Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè 

  
Sono le diciannove circa, un esercito di impiegati cinesi risale le scale della metro, ognuno col suo sacchetto della cena take away in mano. Anche mio marito cammina verso casa col nostro sacchetto, quasi ogni sera diverso.

Ogni volta che mangio, qui a Shanghai, penso a quando tornerò a casa, a quanto manca al prossimo rientro. È un pensiero automatico. Ho le bacchette in mano e intingo il riso nella salsa di soya e penso a Natale e alle lasagne di mia madre. Ho riflettuto sul significato di questo pensiero e non è una questione di preferenze. Qui e in tutti i posti del mondo in cui ho viaggiato, ho mangiato cose che ricordo con grande amore. L’aragosta, ad esempio, sarà per sempre quella mangiata all’Indochina, appena sposati, a Siam Reap, su una terrazza di bambù a parlare di libri americani e sigari toscani. Le ostriche sono da asporto, pepe e limone. Il camembert è quello preso al mercato della piazza di Brugge, caricato sul tandem rosso insieme ad una bottiglia di vino e un pezzo di pane e mangiato seduti sull’erba di un parco. Il foie gras è quello de Le Coupe Chou, ordinato pensando wow il foie gras a Parigi cosa voglio di più dalla vita?! e combattuto una battaglia impari coi conati di vomito un secondo dopo il primo boccone.

La differenza è il richiamo. Il cibo italiano non è un ricordo, fa parte delle cose che chiamo casa, tutti i gusti di tutti i cibi che ho mangiato fin da piccola. Le stelline in brodo, i passatelli, la cotoletta con l’insalata, la scarpetta col pane nel ragù, i tortellini in brodo e il lesso del brodo, la gramigna panna e salsiccia, l’arrosto con le patate, gli spaghetti al pomodoro il giorno dopo, i pomodori ripieni, gnocco fritto e prosciutto crudo, la crostata di marmellate di non si sa quali frutti perché si mischiavano tutte insieme, i sughi d’uva, il parmigiano sulla pasta, la margherita. Questi, sono casa

Qui, solo sotto il nostro palazzo, ci saranno almeno dieci tipi di cucine diverse. Nostra figlia, per forza di cose, non mangerà come noi, non crescerà per i primi 25 anni della sua vita con gli stessi gusti, ma ne proverà da subito tanti diversi e quello che per noi è stato un’infanzia di tutti i giorni, per lei sarà Natale e le feste comandate, quando torneremo in Italia. 

Oggi, ogni volta che arrivo a Shanghai mi sento a casa,  anche se Shanghai non è casa. Credo che la differenza stia nella preposizione semplice. 

Allora mi chiedo cosa sarà per lei, per Ada, casa, da dove verrà il suo richiamo

Neroli #labellezzadelleparoleinutili #weekundici

Considera l’imprevisto

[L’ultima volta che sono rimasta prigioniera della neve era il 2012 e in casa eravamo in due. Nevicò tutta la notte e la mattina le auto erano sepolte da una coltre inespugnabile. Abitavamo nel nostro minuscolo appartamento, il primo. Il primo in cui abbiamo dormito insieme, il primo che abbiamo iniziato ad arredare. L’appartamento in cui siamo entrati e usciti mille volte con le valigie di un week-end da qualche parte in Europa o al mare; la porta dell’appartamento che, un sabato mattina, ti sei chiuso alle spalle e, piano, mi hai raggiunto sul letto, con un anello appena comprato, per chiedermi se volevo sposarti. L’appartamento in cui ho pianto e tu mi hai consolata. L’appartamento in cui ti ho aspettato, tutte le volte che partivi per la Cina, senza immaginare che un giorno avremmo avuto una seconda casa, lì. Il primo posto che è stato casa, per noi. Quella mattina, considerato l’imprevisto, decidemmo che era la giornata perfetta per bere champagne dalla mattina. Aprimmo il divano-letto, aprimmo una bottiglia, poi due, almeno tre. Sotto quel piumone, il nostro imprevisto perfetto. E poi le risate e i discorsi che amiamo tanto fare e che sono quello che più ci manca, parlare. Oggi, sotto tutta quella neve bianca, ero da sola. Abbiamo pranzato, io pranzato tu cenato, insieme, a lume di webcam, provando a parlare, della nostra giornata senza pretese.]

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Dis-ordine

Appena rientrata in casa, dopo molti mesi, era stata assalita da una smania di ordine che il marito faceva fatica a comprendere. Il giorno stesso aveva iniziato a disfare le valigie separando scrupolosamente i capi da lavare. Il giorno seguente aveva sistemato tutti gli abiti dentro gli armadi e i cassetti, piegati, suddivisi per stagione e per frequenza di utilizzo, nonché in scala di colore e materiale. Ai cosmetici non era toccato un destino diverso: primo cassetto lungo adibito ad area capelli-creme-cura della pelle-profumi; secondo cassetto lungo ospitante set rasatura del marito, beauty case momentaneamente vuoti, primi prodotti per la cura di Ada; primo cassetto corto totalmente sotto assedio dal trucco; secondo cassetto corto, prontuario medico [medicinali per lo più scaduti, ma questo, per ora, era sopportabile]. Il terzo giorno, durante la ricognizione del cassetto delle posate e delle pentole, il marito provò ad inserirsi nella follia compulsiva:

– Amore, ma non c’è bisogno di fare tutto subito… anzi, non c’è proprio bisogno.

Non ce n’era davvero bisogno? Erano stati lontani per così tanto tempo, non c’era bisogno di ristabilire un ordine delle cose? Non c’era bisogno di toccare tutto, di dare di nuovo un nome, un posto, un argomento, un motivo? Le cose [le persone] li avrebbero ancora accettati così, solo perché erano tornati?

Neroli #labellezzadelleparoleinutili #weeknove

Camere Separate 

[Fuori, alle spalle, c’era un rumore bellissimo, ricordava mesi difficili e intensi, come fuochi d’artificio l’ultimo dell’anno. Dentro c’era un oggi brevissimo, abbuffate di pesce, affetti e risate. Quei momenti, non si poteva viverli che così, in camere separate.]

Quando immagina sua madre passeggiare lungo i portici del paese, avvolta nella sua pelliccia buona, con gli orecchini d’oro della nonna e quegli strati di fondotinta e cipria sempre un po’ eccessivi, o quando la sente elevare in chiesa i suoi “amen” come se fosse ancora sull’aia della sua infanzia, ha un attimo di terrore. Prega che non faccia ingresso una gallina al centro della navata, o che un fagiano non attraversi il corso principale perché allora la vedrebbe gettare la pelliccia, alzarsi la gonna, gettare le scarpe ortopediche e rincorrere il pollo fra la gente, gridando e battendo le mani fino a catturarlo; e una volta acciuffato, torcergli con un gran sorriso il collo, o spezzargli la colonna vertebrale con un colpo secco alla testa e tornare poi in mezzo alla gente, sulla piazza, o nella chiesa, mostrando orgogliosa e fiera il suo trofeo. – P.V. Tondelli, Camere Separate

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Lo spazio del ritorno

A Shanghai la notte è già scura alle cinque del pomeriggio, ma non c’è mai completamente buio. Quando rientro a casa, sfrecciando sui taxi pastello che solcano la sopraelevata, è sempre un incanto. Il cielo è di un nero irreale e dai grattacieli piove una luce polverosa e zuccherina, bracciali di diamanti splendenti riposti nei loro astucci di velluto nero, perle solitarie incastonate in pavè di rubini e smeraldi che si rincorrono a intermittenza. Una piccolissima Alice dopo la pozione, che guarda dal basso in alto una gigantesca gioielleria.

Il ritorno esercita un fascino particolare su di me, è un momento chiuso, privato, silenzioso, di passato prossimo. Il ritorno è sempre in un non-luogo: lo spazio metafisico di un’auto, le piccole trasparenti capsule dei seggiolini di un treno o di un aereo, la traiettoria precisa di un cammino. Il ritorno è lo spazio dei ricordi appena accaduti, il prolungamento di una serata goduta o la coda biforcuta di un incontro da dimenticare. Non importa la qualità del ricordo, il ritorno è lo spazio di accoglienza, la sala d’attesa dei ricordi, prima di farli accomodare, completamente nostri, a mischiarsi con gli altri.

Quando ero piccola e dovevamo rincasare da qualche posto, non volevo mai. Perché il ritorno non ha un tempo. Il viaggio di ritorno era sempre più corto dell’andata e, avevo la sensazione, che nell’istante in cui mio padre decretava Andiamo a casa. fosse già tutto finito. Passavo il viaggio a fissare il finestrino, tra lo specchio del mio viso e le stelle. Oppure mi addormentavo, per sognare subito meglio [non sono mai stata una bambina paziente] e rivivere di nuovo i finali.

Ogni volta che ora, da grande, torno da qualche posto, sento nelle orecchie in un crescendo questa canzone e capisco che è l’ora dei ricordi e delle immagini veloci che passano tra il finestrino e l’anima.