Nuovi riti

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Appena rilasciato iOS10, qualche giorno fa, schiumante di impazienza ho perso qualche ora provando tutte le novità che si attendevano da mesi. Sarà che settembre è il mese della nostalgia, ma perdendomi tra widget e emoji, mi sono trovata a pensare a quando il telefono squillava e si correva, tra il le scale e il salotto, per rispondere prima dei genitori. Stavo quasi per cedere alla critica facile e retorica della nuova comunicazione, senza attesa, senza fiato sospeso; ero già lí lí con lo sguardo languido al tramonto pronta a rimpiangere Lo Squillo della Buonanotte e altre rudimenta romantica delle telecomunicazioni anni ’90: il sapore delle cose riservate.

Poi ho pensato alle spunte blu. Ho pensato a quando mi preparo, mi pettino, mi metto carina, perché a breve sentirò la chiamata skype in entrata. Ho pensato al ‘Dai, mandami un selfie che voglio vederti’. Ai messaggi scritti di notte, quando non si prende sonno e si scrive ad una amica, che è sveglia per via del fuso, che è sveglia per via del cuore e lei risponde subito e ti salva la vita. Ho pensato ai balletti del corteggiamento su Facebook, ai Like; alla canzone condivisa stasera, sperando che lui la senta; alla posta privata inviata tra tutti, ma solo ad uno. Ho pensato a mia figlia di 18 mesi, che si sveglia dal riposino pomeridiano e la prima cosa che fa é portarmi il telefono e con la sua vocina dolce implorare “Nonyyyy… Nonyyy…” perché sa che quella è l’ora in cui si videochiamano i nonni. Ho pensato alle notifiche del ‘giorno dopo’ sul gruppo whatsapp delle amiche o a quelle della serie di foto dei cambi d’abito durante la preparazione pre-uscita-con-lui. Ai selfie-di-rito della serata. Ho pensato anche alle cose condivise con superficialità, quelle sciocche, quelle intime.

Ho pensato che i riti sono importanti e quando i mezzi sono limitati e lenti sono semplicemente più riconoscibili. Ma i riti non finiscono, cambiano con noi. Siamo noi che accogliamo i riti nelle nostre giornate, colme di attese e aspettative, cose da raccontare, lacrime da share-are, immagini nelle quali riconoscersi. Accelerano i mezzi, la riproducibilità è iperbolica, aumentano i conoscenti e a volte diminuiscono gli amici. Ma l’esclusività che meritano alcuni rapporti piuttosto di altri non scompare. Forse questi nuovi riti costringono a nuove emozioni, che non siamo abituati a governare e che hanno conseguenze non virtuali. Che poi, come lo dividiamo il virtuale dal reale? I riti aiutano. I riti scandiscono, sono appuntamenti, ricordano cosa è fondamentale. Allora, in questo mondo di nuovi riti collettivi, forse è importante capire chi si ammette nel proprio cerchio della condivisione, a quali cerchi si accede. Perché una cosa ai critici dei nuovi media la riconosco: rispetto a vent’anni fa quella che sicuramente si è modificata è la facilità con cui si entra nelle vite degli altri. E se non siamo pronti a questo flusso continuo di privata pubblicità bisogna prepararsi: riflettere, scegliere, escludere o includere.

Allora, forse alla fine, i nostri nuovi riti assumeranno di nuovo il significato di riti antichi, religiosi, tribali: unire e proteggere.