da sola. Casa, doccia calda, mio marito, la mia amica, auto, casello dell’autostrada, parcheggio del pronto soccorso, buio, scivolo lentamente e ritmicamente nel limbo della solitudine. Capisco a cosa serviva quella perdita, quello spostamento, di concentrazione.

La sala è illuminata da una luce arancione e fioca, è accogliente, fresca, senza tempo. L’ostetrica mi dice Non scappare coi piedi, ferma, punta i talloni a terra. Quando arriva il dolore, buttalo fuori. E’ il momento di esser sola, sola con il dolore. Con tutti i miei dolori.

Contrazione. Spingi. Urla. Io a quindici anni che non posso cambiare il mondo.

Contrazione. Spingi. Urla. Io usata.

Contrazione. Spingi. Urla. Io che uso.

Contrazione. Spingi. Urla. Io sotto le coperte che non mi alzo.

Pausa. Nessun dolore. Vuoto. Penso solo che non ce la faccio, che ho paura. Che accogliere il dolore e poi buttarlo fuori è l’unica via, ma troppo difficile. Che mi vergogno. Che non sono pronta.

Contrazione. Spingi. Urla. Io che apro gli occhi fuori dalla sala operatoria.

Contrazione. Spingi. Urla. Io che guido per ore lungo autostrade buie.

Pausa. Apro gli occhi. Ho freddo. Sono stanca. Marito. Amica. Sono lì per me, a fianco, senza fare nulla. E’ la cosa più bella che possano fare.

Contrazione. Spingi. Urla. Io che voglio dirti che ti amo da sempre, ma c’era troppo dolore.

Contrazione. Spingi. Urla. Non esiste nessuna bambina, c’è solo dolore. Non riesco a visualizzarla.

Amore, ti tengo io, per le braccia, non cadi. Contrazione. Spingi. Urla.

Quando riapro gli occhi, per l’ultima volta, le ostetriche sono sedute a terra, di fronte a me. Anche la mia amica, con le gambe incrociate. Sembrano ad un pic-nic e sono felici. Io sento finalmente le braccia che mi hanno tenuto fino ad un momento prima e non sono più sola. Sono passate cinque ore. Fuori il sole è alto e per terra c’è Ada, che è la vita e c’è la nostra famiglia. Tutte cose ancora da fare, insieme.

Al dolore ci si presenta da soli

Sabato notte abbiamo rischiato di perdere il nostro pulcino. Siamo stati superficiali, non lo abbiamo ascoltato e lui ha rischiato di morire per un colpo di calore. A chi pensa che esageri parlando di dolore per la paura di perdere un cane, consiglio di smettere di leggere, proprio di smettere di leggere in generale il mio blog, perché non hanno idea di cosa sia la bellezza, e io non glielo posso di certo spiegare. Le lacrime che abbiamo versato davanti a quella clinica quando ci hanno detto che non ce l’avrebbe fatta, non me le dimenticherò mai. Non dimenticherò mai noi in casa, alle due di notte, in silenzio a guardare il vuoto, con le finestre aperte sul niente. Non potevamo abbracciarci. Il dolore ci divideva. Un dolore così forte da togliere il fiato, letteralmente. Perché davanti al dolore, quello vero, non ci si può presentare in coppia, per mano a chi ci ama e ci aiuta, ci si presenta da soli. Col proprio carico di sensi di colpa e lacrime. Da soli, assolutamente, non esiste nessun altro nel mondo a parte noi e il nostro dolore. Sara´ perché quel cucciolo l’abbiamo scelto noi, la vigilia di Natale e l’abbiamo portato a casa subito e non ce ne siamo più separati, l’abbiamo cresciuto, pulito, curato, amato, tutti i giorni da due anni e mezzo a questa parte. Sara´ perché tutti da noi si aspettano un figlio, noi compresi, che forse noi, da lui, ci aspettiamo che non ci lasci mai, l’abbiamo caricato di questa responsabilità.
E lui e´ un bullo vero, un coraggioso. E ce l’ha fatta ancora, a respirare da solo e a rimanere con noi.
Grazie.

Noi ti festeggiamo così, piccolo mio.

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