La teoria del lavoro (della vita, dell’amore)

Su Internazionale di questa settimana era riportato un interessante articolo di James Douglas “La teoria del lavoro secondo la Pixar”. L’articolo suscitava il mio plauso rigo dopo rigo, in un crescendo di approvazione per le pertinenti riflessioni del giornalista, fino a tre quarti dall’inizio, punto in cui si tirano le conclusioni. Riassumo brevemente l’argomento, ma se ne avete l’occasione consiglio la lettura. Il giornalista effettua una precisa disamina di tutte le pellicole Pixar, scandagliando plot, morale e contro-morale ed associando questa analisi ad una perspicace indagine fatta sul mondo del lavoro reale in Pixar. La tesi è che le pellicole Pixar, in modo omogeneo, sostengano la filosofia del dinamismo perpetuo come unica via per essere un buon essere umano, infatti, il giornalista cita diverse pellicole in cui i sentimenti di staticità, pigrizia, inutilità e quindi tristezza vengano associati alla spazzatura, alla morte morale del personaggio. Spiega poi come in Pixar ci sia una organizzazione risorse umane tipicamente googleiana, ambiente flessibile, amichevole, confortevole, in cui anche i contabili vengono edotti al mondo del cinema perchè, secondo Douglas, un contabile non può essere solo un contabile oppure in cui vengono serviti corn flakes gratis, perchè così, sempre secondo Douglas, puoi iniziare a lavorare a colazione. Il modello per il quale, quindi, la vita lavorativa coincide totalmente con quella privata (felice di andare al lavoro). Queste considerazioni confluiscono nella tesi finale: la teoria del lavoro della Pixar coincide con l’anima del capitalismo puro in quanto come un capitale lasciato fermo è morto, così un uomo che smette di produrre e migliorarsi (va in pensione, non è aggiornato con i tempi, è disoccupato, è depresso, etc…) smette di essere utile e quindi diventa spazzatura, muore. L’analisi di Douglas sui films Pixar è condivisibile, come anche l’associazione ad un modello di crescita umana tipicamente da Silicon Valley che ormai tutti conosciamo (più o meno bene). Diciamo anche che la Pixar è l’Impero del Male. Infatti è decisa l’accezione negativa che ad un certo punto si evince: il giornalista usa l’espressione “Un’idea che può sembrare divertente sulle prime ma che ha qualcosa di sinistro”. Conclusione, definitiva e certa, un po’ superficiale e soprattutto un tantino vecchia.

Che il modello lavorativo sia cambiato non è roba di quest’anno. Fluidificare il lavoro infiltrandolo in pieghe in cui prima non era previsto attraverso l’uso di espedienti (la mail del lavoro push sul cellulare, l’area colazione o relax in ufficio) che presuppongono implicitamente l’idea che il lavoro abbia un ruolo più capillare e meno a compartimenti stagni nella nostra vita coinvolge già da anni aziende che con San Francisco hanno in comune probabilmente solo il prefisso San. E non sono convinta, come viene sostenuto nell’articolo, che alla fine si lavori di più e in schiavitù, credo che sia piuttosto un metodo di distribuzione delle risorse diverso e che, su alcuni soggetti, promuova addirittura lassismo e la tendenza a perdersi. Insomma, non tutti sono fatti per una gestione responsabilizzata del proprio lavoro.

Ma questa è una considerazione di metodo, ovviamente opinabile. Douglas, con taglio critico, chiude l’analisi filmografica: “Film dopo film, la Pixar propone storie di personaggi che si sforzano di essere migliori di quello che fanno, o comunque di dimostrare la loro utilità”.

Spesso, quando si è senza lavoro, perchè si sta cercando ancora il proprio posto nel mondo, perchè lo si è perso, perchè lo si è lasciato o perchè si è terminata la propria carriera, è facile sentirsi persi, poco utili, improduttivi, invisibili e è un meccanismo automatico il mettersi alla ricerca o alla nuova ricerca di una vocazione. E’ il fatto che questo venga identificato come un sottoprodotto mostruoso del capitalismo (sottinteso: che ha fatto di noi una società di lupi, arrivisti e competitivi e completamente assorbiti dal  lavoro) che trovo davvero retrò. Voglio dire, Fight Club (per rimanere nel pop) è del 1999 (il film, il libro del 1996), suvvia. Sono successe molte cose, dopo. Prima di tutto, la contingenza: oggi una grande quantità di persone è senza lavoro, il lavoro che ha fatto per una vita intera spesso, ed è necessario che trovi una nuova vocazione, per trovare un nuovo lavoro.

Infine, perchè sono una romantica, io spero, auspico, ad una umanità che cerchi sempre di migliorarsi.

Ed il motivo è questo. Parla della scrittura, ma mi pare anche di tutti i mestieri del mondo:

“Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse. Il talento è solo uno strumento. E’ come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece di quella che vuole soltanto essere amata.”

(David Foster Wallace)