Luci rosse per te ho comprato stasera [e il tuo cuore lo sa cosa voglio da te]

E’ immediatamente balzata al numero uno delle notizie della settimana, con un sorpasso in curva sull’elezione del Presidente, la notizia [spiegata molto più professionalmente qui] della proposta del IX Municipio romano di trasformare una parte dell’Eur in un quartiere a luci rosse. Abbandonerò immediatamente il terreno del giudizio morale, davvero poco interessante e rilevante, per una riflessione puramente antropologica sul perché questa idea non può funzionare.

La prima cosa che ho pensato ascoltando la notizia è stata Ma, a quello che ha avuto la brillante idea, l’hanno spiegato che siamo in Italia? 

Partiamo dalle premesse, e dall’idea di fare Roma come Amsterdam. Non serve scomodare tutto il carro armato della fenomenologia dello spirito hegeliana, basta soffermarsi su una riflessione anche abbastanza intuitiva. Il quartiere a luci rosse, ovvero il luogo in cui l’illegale diventa controllatamente legale, è roba per spiriti nordici, per gente ordinata, per gente che ha l’imperativo categorico che gli prepara il caffè tutte le mattine, ma senza esagerare con lo zucchero, per spiriti filosofici, non religiosi. E’ per questo che funziona nel nord Europa. Ma ve l’immaginate a Roma, coi romani, con lo spirito del popolo italico, un posto dove puoi fare alla luce del sole qualcosa di proibito, col volontario tuo vicino di casa che magari ti distribuisce il preservativo?

Prima questione da considerare, la vergogna. E’ immaginabile che un romano, cristiano cattolico apostolico [che lo sia consapevolmente o in una forma endemica e inconscia] vada a farsi la sua pomeridiana così, alla luce del sole, senza fare i conti con il materno senso di colpa che lo accompagna dalla nascita?

Seconda questione, la responsabilità. Usufruire di un servizio coordinato dal comune è ben diverso dal farsi una scappatella o dal togliersi un becero sfizio nell’oscuro della notte. E’ un passaggio di responsabilità [oltre che di sapidità] e, nello spirito dell’italiano, ne vogliamo veramente parlare del posto che occupa il senso di responsabilità?

Terza questione, l’ordine pubblico. Io qualche scena ho provato ad immaginarmela:

  • l’italiano esagera, sempre. Quindi, come minimo, c’è da prevedere l’esibizionista che gira nudo per il quartiere, quello che urla raccontando le proprie gesta eroiche… Per non parlare della nostra innata predisposizione al gesticolare…
  • l’italiano contratta e ha amici. Già lo vedo, quello che litiga per cinque euro di sconto, quello che ce l’ha pagato, come il caffè al bar.
  • l’italiano in pensione ci va il più tardi possibile. Le avranno previste le impennate di vendita di viagra e le autoambulanze pronte per la rianimazione geriatrica?
  • l’italiano è romantico, si commuove. Tipicamente, l’italiano, della prostituta si innamora pateticamente e finisce, non come in Pretty Woman, ma con l’abbacchio della nonna impacchettato nella stagnola, tutte le domeniche da scaldare sul bidone del falò.

Onestamente, in questa iniziativa non ci vedo un fallimento morale, ma un fallimento di pubblico, non riesco proprio ad immaginare come ci si possa appassionare all’idea.

E poi, la poesia. Perché forse, in maniera sentimentalmente sciocca, sola e un po’ vigliacca, la prostituzione è in fondo ancora una donna che, prima di mandarti a casa, nel tinello ti prepara anche un piatto di maccheroni al ragù.

E’ Gelsomina che, dal retro del carro, timidamente dice a Zampanò Ma, allora, tu, sei uno che va con le donne…

Non so se hai presente
una puttana ottimista e di sinistra,
non abbiamo fatto niente,
ma son rimasto solo,
solo come un deficiente.