Life on Mars? #BowiePerMe

Il club è pieno. Pieno di persone, di musica elettronica. E’ una sensazione talmente assordante che mi pare ci sia silenzio, un fittissimo silenzio. Ondeggio trasportata dalla massa di corpi che si incontrano, vagano, si ripiegano, confluiscono verso la pista e sgusciano veloci verso i bagni. Salgo qualche gradino a bordo pista, per respirare. Da qui vedo tutto questo grosso divertente e cupo show muoversi a tempo di musica. Anche io mi muovo, sulle gambe nude e i tacchi traballanti. Il passaggio è velocissimo, spento/acceso, finisce il silenzio, sento caldo e sorrido. Life on Mars? riempie la sala. Dalla consolle un fascio di luce ci colpisce i visi in carrellata. Adesso c’è molto caldo. Sailors fighting in the dance hall solleva il mio cuore, lo rianima. It’s the freakiest show e i miei sogni sono sommersi. In quella sala da ballo in cui si combatte ogni sabato notte sono sola, ma non mi sento sola. E’ una vita assurda e ingiusta, ma piena di bellezza.

Non era quella la prima volta che incontravo Bowie, arrivava solo nel momento giusto, come ogni volta. Ce l’avevo già, dentro. Le cose importanti sanno quando devono presentarsi, quando è il momento giusto. Bowie, per me che sono nata negli anni 80, è sempre esistito, era già un idolo di diritto. Ma io non sono fatta per gli standard di categoria, io nelle cose mi ci imbatto, ci perdo la testa. Quindi Bowie nella mia vita è arrivato davvero intorno ai 25 anni, quando le notti erano decisamente più lunghe ed interessanti dei giorni. Quando non avevo un posto e amavo i mostri curiosi e gli occhi molto truccati. Quando i sogni erano incubi e la realtà sogni assurdi. Bowie per me era la vita come dovrebbe essere. 

Canzone dopo canzone e anno dopo anno, ognuna è diventata mia in un modo diverso. Se penso ai miei 25 anni adesso, potrei definirli infantilmente il mio periodo pulp. Bowie è entrato lí e non è più andato via. Mi ha accompagnato, poi, negli anni più maturi e sereni.

Ci sono artisti a cui ti approcci, che conosci, che apprezzi, che ami molto, addirittura. Bowie no, Bowie non si apprezza. Bowie o ce l’hai dentro o non ce l’hai e quando l’ascolti per la prima volta capisci che c’è sempre stato. Gli artisti si esibiscono, Bowie ti si manifesta. Bowie per me è la poesia, lo spirito della vita, le coordinate sentimentali. Per me Bowie è stato il domani con un’altra opportunità. Per me Bowie è stato la forza, il sollievo, quando la fatica di non accontentarmi era pesante. Per me Bowie è la voce che mi canta dentro di non mollare, perché ci può essere vita anche su Marte.

IMG_0659

Renzi, Io ballo da solo #quirinalparty

Io non so parlare di politica, quindi parlerò di italiani.

Nel post Quirinarie ho seguito le reazioni sui media e social [fino a quanto umanamente sopportabile], osservando il campione di italiani che popola la mia rete di contatti. Partendo dall’assurdo che la stragrande maggioranza si sente in diritto di commentare la figura del Presidente non sapendo minimamente chi sia e che storia abbia, per i più secchioni al massimo abbiamo una bio letta su internet, quindi, santo cielo, almeno asteniamoci dal pontificare. In secondo luogo, il trend più cavalcato è quello dell’indignato per il metodo autocrata e anti democratico di Renzi, a braccetto con il motto Renzi, il nuovo Silvio, ha solo smania di vincere. 

Ma proviamo a mettere in fila un po’ di fatti e riflessioni, in linguaggio rigorosamente tecnico:

  • Renzi stringe un patto con il centro destra, che non si capisce bene se comprenda anche la scelta del Presidente [pare di no, ma chi può saperlo…], dichiara che il Presidente verrà eletto alla quarta votazione e poi, in ultimo, esplicita il nome prescelto, e chi c’è c’è.
  • Tutti si infastidiscono un po’, perché il premier sostanzialmente dice Il pallone è mio o si gioca come dico io o me lo porto a casa. Ma, purtroppo per loro, nessuno è nella posizione di cambiare la rotta degli eventi, quindi fanno solo un gran casino, invocando una correttezza di metodo e un fair play che non si capisce bene da dove gli sia nato, a ‘sti poracci, che hanno fatto quel che gli è parso negli ultimi venti anni coi soldi nostri.
  • Renzi quindi vince con e su tutti e viene eletto un Presidente che, per nostra fortuna, pare una persona sobria, di garanzia e, pare, riformista.
  • Scoppia una bagarre mediatica insopportabile il cui leitmotiv è, appunto, che siamo vittime di una sorta di dittatura renziana.

Due cose mi hanno lasciata perplessa [anzi, una, l’altra la comprendo benissimo]. Le dico e le lascio un attimo lì. Primo, l’italiano medio, inteso in senso trasversale, non dispregiativo, l’italiano che va dal dirigente all’operaio al bar, sono anni che non fa altro che lamentarsi della classe politica, dei dinosauri del parlamento, di quelli legati alla poltrona, del vedere le cose gestite sempre nello stesso modo. Secondo, tutti i politici che, tagliati fuori dai giochi, hanno invocato onore e rispetto.

Un ragionamento che mi sembra, oggettivamente al di là dell’ideologia politica, sensato, è che Renzi ha sicuramente, in maniera agile e veloce, attuato un cambiamento di metodo. E il messaggio è chiarissimo, è il modo di agire di chi non vuole mischiarsi con la vecchia politica, di chi vuole fare diverso, di chi dice Bene, ora si gioca con delle regole nuove. Se vi va bene collaboriamo, se no, quella è la porta. E’ la mossa, personalmente credo anche ben giocata, di chi, per differenza, anche con una punta di sana presunzione [ma credo più lungimiranza], vuole tagliare fuori i rami secchi, finalmente. Perché i dinosauri di cui tutti si lamentano da anni, il derriere dalla poltrona non lo scolleranno mai senza un cambiamento radicale, che può anche essere visto come un atto di forza, ma cavoli, alla buon’ora! Come lo si smuove il paese senza cambiare il modo di fare le cose? Dobbiamo continuare ad aspettare di mettere d’accordo Alfano con Bersani e che la Meloni finalmente taccia? La politica si fa con il dialogo, ma se si dialoga con chi fa della resistenza al cambiamento la risposta a qualunque cosa, allora è tempo di fare spazio.

Tornando agli italiani, allora, la mia domanda è: ci lamentiamo da anni e quando arriva uno che cambia registro e, evidentemente, se ne frega di chi non ha una posizione collaborativa, se ne frega di fare il pacere, se ne frega delle resistenze, non ci va bene? I casi sono due: o gli italiani non sanno cosa dicono e quello che vogliono o c’è un problema [grosso] con il cambiamento. Che gli italiani siano degli inetti mi rifiuto di crederlo, sospetto piuttosto che la sottile paura che attraversa il paese, dal parlamento alla bocciofila, sia quella della filosofia del proverbio. Ovvero, siamo tutti politologi e filosofi, ma poi, stringi stringi, quando si tratta di cambiare, tutti [perché non ci si può aspettare di cambiare il paese solo al governo], sottovoce si sente sempre quello che, dalle ultime file, suggerisce Ricordate…chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che perde, ma non sa quel che trova. Che è come dire Quelli che conosciamo sono ladri e inconcludenti, ma almeno li conosciamo e, alla fine gli vogliamo un po’ bene. Alla fine, sotto sotto, l’italiano tifa per il furbo, perché metti caso che poi, ad esempio, le fatture le debba fare poi davvero tutte anche lui, nella sua trattoria. Perché se facciamo i furbi un po’ tutti, alla fine va bene, ci lamentiamo, ma noi siamo così. 

La posizione del Presidente del Consiglio alza tanta polvere perché non si sa cosa aspettarsi e, specialmente, si ha paura tutti di perderci qualcosa. Se parliamo poi dei polverosi personaggi a cui siamo abituati da anni non ci vuole Machiavelli per intuire che tutto il casino che stanno facendo è dato da ciò che, in gergo strettamente tecnico-politico, credo si chiami cacarella di perdere la poltrona.

Renzi ha deciso invece che Io ballo da solo. Le conseguenze delle scelte di governo che farà, con o senza il centro destra, non possiamo prevederle, ma, sicuramente, se non si stanca di ballare, qualcosa cambierà. Anzi, quando tutta la polvere sarà scesa e, si spera, sia rinata dalle ceneri la ragionevolezza di una dialettica politica sensata, probabilmente il risultato sarà più di unità [di una unità epurata, magari] di quanto ci si aspetti.

Distanze. E una cosa che spero di non smettere di fare mai.

Primo pomeriggio di un venerdì di gennaio, sono seduta ad un tavolino di un bar di paese, fuori. La giornata è fredda, ma il cappuccino e la stufa a gas di fianco a me rendono il tutto molto piacevole. In pochi minuti atterrano davanti al locale due auto gonfie di adolescenti, chiassosi, sboccati, allegri, scattosi, irruenti. Esplosioni di ormoni formato 170 cm. Si apostrofano a vicenda intercalando una parolaccia ogni due parole normali, si offendono, ridono forte, parlano della macchina che il padre di uno sta per regalargli come fosse già sua. Indossano cappelli con visiere gigantesche, jeans e scarpe giuste. Uno di loro è in t-shirt, non sta fermo un momento. Parlano del prossimo video da postare, della loro prossima avventura. La loro presenza invade la mia intimità di bevanda calda, rivista e cane. A pochi metri da noi passa un loro coetaneo, passo ordinato e veloce, zaino in spalla e mani fisse sulle bretelle, pettinato e spazzolato, si infila silenzioso nella porta dell’oratorio, non senza aver lanciato una occhiata bassa e invidiosa al gruppo iperattivo. Mi sento tesa, per un istante. Guardo la mia borsa aperta con il portafogli in vista.

Mi distraggo un attimo per scrivere un messaggio a mio marito. Nell’attimo di vuoto sospeso dopo l’invio mi chiedo perché quella sensazione mi abbia assalita. Mi hanno fatto paura, la loro prepotenza mi ha fatto paura. Mi chiedo che figlio preferirei avere. Preferirei quello sveglio, strafottente, allegro, che supera il limite o quello con la giacca allacciata fino all’ultimo bottone anche se ha caldo? E quanto passa tra un gruppo di ragazzi svegli e irruenti e una banda di vandali che devasta un vagone di un treno regionale [leggi qui] ? E, sono sicura che, scegliendo l’adolescente che striscia in parrocchia in silenzio, bravo a casa, bravo a scuola, non mi suoneranno mai i carabinieri per dirmi che ha devastato un vagone di un treno regionale, il mio bambino?

Io da adolescente ero insopportabile. Ero la versione femminile della gang del bar. Vivace, con una opinione su tutto, prepotente, sarcastica, tagliente, a volte bugiarda, spesso disobbediente, con la costante necessità di superare il limite. Mi innamoravo costantemente, come da copione, dei semi-delinquenti e spezzavo puntualmente i cuori dei bravi ragazzi, non senza riderci gustosamente sopra. Ero troppo sensibile per essere misurata, controllata. Mi ricordo l’imbarazzo di quei teppistelli che mi facevano il filo, nel chiedermi di uscire o la paralisi quasi totale che li prendeva nell’attimo prima di provare a baciarmi. La tenerezza di una timidezza nascosta dietro le scorribande di pomeriggi post scolastici. A me, tanta vivacità, curiosità, è servita a crescere indipendente, a capire. Ad altri, che rivedo oggi con gli stessi limiti dell’adolescenza ottusa, non è servita a niente.

Mi chiedo ancora cosa mi abbia scossa. E sono ancora più turbata, forse, dal fatto di essermi sentita turbata da un gruppo di ragazzi. Ho dieci anni più di loro, solo dieci anni più di loro e ho già smesso di capirli. Ho dovuto scavare nei ricordi di me ragazzina per accettare il loro entusiasmo mal gestito. Questo mi ha turbata, non l’irruenza, non il luogo comune dei ragazzi di oggi, ma la distanza. Dieci anni e avevo già pronte due belle caselle capienti con le etichette più banali: i teppisti, lo sfigato. Come si rimane allenati a non dimenticare ciò che si era? Quando si passa dal capire al difendersi? Non so dire che adolescente vorrei che fosse mio figlio, ma spero di non smettere mai di provare a capirlo.

E non è solo una questione di genitorialità, è proprio una questione di Ma tu, ti ricordi chi eri? Perché, ho paura, che a non ricordarselo si diventi degli adulti gretti, non cresciuti, sulla difensiva.

Una cosa che può succedere solo in Italia

Maternità [o non-maternità]. La dialettica e il superamento dei cliché, questi sconosciuti.

Questa mattina, facendo colazione, mi sono imbattuta in questo articolo de L’Espresso. Sono riuscita a sospendere il giudizio sulla battaglia anti-maternità [cercando di non stigmatizzarla in tal modo] nonostante il titolo, già piuttosto chiuso, Donne che scelgono di non avere figliPoi, arrivo a leggere il credito scelto per presentare la battaglia, Melissa P. [sto continuando a trattenermi dalla facile ironia, apprezzatelo]:

«Mi sono appassionata al progetto Lunàdigas perché credo che sia un’arma efficace per combattere l’uso che si continua a fare del corpo delle donne trattato ancora come carta bianca su cui inscrivere i dogmi di una cultura ormai troppo arcaica. La non-maternità è un vero e proprio stigma sociale che spesso costringe molte donne, soprattutto le meno emancipate, a non scegliere liberamente se avere o meno dei figli. Io vengo dal Sud dove tutto questo è pane quotidiano: spero, con la mia testimonianza, di dare forza a tutte coloro che non riescono a ribellarsi e ad affermare le proprie volontà». [grassetto della fonte]

Mi è tornata immediatamente agli occhi questa scena: io, con il mio pancino da quinto mese di gravidanza, seduta di fianco a Mao Mao, che mi accarezza, senza nascondere una certa emozione mista ad invidia, la protuberanza magica. Mao Mao è la mia amica cinese che lavora da Forbes. Mao Mao ha 26 anni e a Forbes non fa le pulizie, è l’assistente del Direttore, è sposata e non vede l’ora di avere un bambino. E’ un fiume in piena di domande e speranze per la sua [futura] gravidanza e, tra un pannolino e una tutina rosa, mi chiede quando ho intenzione di riprendere a lavorare dopo la nascita della bambina, a Shanghai o in Italia. Rimango un po’ spiazzata e riesco a ribattere solo terribili luoghi comuni del tipo Ma, non ho fretta…  Sto seguendo dei progetti personali… Sai in Italia dopo un figlio non è facile… Davanti al muro dei suoi piccoli occhi scuri afferro che non sta capendo minimamente [e giustamente] la mia fila di giustificazioni malmesse, quindi interviene presentandomi il suo lucidissimo punto di vista. Dopo il parto [sicuramente cesareo, in Cina puoi sceglierlo anche senza motivazioni mediche, solo pagando di più], sfrutterà i suo tre mesi di holidays e poi tornerà immediatamente al lavoro, contando, per il piccolo, sull’aiuto di genitori e asilo. Le chiedo perché tanta fretta di rientrare al lavoro e se crede che in redazione avrà problemi per la sua maternità. Anche qui nessuna esitazione, è normale che una donna si assenti per la maternità e che poi rientri al lavoro, perché dovrebbe avere problemi? Stare a casa dal lavoro per crescere i figli? Perché? Cosa può impedire ad una donna di continuare la carriera per cui ha studiato e, nel contempo creare una famiglia e crescere i propri figli?

Già, cosa? Ciò che mi irrita maggiormente dell’articolo dell’Espresso [ma non è il primo che leggo sul genere] non è il punto di vista di donne che non sentono la necessità di procreare, la maternità non è per tutte ed è una scelta talmente intima [e che, personalmente, credo abbia poco a che fare con quanto piacciono i bambini e molto con la padronanza che si ha di se stessi e della propria vita] che, nei singoli casi non è sindacabile, ma è la battaglia morale che se ne fa. E’ antiquata quanto lo status sociale di casalinga-madre-moglie-e basta. La dichiarazione di Melissa P. fa rabbrividire per quanto piena di banalità e femminismo sciocco. Il concetto che striscia tra le parole delle intervistate famose, tra i progetti, i documentari è che la non-maternità è per le illuminate, per quelle che non si lasciano usare, mentre le poverine non emancipate devono sottostare al giogo dei mariti, delle famiglie e della società che le vogliono tenere nell’oscuro del gineceo. Mi sembra di sognare.

Il problema è geografico. In Italia siamo tutte madri, nel senso archetipico del termine: siamo talmente e profondamente conservative da non riuscire a sganciarci da un cliché senza costruirne immediatamente un altro con cui scendere in battaglia. La dialettica e il superamento, questi sconosciuti. E, quindi, per reazione alla Grande Madre Regina, siamo tutte adolescenti, perché riusciamo a creare una identità nuova solo nella opposizione, nella ribellione [spesso ottusa], nella guerriglia di posizione, in cui o sei totalmente dall’altra parte della barricata o niente. O madre e basta o senza ovaie.

Alcune considerazioni sul perché la dialettica maternità – non-maternità non può essere superata:

  • Non voglio figli perché non voglio fare la fine di mia madre – Ora, cercando di non fare della psicanalisi spicciola, diventando madri ci si emancipa definitivamente dal rapporto madre-figlia che si è vissuto fino a quel momento e, comunicandolo alla madre, è come se si chiedesse il permesso della successione al trono. Non facendo questo passo, si evita anche di affrontare il problema del Io lo farò diversamente da te e, implicitamente, del riconoscimento degli errori fatti dai genitori.
  • Non voglio figli perché non voglio sacrificare la mia carriera – Prima di tutto, santo cielo, o siete tutte CEO di una multinazionale oppure, mi dovete spiegare in quale modo si può pensare che un figlio sacrifichi la carriera di una impiegata commerciale [perché, siamo realiste, la maggior parte di noi ha ruoli di media responsabilità]. Ma il problema non è questo, il punto è che, spesso, la donna che sente il desiderio di avere figli è lei per prima ad tenere un atteggiamento sul posto di lavoro che le impedisce di fare carriera, non coglie occasioni, non si pone in maniera propositiva nei confronti delle possibilità di incarico, mette le mani avanti diciamo, ponendosi problemi che ancora non esistono e sentendo sulla testa gli impegni di madre quando ancora, forse, non è nemmeno fidanzata.
  • Non voglio figli perché il corpo è mio e non voglio che sia usato per onorare una tradizione – A mio avviso, la posizione più immatura di tutte. E’ la posizione del Io sono mia e sono libera e in quanto libera non mi avrete mai per le vostre antiquate robe!

Alla fine, credo sia tutto [tutti i vari punti di vista anti-maternità] una questione di libertà mal posta. Perché, ad esempio, solo da adolescenti si può realmente pensare che esista la libertà assoluta, che essere liberi significhi non contaminarsi, significhi rivoluzione. E’ con la maturità che si comprende che si è liberi anche scegliendo di rinunciare a qualcosa oppure scegliendo di superare un modello. Superare un modello non vuol dire schiacciarlo, annientarlo, significa interiorizzarlo, farlo proprio e viverlo in modo nuovo, secondo il proprio tempo, le proprie relazioni, le proprie convinzioni. Certamente la maternità implica la rinuncia a qualcosa [ad esempio proprio alla libertà di organizzarsi tutto il tempo a piacimento], ma che implichi la rinuncia alla propria realizzazione di donna, la rinuncia alla vita sociale e al proprio posto nel mondo, al lavoro, la trovo una posizione immatura, miope, poco impegnativa. Credo anche che organizzare battaglie, con testimoni, documentari verità, sulla questione maternità o no, ne sminuisca il senso profondo della scelta, che dovrebbe essere privato o di coppia, ma di certo non sociale.

Qualcosa di mio sulla maternità.

Credo anche che la maternità faccia paura. A me la fa. Dalla paura fisica di avere un essere umano al proprio interno e sentirlo muovere [o non sentirlo muovere abbastanza], alla paura di avere la responsabilità di qualcosa che non è tuo, ma che è un altro essere umano e che farà scelte e avrà una vita. Mi fa paura sentire al telegiornale di madri che uccidono i propri figli, perché è facile dire che è il delitto contro natura e che sono madri-mostro, ma nessuno si chiede mai se non siano solo madri che non sono riuscite ad amare. E quindi mi chiedo se riuscirò ad amare questa piccola che porto dentro come credo di fare già, anche se non diventerà come mi aspettavo o farà scelte che non approverò. Credo che sarà una storia d’amore da costruire, come tutte le migliori, con impegno, cercando di non vivere per lei, ma con lei.

Questione di libertà, di solidarietà o di religione? #charliehebdo

Mi sono presa almeno 48 ore per non avere una opinione sui fatti. Ho scelto un programma di approfondimento, ho guardato almeno tre telegiornali diversi, ho letto le notizie online, ho orecchiato i titoli di sensazione gridati alla tv. I tag che mi rimbalzano ancora per la testa, più o meno, sono: ATTACCO ALLA LIBERTA’ FANATISMO DICHIARAZIONI DI GUERRA CIVILTA’ SUPERIORI CIVILTA’ INFERIORI GUERRA SANTA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE IL PROBLEMA NON E’ LA RELIGIONE IL PROBLEMA NON E’ IL CROCIFISSO ISLAMISMO MODERATO NON DOBBIAMO AVERE PAURA NECESSITA’ DI REAZIONE. Insomma, ho sentito tante risposte e poche domande. E, secondo me, la domanda [ma certamente non l’unica] non è perché, ma da dove [e non un dove nel mondo]. Sono cresciuta con un forte senso e rispetto della religiosità, credo che sia l’aspetto più serio della vita di una persona, talmente serio da, ad un certo punto, farmi scegliere di non scegliere alcuna religione. Non sono abbastanza seria per essere profondamente religiosa, posso permettermi di credere in Dio, ma per avere un rapporto con lui mi mancano diverse cose: la costanza della vita quotidiana, lo studio, l’impegno della compassione e della tolleranza giorno per giorno e, soprattutto, la rinuncia all’esercizio del dubbio. Essere laici è più facile e io l’ho scelto. Essere religiosi per non mettere in discussione la propria identità lo è ancora di più, ma non posso farlo. Provo a dare un colpo alla mia livella interna della legge morale e ad immaginare me stessa realmente religiosa, non posso ignorare alcune domande: Come sarebbero i miei rapporti con gli altri? Sarei tollerante o lo riterrei una rinuncia alla mia libertà di opinione? E come posso fare a definire il confine tra la mia libertà di opinione e quella degli altri? E sono certa che non potrei mai avere un atteggiamento violento, anche solo verbalmente o psicologicamente, verso chi è di una opinione diversa? Ora, il mio bilancino interno può pendere tutto da una parte per poco tempo, giusto il necessario per dire che, per come ritengo importante la scelta religiosa [ideologica], cadere nel fanatismo, in qualunque credo del mondo, è facile. Le immagini che abbiamo visto in loop nelle ultime ore su tutte le reti sono terribili, ma non mi sorprendono. Non mi sorprendono nemmeno tutte le meravigliose manifestazioni di solidarietà nei confronti delle vittime. Non mi sorprende per nulla il tag #jesuischarlie, perché tutti ci indigniamo se viene messa in discussione la libertà di esprimere i nostri pensieri. Non mi sorprende nemmeno che non esista un tag #jesuiskouachi, nessuno si identifica col cattivo e di certo non voglio istigare a questo, ma nessuno si è chiesto: dentro di me, dove nasce la violenza? E ancora, è l’organizzazione religiosa che instilla violenza o è il singolo, problematico, fanatico, radicale, che trova sfogo in un ambiente socialmente protetto come la comunità religiosa? E’ una questione di solidarietà, di libertà o di religione? E’ una questione di tutti? Non so, nel mare di cartelli neri #jesuischarlie trovo più paura che solidarietà. Di libertà non parlo nemmeno, quando si spara, da una parte e dall’altra [probabilmente prima di iniziare a rispondere al fuoco] si parla si civiltà superiori, la libertà è già finita da un pezzo. Se ci fermiamo a parlare dei fatti di oggi, sicuramente è una questione di religione, ma personalmente, non credo sia l’Islam a spaventare, ma la violenza [delle opinioni non in discussione, della fame di affermazione, dell’arrivismo, del potere, della necessità di identificazione] che si copre con una bandiera e che, innegabilmente è dentro ognuno di noi.

[Due cose che mi sono piaciute: Il lamento del prepuzio, S. Auslander e The Believer, H. Bean]