Distanze. E una cosa che spero di non smettere di fare mai.

Primo pomeriggio di un venerdì di gennaio, sono seduta ad un tavolino di un bar di paese, fuori. La giornata è fredda, ma il cappuccino e la stufa a gas di fianco a me rendono il tutto molto piacevole. In pochi minuti atterrano davanti al locale due auto gonfie di adolescenti, chiassosi, sboccati, allegri, scattosi, irruenti. Esplosioni di ormoni formato 170 cm. Si apostrofano a vicenda intercalando una parolaccia ogni due parole normali, si offendono, ridono forte, parlano della macchina che il padre di uno sta per regalargli come fosse già sua. Indossano cappelli con visiere gigantesche, jeans e scarpe giuste. Uno di loro è in t-shirt, non sta fermo un momento. Parlano del prossimo video da postare, della loro prossima avventura. La loro presenza invade la mia intimità di bevanda calda, rivista e cane. A pochi metri da noi passa un loro coetaneo, passo ordinato e veloce, zaino in spalla e mani fisse sulle bretelle, pettinato e spazzolato, si infila silenzioso nella porta dell’oratorio, non senza aver lanciato una occhiata bassa e invidiosa al gruppo iperattivo. Mi sento tesa, per un istante. Guardo la mia borsa aperta con il portafogli in vista.

Mi distraggo un attimo per scrivere un messaggio a mio marito. Nell’attimo di vuoto sospeso dopo l’invio mi chiedo perché quella sensazione mi abbia assalita. Mi hanno fatto paura, la loro prepotenza mi ha fatto paura. Mi chiedo che figlio preferirei avere. Preferirei quello sveglio, strafottente, allegro, che supera il limite o quello con la giacca allacciata fino all’ultimo bottone anche se ha caldo? E quanto passa tra un gruppo di ragazzi svegli e irruenti e una banda di vandali che devasta un vagone di un treno regionale [leggi qui] ? E, sono sicura che, scegliendo l’adolescente che striscia in parrocchia in silenzio, bravo a casa, bravo a scuola, non mi suoneranno mai i carabinieri per dirmi che ha devastato un vagone di un treno regionale, il mio bambino?

Io da adolescente ero insopportabile. Ero la versione femminile della gang del bar. Vivace, con una opinione su tutto, prepotente, sarcastica, tagliente, a volte bugiarda, spesso disobbediente, con la costante necessità di superare il limite. Mi innamoravo costantemente, come da copione, dei semi-delinquenti e spezzavo puntualmente i cuori dei bravi ragazzi, non senza riderci gustosamente sopra. Ero troppo sensibile per essere misurata, controllata. Mi ricordo l’imbarazzo di quei teppistelli che mi facevano il filo, nel chiedermi di uscire o la paralisi quasi totale che li prendeva nell’attimo prima di provare a baciarmi. La tenerezza di una timidezza nascosta dietro le scorribande di pomeriggi post scolastici. A me, tanta vivacità, curiosità, è servita a crescere indipendente, a capire. Ad altri, che rivedo oggi con gli stessi limiti dell’adolescenza ottusa, non è servita a niente.

Mi chiedo ancora cosa mi abbia scossa. E sono ancora più turbata, forse, dal fatto di essermi sentita turbata da un gruppo di ragazzi. Ho dieci anni più di loro, solo dieci anni più di loro e ho già smesso di capirli. Ho dovuto scavare nei ricordi di me ragazzina per accettare il loro entusiasmo mal gestito. Questo mi ha turbata, non l’irruenza, non il luogo comune dei ragazzi di oggi, ma la distanza. Dieci anni e avevo già pronte due belle caselle capienti con le etichette più banali: i teppisti, lo sfigato. Come si rimane allenati a non dimenticare ciò che si era? Quando si passa dal capire al difendersi? Non so dire che adolescente vorrei che fosse mio figlio, ma spero di non smettere mai di provare a capirlo.

E non è solo una questione di genitorialità, è proprio una questione di Ma tu, ti ricordi chi eri? Perché, ho paura, che a non ricordarselo si diventi degli adulti gretti, non cresciuti, sulla difensiva.