Scrivi, racconta, condividi, informa. Odi et amo della democrazia sul web.

“Sei morta troia”
E annessi like e condividi, sono il tormentone degli ultimi giorni sul web. Della vicenda e dell’esimio autore non voglio parlare, perchè finirei, in un eccesso di indignazione, in quella categoria di webnauti e utilizzatori impropri di social network in cui anche il soggetto in questione rientra. Questa iperbole alla deriva mi si presenta però come perfetto esempio per un più ampio argomento: La Democrazia sul Web [ovvero, chiunque abbia una tastiera sotto le dita si senta libero  di dire qualunque cosa su qualsiasi argomento]. Forse sento questo tema più vicino ora perchè, per la prima volta, mi sono scontrata con la censura e capisco cosa significhi dover, per forza, stare dentro ad un recinto, ampio se vogliamo, ma di cui comunque si vedono i confini e, per quanto capisca la funzione della censura in un paese complesso come la Cina, senza dubbio nelle mie vene scorre sangue europeo e liberale e, i limiti, fin da piccola, li ho sempre mal sopportati. Dove non arrivano i limiti imposti, pero´, dovrebbe arrivare l’etica e il buon senso, o anche solo il buon gusto. Siamo nel 2014, lo so, rischio di essere demodè. Se il giornalismo, l’opinione, la scrittura, l’informazione classici e unilaterali del principio d’autorità sono andati fuori moda per lasciare spazio a nuove forme di rappresentazione dell’attualità che si nutrono di racconti corali, condivisioni e esperienze dirette e se la democrazia della rete non impone regole, se non quelle del più cliccato, significa che non ne abbiamo bisogno?
Una social addicted come me direbbe che la fluidità dell’informazione verticale a cui tutti oggi hanno accesso come fruitori, ma soprattutto come autori, è una benedizione: moltiplica i punti di vista, è vivace e produttiva. Poi si leggono di casi come quello in apertura e ti vien voglia di invocare socialismo e censura, almeno non ci si fa compatire.
Vediamo allora qualche Odi et Amo della democrazia 2.0:
  • Amo: la condivisione. Facebook, Twitter, Instagram, WordPress. Facilitatori di comunicazione che ci permettono di creare contenitori. Nel territorio della democrazia 2.0 le notizie sono disponibili a tutti, il difficile è costruirsi una opionione, comunicarla e discuterla. I social forniscono gli strumenti per sviluppare la nostra personale poetica e di sottolineare quella di altri.
  • Odi: il commento autoreferenziale. Ovvero gli infestatori delle bacheche/articoli/post altrui con commenti fuori luogo, faziosi, sterili. Chi alimenta polemiche. Chi dimostra di non aver capito niente di quel che ha [forse] letto. Ma per questo non c’era bisogno del web, chi non sa ascoltare non sa nemmeno leggere, figuriamoci commentare. Il web ha dato solo luce a chi prima si spegneva [a fatica] a fine conversazione.
  • Amo: in casa del giornalista. Quello che una volta, su quotidiani e riviste, avremmo chiamato rubrica. Oggi, grazie alla collaborazione dell’informatica, su quotidiani e magazine online sono ospitati blog d’autore che ci portano in una dimesione più intimistica della notizia o dell’opinione.
  • Odi: la violenza informatica. Che provenga da un privato utente di Facebook o da un autorevole collaboratore di una testata è di pessimo gusto e sottovalutata. Le parole sono potenti, molto spesso quelle scritte più di quelle dette.
  • Amo: lo spietato materialismo social. Prendendo in prestito dai piani [decisamente] più alti il termine, posso dire che amo la vetrina social perchè ti mostra le persone per quello che sono, una sorta di “Noi siamo quello che condividiamo” [Feuerbach ti prego perdonami]. Per quanto tu ti possa sforzare di essere simpatico, ostentare ricchezza, sagacia, se stai costruendo una realtà modificata delle cose, la puzza di finto si sente. E rimarrai comunque noioso, parvenu e poco brillante. Le sorprese non risparmiano anche personaggi pubblici [adoro i profili personali dei vip, ad esempio] che spesso, nell’uso dei social si rivelano, oltre che teneramente buffi e impacciati, chi magari un po’ sciatto la domenica, chi terribilmente e umanamente banale, chi sorprendentemente divertente.
  • Odi: l’anonimato. Il nikname e la foto profilo fake e la realtà virtuale andavano bene nel ’99 sulle chat room per maniaci o in Matrix. Il web intelligente, in cui si condivide per scambiare opinioni, non ha bisogno di codardi. Se parliamo di comunicazione responsabile, non può essere preso sul serio il commento o l’opinione di chi si nasconde dietro l’anonimato.
  • Amo: l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Per onestà devo dire che mai avrei scritto queste parole, tanti anni fa, subito dopo aver letto Benjamin [e non averlo minimamente capito…], nell’età rigida e idealistica in cui tutto ha un luogo e un tempo e il passato sta nei musei e le storie nei libri e il futuro chi lo sa. E anche oggi, continuo a subire il fascino vintage della carta stampata o dei corridoi misteriosi di un museo. Ma, di più, ora, ogni giorno, quando e dove mi pare, voglio poter accedere ai libri che sono dentro di me, ma che ho bisogno di rileggere, ai quadri che ho visto e anche a quelli che non ho visto. Voglio vivere l’esperienza che uno sconosciuto ha fatto ad una mostra attraverso le sue foto, creando una nuova sintetica forma, di quella rappresentazione di arte. E se l’arte, tutta, non ha tempo nè spazio, perchè rinasce ogni volta nell’esperienza dialettica con il fruitore e la sua società, allora quale non-luogo migliore per rappresentarla se non il web, dove, per eccellenza, non esiste distanza nè epoca.
  • Odi et Amo: gli opinionisti senza referenze. Odio chi a nessun titolo sull’argomento scrive o commenta come se non ci fosse un domani, con la verità in tasca e [poche] idee da sparare sulla tastiera. Amo chi si fa domande, riflette e pone contraddittori sensati e per poter fare questo non occorre essere esperti tuttologi, basta intelligenza, curiosità e educazione.

E infine, un fuori categoria: l’ortografia. Non so se odiare o amare chi, nella sua felice inconsapevolezza, commenta o addirittura scrive articoli ignorando completamente le forme basilari dell’ortografia e della punteggiatura. Che dire, il web può salvarvi, non siate cocciuti, se il correttore automatico vi mette una h dove non avreste mai immaginato, probabilmente ha ragione lui.