Questione di libertà, di solidarietà o di religione? #charliehebdo

Mi sono presa almeno 48 ore per non avere una opinione sui fatti. Ho scelto un programma di approfondimento, ho guardato almeno tre telegiornali diversi, ho letto le notizie online, ho orecchiato i titoli di sensazione gridati alla tv. I tag che mi rimbalzano ancora per la testa, più o meno, sono: ATTACCO ALLA LIBERTA’ FANATISMO DICHIARAZIONI DI GUERRA CIVILTA’ SUPERIORI CIVILTA’ INFERIORI GUERRA SANTA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE IL PROBLEMA NON E’ LA RELIGIONE IL PROBLEMA NON E’ IL CROCIFISSO ISLAMISMO MODERATO NON DOBBIAMO AVERE PAURA NECESSITA’ DI REAZIONE. Insomma, ho sentito tante risposte e poche domande. E, secondo me, la domanda [ma certamente non l’unica] non è perché, ma da dove [e non un dove nel mondo]. Sono cresciuta con un forte senso e rispetto della religiosità, credo che sia l’aspetto più serio della vita di una persona, talmente serio da, ad un certo punto, farmi scegliere di non scegliere alcuna religione. Non sono abbastanza seria per essere profondamente religiosa, posso permettermi di credere in Dio, ma per avere un rapporto con lui mi mancano diverse cose: la costanza della vita quotidiana, lo studio, l’impegno della compassione e della tolleranza giorno per giorno e, soprattutto, la rinuncia all’esercizio del dubbio. Essere laici è più facile e io l’ho scelto. Essere religiosi per non mettere in discussione la propria identità lo è ancora di più, ma non posso farlo. Provo a dare un colpo alla mia livella interna della legge morale e ad immaginare me stessa realmente religiosa, non posso ignorare alcune domande: Come sarebbero i miei rapporti con gli altri? Sarei tollerante o lo riterrei una rinuncia alla mia libertà di opinione? E come posso fare a definire il confine tra la mia libertà di opinione e quella degli altri? E sono certa che non potrei mai avere un atteggiamento violento, anche solo verbalmente o psicologicamente, verso chi è di una opinione diversa? Ora, il mio bilancino interno può pendere tutto da una parte per poco tempo, giusto il necessario per dire che, per come ritengo importante la scelta religiosa [ideologica], cadere nel fanatismo, in qualunque credo del mondo, è facile. Le immagini che abbiamo visto in loop nelle ultime ore su tutte le reti sono terribili, ma non mi sorprendono. Non mi sorprendono nemmeno tutte le meravigliose manifestazioni di solidarietà nei confronti delle vittime. Non mi sorprende per nulla il tag #jesuischarlie, perché tutti ci indigniamo se viene messa in discussione la libertà di esprimere i nostri pensieri. Non mi sorprende nemmeno che non esista un tag #jesuiskouachi, nessuno si identifica col cattivo e di certo non voglio istigare a questo, ma nessuno si è chiesto: dentro di me, dove nasce la violenza? E ancora, è l’organizzazione religiosa che instilla violenza o è il singolo, problematico, fanatico, radicale, che trova sfogo in un ambiente socialmente protetto come la comunità religiosa? E’ una questione di solidarietà, di libertà o di religione? E’ una questione di tutti? Non so, nel mare di cartelli neri #jesuischarlie trovo più paura che solidarietà. Di libertà non parlo nemmeno, quando si spara, da una parte e dall’altra [probabilmente prima di iniziare a rispondere al fuoco] si parla si civiltà superiori, la libertà è già finita da un pezzo. Se ci fermiamo a parlare dei fatti di oggi, sicuramente è una questione di religione, ma personalmente, non credo sia l’Islam a spaventare, ma la violenza [delle opinioni non in discussione, della fame di affermazione, dell’arrivismo, del potere, della necessità di identificazione] che si copre con una bandiera e che, innegabilmente è dentro ognuno di noi.

[Due cose che mi sono piaciute: Il lamento del prepuzio, S. Auslander e The Believer, H. Bean]

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