Una cosa che può succedere solo in Italia

Maternità [o non-maternità]. La dialettica e il superamento dei cliché, questi sconosciuti.

Questa mattina, facendo colazione, mi sono imbattuta in questo articolo de L’Espresso. Sono riuscita a sospendere il giudizio sulla battaglia anti-maternità [cercando di non stigmatizzarla in tal modo] nonostante il titolo, già piuttosto chiuso, Donne che scelgono di non avere figliPoi, arrivo a leggere il credito scelto per presentare la battaglia, Melissa P. [sto continuando a trattenermi dalla facile ironia, apprezzatelo]:

«Mi sono appassionata al progetto Lunàdigas perché credo che sia un’arma efficace per combattere l’uso che si continua a fare del corpo delle donne trattato ancora come carta bianca su cui inscrivere i dogmi di una cultura ormai troppo arcaica. La non-maternità è un vero e proprio stigma sociale che spesso costringe molte donne, soprattutto le meno emancipate, a non scegliere liberamente se avere o meno dei figli. Io vengo dal Sud dove tutto questo è pane quotidiano: spero, con la mia testimonianza, di dare forza a tutte coloro che non riescono a ribellarsi e ad affermare le proprie volontà». [grassetto della fonte]

Mi è tornata immediatamente agli occhi questa scena: io, con il mio pancino da quinto mese di gravidanza, seduta di fianco a Mao Mao, che mi accarezza, senza nascondere una certa emozione mista ad invidia, la protuberanza magica. Mao Mao è la mia amica cinese che lavora da Forbes. Mao Mao ha 26 anni e a Forbes non fa le pulizie, è l’assistente del Direttore, è sposata e non vede l’ora di avere un bambino. E’ un fiume in piena di domande e speranze per la sua [futura] gravidanza e, tra un pannolino e una tutina rosa, mi chiede quando ho intenzione di riprendere a lavorare dopo la nascita della bambina, a Shanghai o in Italia. Rimango un po’ spiazzata e riesco a ribattere solo terribili luoghi comuni del tipo Ma, non ho fretta…  Sto seguendo dei progetti personali… Sai in Italia dopo un figlio non è facile… Davanti al muro dei suoi piccoli occhi scuri afferro che non sta capendo minimamente [e giustamente] la mia fila di giustificazioni malmesse, quindi interviene presentandomi il suo lucidissimo punto di vista. Dopo il parto [sicuramente cesareo, in Cina puoi sceglierlo anche senza motivazioni mediche, solo pagando di più], sfrutterà i suo tre mesi di holidays e poi tornerà immediatamente al lavoro, contando, per il piccolo, sull’aiuto di genitori e asilo. Le chiedo perché tanta fretta di rientrare al lavoro e se crede che in redazione avrà problemi per la sua maternità. Anche qui nessuna esitazione, è normale che una donna si assenti per la maternità e che poi rientri al lavoro, perché dovrebbe avere problemi? Stare a casa dal lavoro per crescere i figli? Perché? Cosa può impedire ad una donna di continuare la carriera per cui ha studiato e, nel contempo creare una famiglia e crescere i propri figli?

Già, cosa? Ciò che mi irrita maggiormente dell’articolo dell’Espresso [ma non è il primo che leggo sul genere] non è il punto di vista di donne che non sentono la necessità di procreare, la maternità non è per tutte ed è una scelta talmente intima [e che, personalmente, credo abbia poco a che fare con quanto piacciono i bambini e molto con la padronanza che si ha di se stessi e della propria vita] che, nei singoli casi non è sindacabile, ma è la battaglia morale che se ne fa. E’ antiquata quanto lo status sociale di casalinga-madre-moglie-e basta. La dichiarazione di Melissa P. fa rabbrividire per quanto piena di banalità e femminismo sciocco. Il concetto che striscia tra le parole delle intervistate famose, tra i progetti, i documentari è che la non-maternità è per le illuminate, per quelle che non si lasciano usare, mentre le poverine non emancipate devono sottostare al giogo dei mariti, delle famiglie e della società che le vogliono tenere nell’oscuro del gineceo. Mi sembra di sognare.

Il problema è geografico. In Italia siamo tutte madri, nel senso archetipico del termine: siamo talmente e profondamente conservative da non riuscire a sganciarci da un cliché senza costruirne immediatamente un altro con cui scendere in battaglia. La dialettica e il superamento, questi sconosciuti. E, quindi, per reazione alla Grande Madre Regina, siamo tutte adolescenti, perché riusciamo a creare una identità nuova solo nella opposizione, nella ribellione [spesso ottusa], nella guerriglia di posizione, in cui o sei totalmente dall’altra parte della barricata o niente. O madre e basta o senza ovaie.

Alcune considerazioni sul perché la dialettica maternità – non-maternità non può essere superata:

  • Non voglio figli perché non voglio fare la fine di mia madre – Ora, cercando di non fare della psicanalisi spicciola, diventando madri ci si emancipa definitivamente dal rapporto madre-figlia che si è vissuto fino a quel momento e, comunicandolo alla madre, è come se si chiedesse il permesso della successione al trono. Non facendo questo passo, si evita anche di affrontare il problema del Io lo farò diversamente da te e, implicitamente, del riconoscimento degli errori fatti dai genitori.
  • Non voglio figli perché non voglio sacrificare la mia carriera – Prima di tutto, santo cielo, o siete tutte CEO di una multinazionale oppure, mi dovete spiegare in quale modo si può pensare che un figlio sacrifichi la carriera di una impiegata commerciale [perché, siamo realiste, la maggior parte di noi ha ruoli di media responsabilità]. Ma il problema non è questo, il punto è che, spesso, la donna che sente il desiderio di avere figli è lei per prima ad tenere un atteggiamento sul posto di lavoro che le impedisce di fare carriera, non coglie occasioni, non si pone in maniera propositiva nei confronti delle possibilità di incarico, mette le mani avanti diciamo, ponendosi problemi che ancora non esistono e sentendo sulla testa gli impegni di madre quando ancora, forse, non è nemmeno fidanzata.
  • Non voglio figli perché il corpo è mio e non voglio che sia usato per onorare una tradizione – A mio avviso, la posizione più immatura di tutte. E’ la posizione del Io sono mia e sono libera e in quanto libera non mi avrete mai per le vostre antiquate robe!

Alla fine, credo sia tutto [tutti i vari punti di vista anti-maternità] una questione di libertà mal posta. Perché, ad esempio, solo da adolescenti si può realmente pensare che esista la libertà assoluta, che essere liberi significhi non contaminarsi, significhi rivoluzione. E’ con la maturità che si comprende che si è liberi anche scegliendo di rinunciare a qualcosa oppure scegliendo di superare un modello. Superare un modello non vuol dire schiacciarlo, annientarlo, significa interiorizzarlo, farlo proprio e viverlo in modo nuovo, secondo il proprio tempo, le proprie relazioni, le proprie convinzioni. Certamente la maternità implica la rinuncia a qualcosa [ad esempio proprio alla libertà di organizzarsi tutto il tempo a piacimento], ma che implichi la rinuncia alla propria realizzazione di donna, la rinuncia alla vita sociale e al proprio posto nel mondo, al lavoro, la trovo una posizione immatura, miope, poco impegnativa. Credo anche che organizzare battaglie, con testimoni, documentari verità, sulla questione maternità o no, ne sminuisca il senso profondo della scelta, che dovrebbe essere privato o di coppia, ma di certo non sociale.

Qualcosa di mio sulla maternità.

Credo anche che la maternità faccia paura. A me la fa. Dalla paura fisica di avere un essere umano al proprio interno e sentirlo muovere [o non sentirlo muovere abbastanza], alla paura di avere la responsabilità di qualcosa che non è tuo, ma che è un altro essere umano e che farà scelte e avrà una vita. Mi fa paura sentire al telegiornale di madri che uccidono i propri figli, perché è facile dire che è il delitto contro natura e che sono madri-mostro, ma nessuno si chiede mai se non siano solo madri che non sono riuscite ad amare. E quindi mi chiedo se riuscirò ad amare questa piccola che porto dentro come credo di fare già, anche se non diventerà come mi aspettavo o farà scelte che non approverò. Credo che sarà una storia d’amore da costruire, come tutte le migliori, con impegno, cercando di non vivere per lei, ma con lei.