Lo spazio del ritorno

A Shanghai la notte è già scura alle cinque del pomeriggio, ma non c’è mai completamente buio. Quando rientro a casa, sfrecciando sui taxi pastello che solcano la sopraelevata, è sempre un incanto. Il cielo è di un nero irreale e dai grattacieli piove una luce polverosa e zuccherina, bracciali di diamanti splendenti riposti nei loro astucci di velluto nero, perle solitarie incastonate in pavè di rubini e smeraldi che si rincorrono a intermittenza. Una piccolissima Alice dopo la pozione, che guarda dal basso in alto una gigantesca gioielleria.

Il ritorno esercita un fascino particolare su di me, è un momento chiuso, privato, silenzioso, di passato prossimo. Il ritorno è sempre in un non-luogo: lo spazio metafisico di un’auto, le piccole trasparenti capsule dei seggiolini di un treno o di un aereo, la traiettoria precisa di un cammino. Il ritorno è lo spazio dei ricordi appena accaduti, il prolungamento di una serata goduta o la coda biforcuta di un incontro da dimenticare. Non importa la qualità del ricordo, il ritorno è lo spazio di accoglienza, la sala d’attesa dei ricordi, prima di farli accomodare, completamente nostri, a mischiarsi con gli altri.

Quando ero piccola e dovevamo rincasare da qualche posto, non volevo mai. Perché il ritorno non ha un tempo. Il viaggio di ritorno era sempre più corto dell’andata e, avevo la sensazione, che nell’istante in cui mio padre decretava Andiamo a casa. fosse già tutto finito. Passavo il viaggio a fissare il finestrino, tra lo specchio del mio viso e le stelle. Oppure mi addormentavo, per sognare subito meglio [non sono mai stata una bambina paziente] e rivivere di nuovo i finali.

Ogni volta che ora, da grande, torno da qualche posto, sento nelle orecchie in un crescendo questa canzone e capisco che è l’ora dei ricordi e delle immagini veloci che passano tra il finestrino e l’anima.

 

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