Estratto #2

Invece, l’amore, o lo si accetta nella quantità e nella maniera in cui, chi ce lo da, può farlo, o non ci si libera mai. Mia madre non si liberava di Dana quanto Dana non si liberava del bisogno d’amore in generale.

[Dream Big, 2017, Bozze in revisione]

Estratto #1

Fecero l’amore come sapevano farlo: lei preoccupata per i peli e la cellulite, lui preoccupato che lei fosse comoda. Tutta la tenerezza era ancora lí, non si era consumata. Lui la tenne tra le braccia ancora. Elvis e Naní durante tutti quegli anni non erano stati da nessuna parte, sopratutto non erano stati insieme: quel nuovo fare l’amore era come tornare a casa senza mai essere stati via e trovare tutto in ordine.

[Dream Big, 2017, Bozze in revisione]

Ma siamo qui, a Modena – Photopost

La mattina era fredda e luminosa e io dovevo decidere come far finire un racconto. Avevo bisogno di camminare.

A Shanghai cammino tanto, le strade sono lunghe e dritte e la mente può occupare tutto lo spazio che trova. Posso camminare per inerzia per chilometri, finché non ho un finale, finché non ho una svolta nella storia. Mi piace camminare quando fa freddo.

Ma siamo qui, a Modena e le strade sono piene di incroci, curve, ostacoli e distrazioni. Sono piccole e tagliano il cielo in azzurre stelle filanti. Qui i racconti ce li ho dentro, devo solo trovare il modo di rappresentarli. Mi piace ancora camminare quando fa freddo.

Questa mattina Modena era una meraviglia. Il cielo sembrava un mare e io ci ho letto come è iniziato un amore.

 

Nuovi riti

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Appena rilasciato iOS10, qualche giorno fa, schiumante di impazienza ho perso qualche ora provando tutte le novità che si attendevano da mesi. Sarà che settembre è il mese della nostalgia, ma perdendomi tra widget e emoji, mi sono trovata a pensare a quando il telefono squillava e si correva, tra il le scale e il salotto, per rispondere prima dei genitori. Stavo quasi per cedere alla critica facile e retorica della nuova comunicazione, senza attesa, senza fiato sospeso; ero già lí lí con lo sguardo languido al tramonto pronta a rimpiangere Lo Squillo della Buonanotte e altre rudimenta romantica delle telecomunicazioni anni ’90: il sapore delle cose riservate.

Poi ho pensato alle spunte blu. Ho pensato a quando mi preparo, mi pettino, mi metto carina, perché a breve sentirò la chiamata skype in entrata. Ho pensato al ‘Dai, mandami un selfie che voglio vederti’. Ai messaggi scritti di notte, quando non si prende sonno e si scrive ad una amica, che è sveglia per via del fuso, che è sveglia per via del cuore e lei risponde subito e ti salva la vita. Ho pensato ai balletti del corteggiamento su Facebook, ai Like; alla canzone condivisa stasera, sperando che lui la senta; alla posta privata inviata tra tutti, ma solo ad uno. Ho pensato a mia figlia di 18 mesi, che si sveglia dal riposino pomeridiano e la prima cosa che fa é portarmi il telefono e con la sua vocina dolce implorare “Nonyyyy… Nonyyy…” perché sa che quella è l’ora in cui si videochiamano i nonni. Ho pensato alle notifiche del ‘giorno dopo’ sul gruppo whatsapp delle amiche o a quelle della serie di foto dei cambi d’abito durante la preparazione pre-uscita-con-lui. Ai selfie-di-rito della serata. Ho pensato anche alle cose condivise con superficialità, quelle sciocche, quelle intime.

Ho pensato che i riti sono importanti e quando i mezzi sono limitati e lenti sono semplicemente più riconoscibili. Ma i riti non finiscono, cambiano con noi. Siamo noi che accogliamo i riti nelle nostre giornate, colme di attese e aspettative, cose da raccontare, lacrime da share-are, immagini nelle quali riconoscersi. Accelerano i mezzi, la riproducibilità è iperbolica, aumentano i conoscenti e a volte diminuiscono gli amici. Ma l’esclusività che meritano alcuni rapporti piuttosto di altri non scompare. Forse questi nuovi riti costringono a nuove emozioni, che non siamo abituati a governare e che hanno conseguenze non virtuali. Che poi, come lo dividiamo il virtuale dal reale? I riti aiutano. I riti scandiscono, sono appuntamenti, ricordano cosa è fondamentale. Allora, in questo mondo di nuovi riti collettivi, forse è importante capire chi si ammette nel proprio cerchio della condivisione, a quali cerchi si accede. Perché una cosa ai critici dei nuovi media la riconosco: rispetto a vent’anni fa quella che sicuramente si è modificata è la facilità con cui si entra nelle vite degli altri. E se non siamo pronti a questo flusso continuo di privata pubblicità bisogna prepararsi: riflettere, scegliere, escludere o includere.

Allora, forse alla fine, i nostri nuovi riti assumeranno di nuovo il significato di riti antichi, religiosi, tribali: unire e proteggere.

Bella, lo stesso

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immagine dal web

Io quando sono grassa non rido, per niente. Non so, mi mancherà l’autoironia, l’autostima,  ma nei periodi della mia vita in cui ho convissuto coi chili di troppo non sono stata per nulla felice. Sono stata adolescente in anni in cui educazione fisica si faceva con le fruit bianche larghe o coi completini della Errea. Anni in cui, per noi ragazzine, il massimo della moda era la maglietta della Onyx che sfiorava l’ombelico e lasciava fuori un filo di pancia, che se non era proprio piatta non fregava francamente niente a nessuno. In TV c’erano La Sellerona e al cinema Kate Winslet. La pressione sociale di entrare in una 36, insomma, da ragazzina non la sentivo. Ho sempre avuto i fianchi larghi. Anche prima di avere il ciclo, ero magra, ma coi i fianchi già disegnati. Sempre. C’era proprio scritto nel contratto prenatale, quando mi hanno assegnato ai miei genitori “Ha i fianchi larghi, ve la tenete così, è bella lo stesso“. In forza al contratto, appunto, non ho nemmeno mai avuto problemi con gli uomini (ad averne al seguito, intendo, quello della gestione è un altro capitolo). Proprio buttando la modestia alle ortiche, devo dire che non ricordo un periodo della mia vita in cui non abbia avuto almeno qualche filarino attivo, indipendentemente dal peso. Ho 32 anni e da 20 convivo con il ritornello del Sei bella lo stesso. A parte che non vuol dire nulla. Bella per chi? Per te? Perché piaccio? E, piaccio a chi? Agli uomini? In ogni caso, una cosa è certa: tra alti e bassi, a posto con il mio corpo non mi ci sono mai sentita. Se non avete idea di cosa significhi, provo a spiegarvelo.

Quello delle dimensioni del proprio corpo è un pensiero costante, ma non è una astrazione, è un pensiero concerto, presente, che ha a che fare con quanto ci si sente ingombranti, quanto spazio occupano le cosce che si spalmano sul divano, con la sensazione della pancia che si piega quando ci si siede. Ha a che fare con il troppo, con il goffo, con il buffo. O anche con il tanto, o meglio l’essere tanta. Con il culo grosso che è più da porca. È una fatica costante, una attenzione costante, a coprirsi e scoprirsi nel modo giusto: da adolescente la felpa legata in vita che copre il culo, da ragazza la gonna non troppo sopra il ginocchio che hai le cosce grosse, da donna la blusa morbida che dissimula la pancia post-partum. Muoversi nel modo giusto: non piegarsi troppo che si alza la gonna dietro ed esce il retro ginocchio a pagnotta, sedersi con la giusta inclinazione e rigorosamente con un braccio appoggiato in grembo a nascondere la piega della pancia, non correre. Lascio perdere il repertorio da spiaggia, perché ce ne sarebbe abbastanza per un saggio breve. E, badate bene, non perdo il contatto con la realtà, so benissimo che la fuori, mentre io mi affatico a gestire la mia fisicità, tra chi guarda c’è sicuramente chi mi desidera, chi mi critica, chi mi invidia, chi mi disprezza, chi non si cura nemmeno della mia presenza. Chiedete a mio marito, la fatica che fa a farmi accettare i complimenti. Il problema non è fuori, è dentro. La dimensione del proprio corpo fa parte dell’immagine profonda che abbiamo di noi stessi, è lo specchio interiore, noi ci sentiamo magri o grassi. È come sentirsi uomo o sentirsi donna. Quanto deve essere doloroso per un uomo che si sente donna, essere costretto a vivere in un corpo che non si riconosce nella sua immagine profonda? Io mi sono sempre sentita in eccesso. La mia immagine profonda è più snella.

L’orgoglio curvy lo odio. Guardate, lo detesto proprio. È una delle cose più stupide e fastidiose degli ultimi anni. Insieme alle ciccione che ridono. Perché, si sa, le donne in carne sono più felici. Avete fatto dei sondaggi? Ci sono delle ricerche scientifiche? No perché, io vedo solo grandi servizi fotografici di ciccione che ridono. Non tollero la banalità intellettuale, la regina delle retoriche da rivista femminile del Ognuno è bello per quello che è! Una nuova meravigliosa mossa per schedarci nel catalogo dell’offerta maschile. Come ti piace? Curvy? Skinny? Ma sei sicuro? Vedi che adesso tira di più il curvy, eh! Sono piú sorridenti, amano la vita, fanno anche meglio l’amore! E pensare che per un certo periodo della mia vita  ho pensato di voler fare la pubblicitaria, sarei finita a scrivere ‘ste ovvietá vergognose. Quando leggo le battaglie orgoglio curvy, praticamente sempre sostenute da donne che si ritengono baluardi del femminismo moderno, il senso di depressione e sconforto nei confronti del genere femminile che mi assale è potentissimo. Primo perché nella maggior parte dei casi finiscono in penosi catfight magre vs grasse in cui ci si azzuffa per un selfie dell’una o dell’altra fazione, veicolando il fondamentale messaggio che l’unica cosa per cui stanno litigando è qualche like in più. Secondo, perché sono dei giganteschi fake. Preciso, per qualche disattento al discorso che potrebbe pensare che io mi riferisca alle campagne per i disturbi alimentari, che il cosiddetto orgoglio curvy a cui mi riferisco non c’entra nulla con le questioni mediche. Sono fake perché sono più rivolte a piacere che a piacersi. Ammiccano a cosa piace agli uomini, più che a come si sentono le donne. Sono un concentrato di luoghi comuni spaventosi e, la cosa che mi fa maggiormente infuriare, sono scorrette: perché vogliono far credere di essere dalla parte delle donne.

Sapete cosa è dalla parte delle donne, davvero, invece? La solidarietà, il fare gruppo, sopportarsi. Dalla parte delle donne è aiutarsi a vicenda a cambiare. È sfogare la propria frustrazione per l’insalata di farro scondita sul gruppo whatsapp delle amiche. È andare a correre insieme. È fare un complimento al momento giusto. È festeggiare i -3kg in un mese di maledette rinunce con una bottiglia di vino insieme. Non sto dicendo che magro è meglio, ci sono donne portano fisicitá piene con grande eleganza. Ce ne sono altre che no, non stanno bene in carne. Ho amiche che vedrei meglio più tonde, altre che fanno bene tenersi in forma. Il punto non è questo. Il punto è che ogni donna ha il diritto di sentirsi bene nel proprio corpo e la chiave non è accettarsi. Il concetto  di accettarsi è ottuso quanto chi sostiene di aver il proprio carattere, non poterci fare niente che siamo fatti così.

Amiche, diffidate da chi vi dice che non importa, che é lo stesso, che é uguale, che Siete belle, lo stesso. Ricorda il È brava come un uomo; insinua che esiste una serie A e una serie B, ma, dai, anche in B ci sono dei campioni. Siate belle come volete. Come vi pare. Come vi sentite. E se non lo siete ancora, diventatelo. O almeno provateci, coi vostri modi, tempi, coi vostri obiettivi. Lavorare per se stessi è il più bel modo di amarsi. È anche l’unico modo per fare pace. Si può fare, ve lo dice una randagia, che con la disciplina e le rinunce ci combatte tutti i giorni e spesso cede. Ma non importa. Cedete pure al un formaggio molle, ad un bignè alla crema, ad un bicchiere di vino, ogni tanto, ma non cedete mai allo smettere di provare ad essere quello che volete. Fate quello che vi importa davvero e fate anche quello che non importa, anzi, fate soprattutto quello che fa lo stesso.