Quello che non ci basta e quello che abbiamo avuto

Da circa una settimana abbiamo assunto Tata Wang per aiutarmi con Ada. Questo post non parla di tate e figli, ma una parentesi Tata Wang se la merita. Tata Wang ha 47 anni e non pesa più di 32 kg, ha tutti i denti, ha una buona igiene di base, parla solo cinese, si fa i selfie con Ada e li posta su wechat e porta la parrucca. Una parrucca dignitosa, eh, un bel carrè lungo con la frangetta. Ora voi tutti vorreste sentire una storia strappalacrime sul perché della parrucca, ma in realtà io credo che la porti e basta, senza motivi seri e ogni volta che suona alla porta io nei 5 secondi prima di aprire spero con tutte le mie forze che abbia un caschetto platino alla Vivian o un blu-Paola Maugeri, vecchia maniera o una bella cotonatura alla Satomi (se non sai chi sono Vivian, Paola Maugeri e Satomi vergognati e clicca qui, qui e qui). Per ora ancora niente, ma vi terrò informati.

Oggi Ada è con Tata Wang e io mi sono rintanata in un caffè  a  scrivere (ma roba che solo nei film, sono commossa). Se vi state chiedendo: a) se mi fido a lasciare mia figlia alla tata; b) quanti cappuccini dovrò bere per poter occupare un tavolo per più di 25 minuti; le risposte sono nell’ordine: si, mi fidavo, finché una amica italiana mi ha scritto “Beh, siamo in Cina, lasciamo i nostri figli a semisconosciute con cui appena comunichiamo…”, prima di questo ero molto tranquilla; cappuccini uno, forse nemmeno, qui la gente va nei bar, prende un bicchiere d’acqua del rubinetto e si accampa a dormire sulle poltroncine per il resto del pomeriggio, figuriamoci se si formalizzano per una che sta un po’ a scrivere al pc.

Comunque, per il post di oggi ho due complici. La playlist che ho scelto come sottofondo e una battuta di mio marito.

Ve la ricordate la Duna?  Io delle serate in Duna mi ricordo queste cose: la fila in autostrada per arrivare, la fila per cercare parcheggio da Punta Marina a Marina di Ravenna centro e ritorno (diverse volte), il caldo umido alle 18 e il freddo artico alle 23, le birre in bottiglia, la magia per la quale arrivavi figa e due ore dopo sembravi una profuga di Lampedusa, i giri Duna-Toto e ritorno, la pipì in pineta, la scaletta del DJ sempre uguale e rassicurante, gli abbracci e le urla, il panorama post nucleare delle 00:30, le piade e la fame chimica, gli andiamo a vedere il mare, le stelle, i lettini, qualsiasi cosa…,  e una altro paio di cose che non stiamo qui a precisare. Le serate in Duna erano sempre belle, qualunque cosa accadesse. C’era sempre la sensazione di essere in una immensa compagnia, un gigantesco gruppo di amici su una spiaggia. Ma c’è una cosa che ricordo meglio di tutto. La disperazione delle 2:30. Quando tutto finiva e rimanevano solo bottiglie vuote e sopravvissuti, la vita ti tornava a prendere. Sarà stato il mare o gli amici persi in qualche angolo buio, ma a volte volevi piangere e restare, in quei duecento metri ai confini tra l’Emilia e il mare. C’era, sempre, qualcosa che non ci bastava, che non era mai abbastanza.

Volevo una vita spericolata. L’ho sempre voluta, del resto in casa mia si ascoltava Vasco, mica Bach. In molti sensi l’ho avuta e l’ho ancora. E c’è ancora qualcosa che non mi basta. Ma ora, nei momenti in cui la vita arriva a chiedere il conto, ho imparato a pensare a quello che ho avuto.

Questo post è per voi, amici, che siete stati spericolati con me. Questo è per tutte le serate a far tardi tra un bicchiere, un giro in discoteca e qualche frase sconnessa e sincera prima di andare a letto. Questo è per tutte le risate, forti, sguaiate. Questo è per tutte le zingarate senza un senso apparente; per le notti in macchina ad aspettare, con una buona amica, un po’ d’amore o qualcosa di simile. Questo è per il telefono che squilla alle cinque del mattino, di chi ha bisogno di compagnia. Questo post è per chi mi ha portato lontano e per chi mi sta vicino, nonostante.  Questo è per quelle amiche che c’erano nei giorni peggiori e per cui ci sono stata, nel buio tra la via Emilia e casa. È per quelle amiche che hanno saputo esserci anche nella gioia, che è anche più difficile. Questo post è per tutte quelle serate nate a caso e finite a notte fonda in un bar, ancora tutti insieme. Questo post è per voi, grandi amici coraggiosi.

Questo post è per voi, amici, perché siete quanto di bello ho avuto e quanto ancora non mi basta, spericolati. Vi auguro una vita in cui siano, spesso, le 2:30 in Duna. Vi auguro la desolazione di qualcosa che finisce, per godervi qualche momento di malinconia su una spiaggia vuota e poi ricominciare.

ps.: sono al terzo cappuccino, sono spericolata, ma non vengo mica dalla Cina.

La_Saraghina

[La Saraghina, 8 e 1/2]