Bella, lo stesso

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immagine dal web

Io quando sono grassa non rido, per niente. Non so, mi mancherà l’autoironia, l’autostima,  ma nei periodi della mia vita in cui ho convissuto coi chili di troppo non sono stata per nulla felice. Sono stata adolescente in anni in cui educazione fisica si faceva con le fruit bianche larghe o coi completini della Errea. Anni in cui, per noi ragazzine, il massimo della moda era la maglietta della Onyx che sfiorava l’ombelico e lasciava fuori un filo di pancia, che se non era proprio piatta non fregava francamente niente a nessuno. In TV c’erano La Sellerona e al cinema Kate Winslet. La pressione sociale di entrare in una 36, insomma, da ragazzina non la sentivo. Ho sempre avuto i fianchi larghi. Anche prima di avere il ciclo, ero magra, ma coi i fianchi già disegnati. Sempre. C’era proprio scritto nel contratto prenatale, quando mi hanno assegnato ai miei genitori “Ha i fianchi larghi, ve la tenete così, è bella lo stesso“. In forza al contratto, appunto, non ho nemmeno mai avuto problemi con gli uomini (ad averne al seguito, intendo, quello della gestione è un altro capitolo). Proprio buttando la modestia alle ortiche, devo dire che non ricordo un periodo della mia vita in cui non abbia avuto almeno qualche filarino attivo, indipendentemente dal peso. Ho 32 anni e da 20 convivo con il ritornello del Sei bella lo stesso. A parte che non vuol dire nulla. Bella per chi? Per te? Perché piaccio? E, piaccio a chi? Agli uomini? In ogni caso, una cosa è certa: tra alti e bassi, a posto con il mio corpo non mi ci sono mai sentita. Se non avete idea di cosa significhi, provo a spiegarvelo.

Quello delle dimensioni del proprio corpo è un pensiero costante, ma non è una astrazione, è un pensiero concerto, presente, che ha a che fare con quanto ci si sente ingombranti, quanto spazio occupano le cosce che si spalmano sul divano, con la sensazione della pancia che si piega quando ci si siede. Ha a che fare con il troppo, con il goffo, con il buffo. O anche con il tanto, o meglio l’essere tanta. Con il culo grosso che è più da porca. È una fatica costante, una attenzione costante, a coprirsi e scoprirsi nel modo giusto: da adolescente la felpa legata in vita che copre il culo, da ragazza la gonna non troppo sopra il ginocchio che hai le cosce grosse, da donna la blusa morbida che dissimula la pancia post-partum. Muoversi nel modo giusto: non piegarsi troppo che si alza la gonna dietro ed esce il retro ginocchio a pagnotta, sedersi con la giusta inclinazione e rigorosamente con un braccio appoggiato in grembo a nascondere la piega della pancia, non correre. Lascio perdere il repertorio da spiaggia, perché ce ne sarebbe abbastanza per un saggio breve. E, badate bene, non perdo il contatto con la realtà, so benissimo che la fuori, mentre io mi affatico a gestire la mia fisicità, tra chi guarda c’è sicuramente chi mi desidera, chi mi critica, chi mi invidia, chi mi disprezza, chi non si cura nemmeno della mia presenza. Chiedete a mio marito, la fatica che fa a farmi accettare i complimenti. Il problema non è fuori, è dentro. La dimensione del proprio corpo fa parte dell’immagine profonda che abbiamo di noi stessi, è lo specchio interiore, noi ci sentiamo magri o grassi. È come sentirsi uomo o sentirsi donna. Quanto deve essere doloroso per un uomo che si sente donna, essere costretto a vivere in un corpo che non si riconosce nella sua immagine profonda? Io mi sono sempre sentita in eccesso. La mia immagine profonda è più snella.

L’orgoglio curvy lo odio. Guardate, lo detesto proprio. È una delle cose più stupide e fastidiose degli ultimi anni. Insieme alle ciccione che ridono. Perché, si sa, le donne in carne sono più felici. Avete fatto dei sondaggi? Ci sono delle ricerche scientifiche? No perché, io vedo solo grandi servizi fotografici di ciccione che ridono. Non tollero la banalità intellettuale, la regina delle retoriche da rivista femminile del Ognuno è bello per quello che è! Una nuova meravigliosa mossa per schedarci nel catalogo dell’offerta maschile. Come ti piace? Curvy? Skinny? Ma sei sicuro? Vedi che adesso tira di più il curvy, eh! Sono piú sorridenti, amano la vita, fanno anche meglio l’amore! E pensare che per un certo periodo della mia vita  ho pensato di voler fare la pubblicitaria, sarei finita a scrivere ‘ste ovvietá vergognose. Quando leggo le battaglie orgoglio curvy, praticamente sempre sostenute da donne che si ritengono baluardi del femminismo moderno, il senso di depressione e sconforto nei confronti del genere femminile che mi assale è potentissimo. Primo perché nella maggior parte dei casi finiscono in penosi catfight magre vs grasse in cui ci si azzuffa per un selfie dell’una o dell’altra fazione, veicolando il fondamentale messaggio che l’unica cosa per cui stanno litigando è qualche like in più. Secondo, perché sono dei giganteschi fake. Preciso, per qualche disattento al discorso che potrebbe pensare che io mi riferisca alle campagne per i disturbi alimentari, che il cosiddetto orgoglio curvy a cui mi riferisco non c’entra nulla con le questioni mediche. Sono fake perché sono più rivolte a piacere che a piacersi. Ammiccano a cosa piace agli uomini, più che a come si sentono le donne. Sono un concentrato di luoghi comuni spaventosi e, la cosa che mi fa maggiormente infuriare, sono scorrette: perché vogliono far credere di essere dalla parte delle donne.

Sapete cosa è dalla parte delle donne, davvero, invece? La solidarietà, il fare gruppo, sopportarsi. Dalla parte delle donne è aiutarsi a vicenda a cambiare. È sfogare la propria frustrazione per l’insalata di farro scondita sul gruppo whatsapp delle amiche. È andare a correre insieme. È fare un complimento al momento giusto. È festeggiare i -3kg in un mese di maledette rinunce con una bottiglia di vino insieme. Non sto dicendo che magro è meglio, ci sono donne portano fisicitá piene con grande eleganza. Ce ne sono altre che no, non stanno bene in carne. Ho amiche che vedrei meglio più tonde, altre che fanno bene tenersi in forma. Il punto non è questo. Il punto è che ogni donna ha il diritto di sentirsi bene nel proprio corpo e la chiave non è accettarsi. Il concetto  di accettarsi è ottuso quanto chi sostiene di aver il proprio carattere, non poterci fare niente che siamo fatti così.

Amiche, diffidate da chi vi dice che non importa, che é lo stesso, che é uguale, che Siete belle, lo stesso. Ricorda il È brava come un uomo; insinua che esiste una serie A e una serie B, ma, dai, anche in B ci sono dei campioni. Siate belle come volete. Come vi pare. Come vi sentite. E se non lo siete ancora, diventatelo. O almeno provateci, coi vostri modi, tempi, coi vostri obiettivi. Lavorare per se stessi è il più bel modo di amarsi. È anche l’unico modo per fare pace. Si può fare, ve lo dice una randagia, che con la disciplina e le rinunce ci combatte tutti i giorni e spesso cede. Ma non importa. Cedete pure al un formaggio molle, ad un bignè alla crema, ad un bicchiere di vino, ogni tanto, ma non cedete mai allo smettere di provare ad essere quello che volete. Fate quello che vi importa davvero e fate anche quello che non importa, anzi, fate soprattutto quello che fa lo stesso.

Cina, cinesi e del perché campano cent’anni

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Cinesi impegnati a discutere del cazzocheglienefotte (e a giocarsi la pensione)

Sono pratici, pittoreschi, ambiziosi e abbondantemente goderecci. Usano una quantità di parole tale, sebbene per esprimere concetti basilari, che rimbambisce persino me. Sono rilassati, molto rilassati. Campano una media di anni che va da 85 ad infinito e, dopo più di due anni di convivenza, inizio a capirne il motivo: ha a che fare che una sorta di vivi e lascia vivere colossale che sarebbe più corretto definirlo con un sobrio cazzoglienefotte. 

Alcune cose di loro che ormai ho metabolizzato e alcune no.

  • Mangiano. Ovunque. Se passeggiando per strada incontri una donna con una sporta trasbordante zampe di gallina fritte o una mastella di riso, probabilmente deve fare quattro fermate di metro e si è portata la merenda. Nauseante, ma sopportabile.
  • Sempre per il fatto che (vedi sopra), parlano parlano parlano, il mezzo di comunicazione più diffuso sono i messaggi vocali. La nostra tata, ad esempio, mentre stira, si scambia messaggi vocali al ritmo di uno ogni 15 secondi. Ovviamente riprodotti a volume massimo. Divertente, al limite del tragicomico.
  • La fila. La fila è un fenomeno inspiegabile. Per qualsiasi cosa esiste una fila organizzata, dalla fila alla cassa, al taxi, metro, banca, bagno e quando tu ti avvicini alla fila è tutta bella ordinata, uno dietro l’altro, per benino. Ti toccano, anche se non c’è bisogno, anche se lo spazio non manca, loro ti toccano, si appoggiano; ma tutto sommato stanno in fila. Poi, che so, aprono le porte della metro ed è la guerra civile: vecchie che ti spingono, gente che si lancia in avanti, mosse ninja. Oppure, sei in fila dal 45 minuti alla biglietteria della stazione, è la tua volta, ti avvicini garbatamente al botteghino (perché tu da bravo come ti ha insegnato la mamma hai anche rispettato la distanza di cortesia) e all’improvviso uno ti si butta davanti con tutto il corpo che si sporge dalle transenne e inizia ad urlare qualcosa al bigliettaio. Avvilente, ma fisicamente non è possibile non abituarcisi, questione di sopravvivenza.
  • Metodologia di trasporto dei bambini. Deve esserci una filosofia per precisa, dietro, perché li portano in braccio fino alla pubertà. Praticamente ci sono queste vecchie sui 45kg, massimo, tutto nervo, che trasportano i loro nipoti ormai con la peluria incipiente sul volto. E quando il lavoro si fa troppo arduo persino per una ayi (letteralmente “zia”, sono le tate cinesi, tipicamente donne tra i 45 e 55 anni) delle più scafate, allora ricorrono ai passeggini, da cui il ragazzetto, evidentemente fuori misura, ciondola i piedi strisciandoli per terra. Una via di mezzo tra un girello e una sedia a rotelle. Incredibile, ma fin tanto non li fanno portare a me…
  • Telefoni. Sono grandi. Giganti. E se un telefono da 13′ pollici non è sufficiente, con l’aggiunta della cover diventano praticamente il maxischermo nel quale il vostro barista trasmette gli europei. Altrettanto incredibile, ma a tratti anche comodo, quando in metro non sai che fare e ti vuoi guardare un film in lingua originale col vicino.

Sempre più difficile…

  • Méiyou. Letteralmente “non c’è”. Questa è una cosa che si inizia a capire solo dopo un po’ di tempo che si vive in Cina ed è strettamente legata ad un altro loro concetto culturale, che andrò a spiegare dopo. Lo capisci, ma non ti ci puoi abituare. Tipicamente, si riversa sulla tua vita in questo modo: sei in negozio, vuoi pagare con la tua carta di credito internazionale, perché fuori c’è il simbolino rassicurante e tu sai che puoi; quindi la presenti sereno al cassiere (uno che la prende e almeno due che guardano), loro la studiano per infiniti secondi, dicono qualcosa tra loro e poi, MEIYOU. Probabilmente, l’unico motivo per cui non la accettano è che non la sanno strisciare. La cosa tremendamente frustrante è che il muro del meiyou è inespugnabile, il commesso continuerà a ripeterlo fin quando tu non desisterai o arriverà la polizia (perché sei andato fuori di testa e hai aggredito il commesso). Più in generale, si può definire come la risposta standard per qualunque domanda a cui non sanno rispondere. Nessun tentativo di superare l’ostacolo: questa cosa non la so -> questa cosa non si può fare. Non avete idea di quanti se ne sentano ogni giorno. Zero preoccupazioni, zero responsabilità. È irritante, avvilente, disperante, incazzante. Potrei continuare all’infinito, non mi ci abituerò mai.
  • Le calze e l’uso sconsiderato che ne fanno. Allora, in questo caso sono un perito di parte, perché è da quando ho la facoltà di decidere sul mio abbigliamento che a marzo, qualunque temperatura faccia, io mi tolgo le calze con un gesto plateale tipo liberazione dal giogo del tiranno e non le rimetto fino ad ottobre. Quindi, sono abbastanza severa sull’argomento, ma loro però… oggi ci sono TRENTAQUATTRO gradi, umidità al 63%: la tata si è presentata con i collanti BIANCHI e, voglio dire, la funzione che tu credi abbiano, in ogni caso, non giustifica il colore. Il 70% delle donne che ho incontrato in metro, affette solo da una seminfermità mentale, indossava collant tra i 20 e 40 denari, colori vari. Il restante 30% si divide in inferme complete che hanno scelto rispettivamente la calza nera 80 den o il pedalino velato con i sandali. Avranno paura di sporcarsi i piedi. Ma vi immaginate il microclima che si forma li sotto? Comunque, ferma delle mie convinzioni, una volta sono uscita di corsa per andare ad un brunch a casa di cinesi, dimenticando completamente che in casa tutti si tolgono le scarpe, quindi sono arrivata con le mie scarpine primaverili senza calze e ho fatto una bella figura da zingara, a piedi nudi sul parquet appena lucidato. In ogni caso, i pedalini insultano la pubblica decenza più di Mastella ancora in politica.
  • Soldi, soldi, soldi. La smania che hanno per i soldi è seconda sola alla smania per il cibo. Ma non ne sono pienamente convinta. In ogni caso, se avete intenzione di condurre una conversazione di qualunque natura con un cinese, preparatevi preventivamente con tutti i prezzi di listino delle cose che avete addosso e/o menzionate nella conversazione, perché verrete interrogati severamente. Figurarsi come si prende un emiliano con una roba del genere, che piuttosto che ammettere che ha fatto due soldi va in giro con le pezze al culo.
  • Mianzi. Traducibile con il concetto sociologico di “faccia”. Questo è un discorso che ha molto a che fare con la cultura cinese della reputazione e dell’importanza di non “perdere la faccia”, é piuttosto complesso e per certi versi affascinante e legato con il Meiyou. Semplificando molto (moltissimo): per un cinese l’opinione che si ha di lui, la sua reputazione è di importanza fondamentale. Tutti i rapporti interpersonali ruotano attorno a questo concetto di “faccia” che non si può perdere agli occhi degli altri. Per questo motivo un cinese non potrà mai ammettere che non conosce una cosa, piuttosto, appunto si ferma e dice che non è possibile (altro esempio: il tassista che non conosce la via in cui ti devi recare e quindi non ti carica, perché di attaccare il navigatore non se ne parla). Il mantenere la faccia investe anche tutta una serie di formalismi che vengono adottati nei rapporti di tutti i giorni, i quali rendono molto difficile per una straniero comunicare realmente con un cinese. Si dice, ad esempio, che un cinese non risponderà mai un No secco ad una domanda, ma che esistano quattro diversi modi di dire Si, e ad ognuno di essi corrisponde un grado di effettiva affermazione. In poche parole, anche se ti dice di Si, non è assolutamente detto che farà ciò che ha affermato. Questi concetti alla base della cultura sociale cinese potete facilmente immaginare a quante sfumature di senso diano origine e, di conseguenza, quanto rendano difficile la sopravvivenza ad uno straniero che deve ogni giorno combattervi. Comprensibile, ma richiede uno sforzo intellettuale tale da rendere impossibile una vita quotidiana serena.

 

I sogni non fanno rumore – Un progetto di Roberta Dieci

  

Roberta Dieci è una scrittrice, oltre che mamma, insegnante ed amica da molti anni. Ha un sogno. 

Il mio compito è aiutarla ad avere la luce che desidera. Vi conosco, lettori miei: amate, come me, chi ama i sogni e lavora per realizzarli. 

Perciò, supportate questo bel progetto cliccando qui:

I SOGNI NON FANNO RUMORE


Qualche notizia in più sul progetto

Che rumore fa un sogno che rimbalza nella mente ancora addormentata del mattino? Che rumore fanno le passioni sconvolgenti che tormentano la mente?

La frenetica e bizzarra vita di Giulia, divisa tra letteratura e realtà, eleganza ed aggressività, tacco 12 e tacchetti da calcetto, amore e odio, è molto più complessa di quanto non appaia, al punto che, non di rado, il mondo onirico e quello reale finiscono per toccarsi ed inevitabilmente, scontrarsi. Guidata dalle parole e dagli insegnamenti della professoressa Anceschi, cullata dai giornalieri viaggi in treno, la protagonista scoprirà quanto il passato possa insegnare al futuro e quanto l’amore possa sconvolgere l’anima, ma eternarsi nel ricordo.


Trama

Il romanzo racconta la vita frenetica della ventitreenne Giulia, che si snoda tra partite di calcetto, amore, tacchi alti, esami all’università.
Ma nulla è come sembra e la vicenda, narrata come una matrioska, nasconde vari racconti al suo interno e, verso la fine del romanzo, il lettore è come catapultato in una nuova realtà, in una storia che già conosceva, senza però averne la consapevolezza.
I brani più famosi della letteratura europea accompagnano il dispiegarsi della trama e il treno su cui viaggia ogni giorno la protagonista diventa l’utopia, il non-luogo in costante movimento, in cui tutti i tempi e tutti i luoghi si concentrano, si scontrano e si fondono.


Nota dell’autore

L’idea prima del libro nasce grazie alle mie compagne di squadra e ad una serata un po’ malinconica in cui, per scherzo, ho deciso di mettere nero su bianco le nostre avventure sportive. Il nucleo iniziale si è poi via via arricchito ed è diventato una storia completamente diversa, che però racchiude tanti pezzetti di storie, alcune inventate, altre realmente accadute. Sono veri alcuni personaggi, sono vere le emozioni, sono veri i sogni, sono veri i ricordi.

In memoria di chi non può leggerlo, ma che può in qualche modo rivivere tra le sue pagine.


Roberta Dieci, classe 1982, vive e lavora a Modena: laureata in lettere classiche e moderne con lode presso l’Università di Bologna, sposata e mamma di due bimbe, insegna in una scuola superiore. Appassionata di letteratura e di sport, amante dello shopping compulsivo, cerca di incastrare, come in tetris, tutti i pezzi delle sue giornate. É la referente didattica e co-fondatrice di “Metis”, un centro di lezioni private pomeridiano con sede a Modena.

Nel nome di cosa?

Una donna litiga con il fidanzato. Esce la sera, come spesso le capita, con amici, in zone conosciute. Beve, forse si droga e finisce a casa con un uomo appena conosciuto. Viene ritrovata uccisa, si saprà poi, uccisa dallo stesso uomo.

Questo succede pochi giorni fa ad Ashley Olsen, americana che vive a Firenze. Immediatamente si aprono le fazioni. I punizionisti del se l’é cercata contro i paladini della libertà delle donne del la donna deve avere il diritto di fare quello che vuole! Sapeste come mi spaventano gli slogan… e qui ne abbiamo da vendere da entrambe le parti. Anzi tutto, se vogliamo proprio iniziare essendo puntigliosi, chi accusa di moralismo i fautori del se l’è cercata, sta, nelle argomentazioni, nello stesso moralismo. Infatti, che si sostenga che una donna sia in parte colpevole del proprio omicidio o piuttosto una martire a cui è stata sottratta la libertà, è sostanzialmente indifferente partendo dal medesimo presupposto ovvero che la donna avesse o no il diritto di essere di facili costumi. Quindi la donna era di facili costumi, abbiamo decretato all’unanimità. Io stessa, iniziando di impeto a scrivere questo articolo, non avevo esitato a definire la donna disinibita. Ma questo non è un fatto, questo è un giudizio. Se vogliamo parlare di fatti, io trovo più oggettivo dire che una persona si è trovata in una situazione di potenziale pericolo ed il caso ha voluto che, per mano di un’altra persona che ne ha approfittato, il pericolo si verificasse. Ma, nel nome di cosa?

Il problema é che la maggioranza delle opinioni che si leggono in seguito a casi come questo non centra il problema, sono una superficiale presa di posizione di scarsa utilità. È becero e ottuso sostenere che la vittima si sia volontariamente messa in pericolo o peggio si sia meritata la morte (ma dove siamo, sullo Stige?), quanto è di una ovvietà avvilente dire che è ingiusto che una donna venga uccisa a causa dei suoi costumi (anche sessuali). Quindi, se siamo tutti d’accordo, diciamo come premessa che nessuno si merita la morte, anche perché, nei fatti, nessuno è libero di uccidere qualcun altro e, se lo fa, viene punito. Ma, se nessuno è libero di uccidermi (0 di usarmi violenza), ma io so che ci sono situazioni in cui, potenzialmente, questo può accadere comunque, più facilmente che in altre, io sono comunque libera di fare tutto quello che voglio? Se so che posso trovarmi in una situazione fuori controllo, con persone che non conosco, sono comunque libera di incorrere deliberatamente in queste situazioni? Certo. Queste mie scelte giustificano le altre persone ad abusare della mia libertà a loro favore? No. Per essere più sfacciati. Ho il diritto di mettermi un abito succinto, uscire di notte con le amiche, trovare in un locale qualche ragazzo  carino, bere qualche drink, magari appartarmi con loro, in auto per divertirci un po’? Certo. E se ad un certo punto non mi divertissi più e volessi tornare dalle mie amiche, nonostante la situazione si fosse surriscaldata? Questi ragazzi avrebbero il diritto di non ascoltare il mio no e di continuare, magari usandomi violenza? No di certo. Bene, sulla banale affermazione che ognuno è libero di vivere come vuole ci siamo.

Non è la libertà stessa, ma la connessione tra libertà e responsabilità. Credo che esista una responsabilità nei confronti di se stessi. E credo che questa responsabilità sia legata a doppio filo con la libertà che possiamo esercitare. Anzi, personalmente credo che sia più importante della libertà stessa. Esistono situazioni più pericolose di altre, se io, adulto consapevole, decido di rimanere in tali situazioni, in compagnia o addirittura solo, decido di rischiare. Questo in nessun modo giustifica un atto violento nei miei confronti, ma potrebbe facilitarlo. Uso il condizionale perché non voglio mettermi a fare una analisi statistica delle condizioni in cui si verificano atti violenti, è tuttavia sufficiente ciò che la nostra mente percepisce come pericolo per farci riflettere sul perché lo stiamo correndo. Se faccio entrare in casa mia uno sconosciuto e siamo soli e probabilmente non sono nemmeno totalmente lucida, molto probabilmente non succederà nulla e potrà essere una serata più o meno divertente, ma il rischio corso non si è annullato solo perché sono ancora viva e, forse, una domanda interessante da farmi è perché sono stata disposta ad espormi. La responsabilità del rischio corso è mia. E non importa che ci sia stato sesso o meno. Se io so che passare la sera per una certa zona non è consigliato, perché famosa per le rapine e, pur potendo fare altrimenti, scelgo di passare per quella strada, la responsabilità della strada scelta è mia. Non ho nessuna colpa se vengo derubato davvero, ma ero a conoscenza del rischio. Quindi, è ragionevole ammettere che la mia libertà possa anche fermarsi un attimo prima del faccio tutto quello che voglio, se io lo decido in rispetto della mia persona? Se io lo decido in rispetto di un figlio, di una famiglia, che potrebbe perdermi? Dove finisce la libertà e dove inizia la responsabilità nei confronti della vita? Dove finisce l’esercizio della libertà e dove inizia la sfida, l’adrenalina? Guardate, non è per nulla un discorso di sesso e di sessi, il caso citato in apertura è solo un espediente per parlare di molte situazioni che attraversiamo tutti i giorni.

Parlare di libertà è sempre un campo minato sopratutto se si ammette che la libertà assoluta, in una società civile, non esiste. In una società civile sarebbe forse assennato decidere per se stessi ed insegnare ai propri figli a decidere come delimitare la propria libertà nel rispetto degli altri e di se. Non saremo così salvi dal male o da scelte avventate, ma almeno saremo consapevoli. Il fatto è che il recinto esiste, possiamo dire che dobbiamo stare dentro e avere paura altrimenti se il lupo ci mangia è colpa nostra; possiamo dire che dobbiamo sfondarlo ed andare a cercare il lupo; oppure possiamo costruircene uno su misura, nel nome della Libertà.