Noi trentenni e la paura degli attentati (e del domani)

Apro un solo occhio, è sabato mattina e cerco di rivendicarlo. Dalla luce che filtra dalle tende intuisco che è presto.

È sabato 14 novembre 2015, a Shanghai.

Mio marito è sveglio, ha l’ipad in mano. Richiudo gli occhi. Li riapro. Mi guarda fisso.
<Ci sono stati degli attentati a Parigi.
L’informazione non arriva subito al mio cervello, ho ancora gli occhi semichiusi. Mi guarda ancora.
<Ci sono molti morti.
Mentre mi sollevo a sedere sul letto i pensieri si fanno più lucidi.
<Quando?
<Adesso, sta succedendo adesso.
Un solo primo pensiero mi invade la mente.

Chi abbiamo a Parigi?

<Mi sento fortunato, ad essere qui, a sette ore di fuso orario.
<Ho paura lo stesso.

Le ore successive sono state un continuo susseguirsi di pagine di iPhone aggiornate, notifiche, timeline scorse.

Io sono nata nel 1984. Sono la terza di tre figli. Negli anni ’80 mia madre faceva la casalinga e mio padre l’artigiano. Un perfetto cliché da Italia del medio benessere della prima repubblica. Eravamo sereni e la sera guardavamo sempre la televisione.
Lucio Dalla scriveva Futura.
All’inizio degli anni ’90 ero una bambina. Erano già passati abbastanza anni dal terrorismo rosso e molti dall’ultima guerra. C’era la guerra nel Golfo e in Jugoslavia, ma sembravano lontane abbastanza e noi eravamo ricchi (o credevamo di esserlo), il Muro era caduto, il mercato unico, Schengen e avere speranza era normale. In tivù c’erano Frassica, Arbore, la Laurito e Pippo Franco che facevano ballare ai politici Cacao Meravigliao. Le nostre madri, se passava il vù cumprá coi fazzoletti e i calzini di spugna nel borsone, con ogni probabilità, lo facevano salire in casa e gli davano da bere o qualcosa da mangiare. Io sono cresciuta senza alcuna paura. Sapevo che nel mondo c’erano le guerre e la fame e la malvagità, ma sapevo che poteva migliorare.

Le stesse madri oggi, ancora davanti alla televisione, borbottano Con tòt chi neghèr non siamo più sicuri nemmeno a casa nostra… (neghèr termine generico per arabi, africani, magreb, cinesi, tutti). Il palinsesto televisivo è mediamente cronaca, cronaca nera, tribuna politica, programmi di denuncia. Il lavoro che non c’è, gli immigrati che ce lo rubano, il terrorismo, gli scandali, la criminalità, i femminicidi, le stragi. Ovunque, solo paura. E, sinceramente, del mio senso critico non so cosa farmene, perché ho 32 anni, una istruzione, un po’ di esperienza in giro per il mondo e un cervello, ma non so distinguere se sia peggiorato il genere umano o il modo in cui ce lo presentano. Non voglio fare la nostalgica anni ’90 e semplicisticamente ricordare una televisione di avanspettacolo volgarotta, ma leggera. Ma è chiaro che la mia generazione non era pronta. Non era pronta nel 2001. Io l’11 settembre 2001 alle 14:46 avevo 17 anni, ero in camera mia e non mi sono accorta di nulla, finché non ho sentito la porta di casa spalancarsi e mio padre, corso a casa dal lavoro. Era sconvolto. Non dimenticherò mai i suoi occhi. Per lui, il mondo era cambiato, ancora. Lui sapeva cosa vuol dire la guerra e le bombe nelle piazze italiane. Io non lo so nemmeno oggi. Quello che si legge sui social ne è la dimostrazione, di quanto poco siamo pronti. Poche idee, confuse, spesso violente o, comunque, totalmente obnubilate. Da una parte o dall’altra (e parlando di morti civili, pensare che ci siano delle parti mi fa gelare il sangue) il denominatore comune è la paura. La paura cieca di chi non era pronto. Forse, quelli cresciuti negli anni zero saranno più pronti. O solo più abituati.

Io oggi ho paura per i miei cari, in Europa. Per noi, che siamo spesso su un aereo. Ma la paura di morire ha molto di retorico. Siamo fatti per vivere.
Ma, non voglio vivere contaminata dall’odio, dalla rassegnazione; non voglio impedire a mia figlia di guardare la televisione, per il timore che cresca senza speranza nel domani.

Futura è una delle mie canzoni preferite.

Nascerà e non avrà paura
nostro figlio
[…]
Aspettiamo che ritorni la luce
di sentire una voce
aspettiamo senza avere paura
domani